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Negli ultimi tempi abbiamo assistito a qualcosa di profondamente osceno, un episodio che mette in luce non solo la degenerazione del dibattito pubblico italiano, ma anche il modo in cui determinate figure pubbliche si arrogano il diritto di deridere e intimidire la stampa.

Sto parlando dell’intervento televisivo di Bepy Conte ospite della trasmissione di Nicola Porro, un’occasione che avrebbe dovuto servire a chiarire questioni fondamentali riguardanti il presunto scandalo delle mascherine. Invece, quello che è avvenuto ha dell’incredibile e merita un’attenta e severa critica.

Innanzitutto, è doveroso sottolineare che, da un punto di vista giudiziario, Bepy Conte risulta completamente estraneo alle responsabilità in merito alle vicende legate all’acquisto delle mascherine durante la pandemia. Ciò avrebbe dovuto permettergli di affrontare con tranquillità le domande poste da un giornalista serio come Nicola Porro.

Eppure, sin dai primi minuti l’atteggiamento di Conte è stato di una arroganza e di una supponenza tali da diventare quasi offensivi. Non solo ha mostrato un palese disprezzo per il confronto serio e documentato, ma ha cercato di eludere sistematicamente ogni domanda.

La strategia adottata è stata quella ormai tristemente nota della “caciara” politica: si è lanciato in un puro e semplice diversivo, tirando in ballo personaggi politici come Meloni, Santanchè e Del Mastro, forzando paragoni assurdi e immeritati pur di distogliere l’attenzione dalle questioni concrete.

Questa tattica, infatti, non si limita a sviare il discorso, ma si configura come un vero e proprio insulto all’intelligenza dei telespettatori, ai quali viene negata la possibilità di avere risposte chiare e precise su temi di fondamentale interesse pubblico.

Ma la cosa più grave è stata la modalità con cui Conte ha condotto il confronto: anziché mantenere un tono rispettoso, da uomo pubblico consapevole delle proprie responsabilità, ha assunto atteggiamenti paternalistici, ammonendo il giornalista e alzando la voce con un’aggressività che sfiora la prepotenza.

Un comportamento che tradisce una evidente difficoltà a gestire un momento di confronto serio, e che conferma come la verità sia stata volutamente evitata. È inquietante constatare come un ex Presidente del Consiglio ritenga normale adottare toni da bullo televisivo, sovrastando letteralmente e tentando di intimorire chi svolge il proprio lavoro professionale.

Ancora più sconvolgente è stata l’accusa rivolta contro i giornali che hanno portato alla luce questi scandali, che secondo Conte sarebbero parte integrante di una sorta di complotto orchestrato dalla cosiddetta “Famiglia Angelucci”.

Quest’affermazione non solo denota una scarsa conoscenza del funzionamento della stampa italiana, ma soprattutto manca di rispetto a tutti quei giornalisti che quotidianamente fanno sacrifici enormi per garantire un’informazione libera e indipendente. Lungi dall’essere faziosi per appartenenza familiare o aziendale, i giornali citati – inclusi quelli più critici come il Fatto Quotidiano – rappresentano voci diverse e fondamentali per il pluralismo dell’informazione.

E vorrei aprire una parentesi proprio su quest’ultimo: sì, il Fatto Quotidiano ha avuto protagonisti con posizioni e storie personali complesse, come ad esempio il suo direttore, ma utilizzare queste vicende per sminuire o delegittimare in toto il lavoro giornalistico è un argomento vile e puerile.

D’altronde, ironico è notare che Conte non abbia fatto alcun cenno al proprio passato politico e agli atteggiamenti repressivi nei confronti della stampa che lo aveva criticato durante il suo mandato da premier.

All’epoca, tuttavia, si godeva del favore mediatico e della copertura quasi totalitaria della stampa amica; oggi che quella stessa stampa ha scelto di essere più critica, la sua reazione si traduce in attacchi personali e in tentativi di screditarla superficialmente.

Questo doppio standard è semplicemente inaccettabile e umiliante per un Paese che dovrebbe invece difendere la libertà d’informazione come pilastro della democrazia.

In conclusione, l’intervento televisivo del signor Bepy Conte ha rappresentato una pagina nera per il confronto civile e democratico in Italia.

Non si tratta soltanto della gestione imbarazzante e arrogante di un singolo ospite, ma del riflesso di un clima culturale sempre più intollerante verso il giornalismo indipendente e verso chi osa mettere in discussione le azioni dei potenti.

Una figura così, che prima godeva del supporto incondizionato della stampa e ora reagisce con astio e aggressività, dimostra la debolezza di chi teme la verità più di ogni altra cosa.

Solidarietà va a tutti quei giornalisti che si sono trovati a dover subire questa escalation di invettive, accuse ingiustificate e mancanze di rispetto. La libertà di stampa non è un optional, ma un diritto sacro che deve essere tutelato da ogni cittadino che crede nella democrazia.

Dobbiamo pretendere serietà, trasparenza e rispetto reciproco, specialmente quando si parla di questioni delicate come quelle che riguardano la gestione della pandemia e i rapporti tra potere e informazione. Solo così il nostro Paese potrà iniziare a uscire da questo torbido clima e ricostruire un dibattito pubblico degno di questo nome.

Di Admin

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