
Sono rimasto profondamente esterrefatto nell’apprendere la notizia del licenziamento fresco di stampa di Mario Sechi da Libero, un evento che si è consumato in circostanze a dir poco inquietanti.
Pochi giorni prima, Sechi era finito sotto protezione dalle minacce di morte provenienti da ambienti anarchici estremisti, una misura presa sul serio dagli organi competenti, dagli uffici preposti e da tutti quei soggetti incaricati di garantire la sicurezza dei cittadini e dei giornalisti nel nostro Paese.
Un episodio che avrebbe dovuto suscitare solidarietà e attenzione, ma che invece ha trovato un epilogo drammaticamente diverso.
Ciò che rende questo fatto ancora più grave e sconcertante non è soltanto il licenziamento di Sechi, un professionista stimato e coraggioso che non si è mai tirato indietro di fronte a verità scomode; ciò che colpisce davvero è il tentativo dell’editore di Libero, Giampaolo Angelucci – figlio di Antonio Angelucci, noto parlamentare –, di attribuire proprio al giornalista un uso strumentale del servizio di protezione assegnatogli.
Il messaggio implicito è chiaro e pesante: l’ex direttore sarebbe stato colpevole di aver usato la tutela delle autorità per fare la vittima, per costruire una narrazione che lo favorisse in modo indebito nel contesto del suo licenziamento.
Un’accusa che, leggendo la cronaca del Corriere della Sera, appare come la prova lampante di quanto certe pratiche editoriali possano degenerare, fino a sfiorare l’abuso di potere e il discredito personale di chi svolge il mestiere di giornalista con dignità.
Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, non ha mancato di cogliere la gravità del momento e ha voluto esprimere pubblicamente la sua solidarietà a Mario Sechi, riconoscendo la delicatezza della situazione e sottolineando l’importanza del rispetto della libertà di stampa e della sicurezza di chi la esercita.
Questo gesto istituzionale rappresenta un faro di civiltà e uno scudo morale contro ogni forma di intimidazione, confermando quanto sia fondamentale difendere chi rischia la propria incolumità per raccontare la realtà senza censure o compromessi.
Conosco personalmente Mario Sechi e resto suo amico ed estimatore, anche alla luce di alcune difficoltà recentemente riscontrate nella sua collaborazione con Libero.
Ora comprendo meglio le motivazioni sottese a certe divergenze, che hanno spinto alla separazione professionale, inevitabile in questo caso per ragioni di stile e di coerenza personale.
Questa vicenda mi tocca in prima persona perché mette in luce le fragilità di un sistema che dovrebbe tutelare invece di punire, che dovrebbe valorizzare il coraggio piuttosto che soffocarlo.
In definitiva, il caso Sechi non è solo una questione che riguarda un singolo giornalista o un singolo editore: è un sintomo di una crisi più profonda che attraversa il mondo dell’informazione e della politica, un campanello d’allarme che deve spingerci tutti a riflettere sull’importanza della libertà di stampa, sulla responsabilità degli editori e sulla necessità di proteggere chi racconta le verità difficili.
Solo così potremo evitare che episodi come questo si ripetano, tutelando chi lavora con passione e onestà e garantendo a tutti un’informazione libera e trasparente.
