La crescita cinese non garantisce affatto nuovi mercati all’Europa.

Semmai, accade l’esatto contrario: la Cina sta metodicamente espellendo i produttori europei dai propri settori di eccellenza, mettendo a repentaglio milioni di posti di lavoro e la stessa leadership industriale del Vecchio Continente.
Negli ultimi anni, l’attenzione mediatica e politica in Europa si è concentrata su Donald Trump, i suoi dazi, le sue guerre commerciali e gli eccessi delle sue politiche protezionistiche.
Un dibattito vivace e spesso travolgente ha distolto lo sguardo dall’altra, ben più urgente realtà: la Cina sta conquistando spazi rilevanti nel cuore dell’industria europea, dal manifatturiero tradizionale ai settori ad alto valore aggiunto.
Non si tratta più solo di prodotti a basso costo o beni semplici, come accadeva all’inizio del secolo, ma di sfide molto più profonde e complesse.
I produttori tedeschi e italiani, simboli della qualità e dell’innovazione europea, si trovano a dover competere con un concorrente aggressivo, strategico e sostenuto da politiche statali di potenza e coercizione economica.
Auto, macchinari, macchine utensili, chimica: settori chiave che rappresentano milioni di posti di lavoro rischiano di essere erosi dalla Cina, che non solo produce a costi competitivi, ma spesso beneficia di sussidi, trasferimenti tecnologici forzati e barriere che riducono radicalmente l’accesso degli europei al mercato interno cinese.
Questa dinamica è stata definita da esperti come Brad Setser e Sander Tordoir un “secondo choc cinese” – più grave e pervasivo rispetto al primo, che riguardava soprattutto beni a basso valore aggiunto come giocattoli e tessile.
La Cina si sta mangiando il Made in Italy
Se allora alcuni potevano sperare in uno scambio commerciale equilibrato, oggi quella speranza si fa molto più labile.
Come spiegato dalla teoria economica prevalente di trent’anni fa, la globalizzazione e l’apertura dei mercati dovrebbero favorire una competizione basata sulle effettive capacità di produrre meglio e più efficacemente.
In tale scenario, un successo cinese nei macchinari o nelle auto sarebbe semplicemente il risultato di un progresso genuino, e avrebbe aperto spazi di mercato per le aziende europee con altri prodotti, creando così un circolo virtuoso di scambi benefici per tutti.
Ma questa teoria appartiene a un mondo ormai superato.

Oggi, il sistema internazionale è segnato dall’ascesa delle politiche di potenza, dal collasso di regole condivise e dalla diffusione del mercantilismo ibrido, che mescola protezionismo, coercizione economica e strategie geopolitiche.
La Cina non compete solo sui prezzi o sulla qualità: impone condizioni che mirano a sostituire progressivamente le produzioni europee, sfruttando strumenti come la politica industriale centralizzata, la proprietà intellettuale controllata in modo asimmetrico e ostacoli doganali e normativi.
In questo contesto, la domanda che dobbiamo porci è cruciale: possiamo davvero permettere che il secondo choc cinese porti a desertificare interi distretti industriali europei?
La risposta appare scontata, eppure la reazione europea è finora stata lenta, frammentata e troppo timida rispetto alla portata della sfida.
L’Europa deve prendere coscienza con urgenza dell’entità del problema e muoversi con strategie coordinate che vadano oltre le mere difese commerciali.
Serve un cambiamento culturale e politico che riconosca il valore strategico dell’industria e della tecnologia, investendo in innovazione, infrastrutture e formazione, ma anche in meccanismi di tutela giuridica e di cooperazione internazionale più incisivi.
Non possiamo più limitarci a subire passivamente la concorrenza cinese, né illuderci che la crescita di Pechino possa aprirci nuove porte spontaneamente.
È necessario agire ora, con decisione e visione, per difendere ciò che è stato costruito con fatica e inventiva in decenni di sviluppo europeo.
Solo così potremo preservare non solo posti di lavoro, ma la nostra stessa sovranità economica e strategica in un mondo che non ammette più divisioni nette tra economia e politica, tra mercato e potere.
Il futuro industriale dell’Europa si gioca oggi.
I mercati chiusi di Xi Jinping: la sfida della Cina all’Europa e l’urgenza di una strategia autonoma

Negli ultimi anni, il modello di crescita cinese ha assunto contorni sempre più complessi e contraddittori rispetto alle teorie economiche che per decenni hanno visto nel Dragone un’opportunità di espansione globale anche per le economie occidentali.
La realtà racconta una storia diversa: la Cina non solo non apre i suoi mercati ai produttori europei, ma li sta progressivamente espellendo, adottando strategie aggressive e protezionistiche che mettono a dura prova il tessuto industriale del Vecchio Continente.
La tenaglia cinese: espulsione dei produttori europei

Come evidenziato dai dati Eurostat, la presenza europea nei mercati cinesi si è fortemente ridimensionata.
Tra il 2019 e il 2025, le vendite europee in Cina sono praticamente stagnanti (+1%), mentre le importazioni europee dalla Cina esplodono, con l’Italia in prima fila (+91%) rispetto alla media Ue (+54%).
I produttori cinesi fatturano oggi più in Italia che in Francia, ormai considerata seconda potenza industriale continentale.
Questo squilibrio commerciale, in crescita verticale a favore di Pechino, non è solo una questione di numeri: significa perdere quote di mercato, know-how e capacità produttive su settori chiave, come l’automotive, le macchine utensili e semiconduttori, oltre che tecnologie emergenti come robotica e strumenti ad alta precisione.
Non sorprende quindi che l’Italia subisca uno shock sociale e industriale particolarmente duro, trovandosi stretta tra la crescente penetrazione cinese e la competizione europea interna.
Il protezionismo cinese si manifesta non solo con dazi e barriere tariffarie esplicite, ma anche attraverso misure più sottili: sussidi massicci all’export, regolamenti interni volti a privilegiare le imprese nazionali, e vere e proprie politiche di spionaggio industriale tramite la gestione del commercio delle materie prime critiche.
La coercizione silente e il ricatto delle terre rare
Ciò che emerge più chiaramente è il “soft power” coercitivo che Pechino esercita grazie al controllo quasi monopolistico delle terre rare, fondamentali per molte filiere industriali strategiche europee.
I metalli critici, necessari per la produzione di semiconduttori, magneti permanenti, radar, missili, e tecnologie all’avanguardia, sono ormai uno strumento di pressione geopolitica senza precedenti.
Le regole imposte dal governo cinese per esportarli sono rigide e invasive: ogni acquirente deve fornire informazioni dettagliate sui propri progetti industriali e impegnarsi a non rivendere i materiali senza autorizzazioni.
In sostanza, la Cina trasforma il suo vantaggio naturale in uno strumento di spionaggio industriale e controllo politico.
Questo vincolo rende estremamente difficile per l’Europa opporre una reazione unitaria e decisa.
Le analisi dei funzionari europei non negano gli interventi attivati – come le indagini antidumping o la futura normativa sulla preferenza europea negli appalti pubblici – ma riconoscono la lentezza e l’efficacia limitata di tali misure di fronte a un avversario che gioca su più tavoli e dispone di una capacità di coercizione economica e politica senza pari.
L’incapacità europea e l’incauta dipendenza dagli Stati Uniti

Di fronte a questa realtà, la strategia europea appare frammentata e timorosa.
Invece di costruire un’autonomia industriale e strategica nelle filiere legate ai minerali critici, l’Unione sembra rifugiarsi nella collaborazione con gli Stati Uniti, firmando memorandum d’intesa sulla filiera delle terre rare.
È nota la determinazione di Washington a ridurre la dipendenza dalla Cina, compiendo passi concreti nella costruzione di filiere minerarie alternative, rafforzate da accordi con Paesi ricchi di risorse come il Brasile.
Tuttavia, questa strategia americana impone condizioni rigorose e non prive di rischi: vieta agli alleati di approvvigionarsi da fonti esterne a prezzi competitivi, minacciando nuovi dazi e barriere commerciali.
L’Europa rischia così di diventare un semplice spettatore di una partita che la vede come pedina subordinata, incapace di creare una propria linea di difesa industriale e strategica.
In questo scenario, la nostra penisola rimane la più esposta: tra gli Stati europei, è quella che ha incrementato di più le importazioni dalla Cina e che al contempo soffre maggiormente il fenomeno di deindustrializzazione indotto dall’espansione cinese.
Perché è urgente parlare di autonomia strategica?
L’emergenza non può essere affrontata con una visione miope e centrata sulle vecchie questioni di bilancio o sulle sterilezze burocratiche.
Serve un cambio di paradigma: l’Europa deve finalmente mettere in campo una strategia industriale e geopolitica che metta al centro la sua sovranità tecnologica e la sicurezza delle sue filiere produttive.
Significa investire nella ricerca, nella diversificazione delle fonti di materie prime critiche, e nel sostegno deciso ai settori dove siamo ancora competitivi.
Allo stesso tempo, occorre rilanciare una politica commerciale europea forte, capace di difendere i propri mercati interni e di contrastare efficacemente le pratiche sleali di Pechino.
Solo garantendo un quadro regolatorio solido e tempestivo, supportato da una volontà politica chiara, sarà possibile invertire la tendenza di dismissione industriale e riportare al centro della scena produttiva europea i settori più innovativi.
Conclusioni: la sfida dell’Italia e dell’Europa
Il modello di crescita cinese, sotto la leadership di Xi Jinping, rappresenta una sfida epocale per l’Europa e per l’Italia, strette in una morsa fatta di espansione economica aggressiva e coercizione strategica.
Non si tratta solo di numeri o di politiche commerciali, ma di una lotta per il futuro industriale, tecnologico e geopolitico del continente.
L’Italia deve saper emergere da questa situazione con una strategia chiara e ambiziosa, capace di valorizzare le proprie eccellenze e di cogliere le opportunità offerte dall’innovazione e dalla cooperazione europea.
Parlarne, discuterne apertamente, fare di questa tematica una priorità politica e sociale è il primo passo per spezzare la tenaglia che oggi ci stringe e per costruire un domani più libero e competitivo.
Solo così l’Europa potrà smettere di essere un «vaso di coccio» tra le superpotenze, e l’Italia potrà ritrovare un ruolo centrale nel disegno del futuro industriale globale.
Restare a guardare equivale a delegarne la sorte ad altri.

Giovanni De Ficchy
Giornalista specializzato in Economista e Geopolitica ha pubblicato : “ L’Ombra del Drago: Come la Cina ha saccheggiato l’Occidente”, “THE NEW SILK ROAD : A PROJECT FOR A GLOBAL INVASION”; “Geopolitica della Groenlandia il sogno imperale di Donald Trump”
