
Negli ultimi anni, il MoVimento 5 Stelle (M5S) ha assunto un ruolo centrale nella politica italiana, promosso come simbolo di onestà e rinnovamento.
Tuttavia, quando si tratta di discutere questioni di etica e moralità, è fondamentale che lo stesso movimento si rivolga un’occhiata critica allo specchio, evitando di ergersi a giudice supremo degli altri senza riconoscere le proprie contraddizioni e debolezze.
Il continuo tentativo di vestire i panni del tribunale morale nei confronti degli avversari politici si scontra con una realtà ben più sfumata e complessa quando la lente viene puntata sullo stesso M5S.
Un copione tristemente noto è quello dell’isteria anti-avversario: basta che qualche membro della destra incappi anche solo in un’indagine preliminare e immediatamente viene processato nell’arena mediatica come colpevole senza appello.
È questo un modo per esercitare la politica?
Evidentemente sì, ma sono proprio queste pratiche a mostrare la parzialità e l’ipocrisia di chi predica il rispetto delle istituzioni e della legalità agli altri, ma si dimentica di applicare quei principi alla propria casa.
Perché quando le difficoltà giudiziarie bussano alle porte dei grillini, ecco che magicamente emergono improvvisamente richiamo al garantismo, invocazioni alla presunzione di innocenza, e spesso pure un silenzio quasi religioso.
Questa doppia morale non può essere ignorata.
Un altro tema ricorrente è la difesa ad oltranza della propria storia personale, specialmente quella legata all’antimafia, che spesso viene sventolata come un lasciapassare contro ogni tipo di critica.
La lotta alle mafie, un impegno sacrosanto e meritevole di rispetto, non può trasformarsi in uno scudo intoccabile.
L’antimafia non è un certificato di infallibilità o un pass per evitare il confronto democratico: si può e si deve rispettare la biografia di chi ha combattuto le organizzazioni criminali, ma ciò non esclude la possibilità di criticare le azioni politiche e amministrative che quella persona compie una volta entrata nelle stanze del potere. Eppure, sembra che solo il M5S neghi questa distinzione, favorendo un clima di invulnerabilità intellettuale dannoso.
Guardando dentro le fila del MoVimento si trovano numerosi esempi che smentiscono la narrazione di un movimento puro e immune da errori. La conferma della responsabilità penale in Cassazione di Chiara Appendino per i fatti di Piazza San Carlo, con una sentenza definitiva e una pena successivamente ricalcolata, è un campanello d’allarme importante.
Allo stesso modo, la condanna in primo grado di Marcello De Vito nel processo sullo stadio della Roma, oppure la situazione legale di Virginia Raggi, rinviata a giudizio per calunnia, devono essere prese sul serio e affrontate con responsabilità interna, non liquidate con alibi o negazioni. Senza contare il caso delle firme false a Palermo, che ha coinvolto ex parlamentari del Movimento e ha fatto vacillare le certezze su quelle “nuove” modalità di fare politica.
Il problema non è, quindi, la stampa di destra, che certamente rappresenta un’area di critica spesso severa e talvolta faziosa, ma questo non può diventare una scusa permanente per ripararsi dietro un vittimismo facile.
È necessario ricordare quanto è stato costruito negli anni: un consenso fondato sull’urlo “onestà, onestà”, slogan efficaci e accattivanti ma a volte lontani dalla quotidianità della politica reale, dove compromessi, errori e responsabilità vanno gestiti con maturità e trasparenza.
Criticare figure come Santanchè e Delmastro è legittimo, così come lo è difendere chi subisce attacchi ingiustificati.
Ma la coerenza richiede che la stessa regola valga per tutti, senza eccezioni o gerarchie morali imposte dall’appartenenza politica. Trasformare un’accusa in sentenza definitiva è un gioco pericoloso e ipocrita non solo da parte degli oppositori ma anche dagli stessi grillini quando si tratta dei loro esponenti.
In conclusione, il vero problema del MoVimento 5 Stelle non è la stampa “di destra” né l’attacco mediatico in sé, bensì la capacità di guardarsi allo specchio, confrontarsi con le proprie responsabilità e accettare la critica come parte imprescindibile della democrazia.
Senza questa autocritica sincera, ogni parola di morale rimarrà vuota retorica, incapace di costruire un percorso politico solido e credibile.
E in fondo, purtroppo per loro, lo specchio non fa sconti.
