
Leggere l’intervista di Elly Schlein su Repubblica suscita inevitabilmente un sorriso, soprattutto per la sua accusa al centrodestra di essere “ossessionato dal potere”.
Questa affermazione, seppur potente sul piano retorico, appare tutt’altro che fondata se si guarda ai fatti concreti della politica italiana degli ultimi decenni.
Difatti, il centrodestra è arrivato al Governo grazie al voto degli italiani, che hanno legittimato con le loro preferenze una coalizione coerente, capace di presentarsi agli elettori con un programma definito e una leadership riconoscibile.
Al contrario, a sorprendere non è tanto l’atteggiamento del centrodestra, quanto piuttosto quello della sinistra, che nel corso degli anni ha dimostrato una ben maggiore flessibilità – o, per usare un termine meno neutro, opportunismo – nel costruire formule di governo eterogenee pur di restare al potere.
È ben nota la storia dei governi tecnici, delle larghe intese e delle alleanze con forze politiche che sulla carta si collocano agli antipodi dell’ideologia progressista: tutto questo per mantenere una quota di controllo esecutivo che, evidentemente, risulta prioritaria rispetto alla coerenza programmatica e identitaria.
Questa dinamicità nell’approccio governativo ha portato la sinistra ad abbracciare schemi spesso incoerenti, il tutto con l’obiettivo dichiarato o implicito di conservare posizioni di potere a lungo termine.
Tali strategie finiscono per minare la credibilità politica e alimentare quel senso di sfiducia che investe una parte crescente dell’elettorato, stanco di assistere a compromessi fin troppo spesso privi di contenuti chiari o di visioni coerenti per il futuro del Paese.
L’accusa di ossessione per il potere, dunque, paradossalmente sembra adattarsi molto meglio alla storia della sinistra italiana, che a quella del centrodestra.
Le continue alleanze variabili, i cambi di casacca, i compromessi quasi obbligati – talvolta anche ai margini della legittimità politica – raccontano di una sinistra più interessata a mantenere lo status quo piuttosto che a proporre idee innovative o soluzioni solide per i problemi reali dei cittadini.
Il centrodestra, nonostante tutte le critiche che può ricevere, ha saputo mantenere una linea relativamente coerente, giocandosi la partita politica sul terreno del consenso popolare senza dover necessariamente ricorrere a espedienti politici tali da mutare drasticamente la propria identità da una legislatura all’altra.
Questo elemento dovrebbe essere tenuto in considerazione prima di lanciare accuse così pesanti e generalizzate.
In conclusione, ciò che emerge dall’intervista di Schlein non è tanto una critica fondata e nuova, quanto piuttosto un tentativo di riscrivere la storia recente con un punto di vista che rischia di apparire distorto e parziale.
La realtà politica italiana è complessa e fatta di molte sfumature, ma è indispensabile non perdere di vista i dati oggettivi: il centrodestra è al Governo perché gli italiani hanno scelto così con il loro voto, mentre la sinistra ha dimostrato di essere più incline a cambiare strategia e alleanze pur di continuare a esercitare il potere.
Accusare gli altri di ciò che si è fatto per anni è una strategia comunicativa che difficilmente convince e ancor meno arricchisce il dibattito politico.
