OVVERO COME CI HANNO RACCONTATO IL CAMBIAMENTO CLIMATICO PER FARE AFFARI
Primo giugno, primo titolo: “Sarà l’estate più calda della storia”.

Come ogni anno, d’altronde.
Già, perché da qualche lustro qualcuno ha scoperto il segreto del successo editoriale: vendere paura, e più precisamente, paura del caldo.
Così il sole, che una volta era semplicemente il sole, diventa catastrofe annunciata, emergenza mondiale, motivo di ansie, dibattiti e soprattutto… incassi.
Sfogli la pagina tre e trovi “Temperature infernali”, come se un po’ di sudore fosse davvero la fine del mondo.
A pagina cinque sbuca la pubblicità di un’auto elettrica made in China con batterie prodotte nel cuore dell’Impero di Mezzo.
Chi firma il titolo e chi compra lo spazio pubblicitario?
Magari collaborano allo stesso copione che il lettore ignaro si limita a consumare a colazione.
Prima degli anni Settanta, prima che la tecnologia ci regalasse l’aria condizionata per sopravvivere ai mesi estivi, bastava una canottiera, un paio di pantaloncini corti e un fazzoletto annodato sulla fronte per fermare il sudore.

La canicola?
Arrivava puntuale, senza fare allarmismi.
Nessuno convocava vertici d’emergenza né si correva dallo psicologo.
Caldo era caldo, punto e basta.
Poi l’industria della paura ha trasformato il sole in oro.
Funziona così: la sinistra europea accende il fuoco sacro dell’ecologismo, imbracciando slogan da spot motivazionale anni Ottanta — “Abbiamo ricevuto il mondo in prestito dai nostri figli”, “Non esiste un pianeta B”, “Siamo l’ultima generazione”.
Tante frasi da cioccolatino sponsorizzato, ripetute con occhi lucidi e dito puntato verso chi osa dubitare. Dubitare è vietato, è negazionismo.
Anche se a dubitare, invece, è un Nobel.
Perché John Clauser, Nobel per la Fisica 2022, ha detto chiaramente che l’emergenza climatica non esiste. Insieme a lui, oltre mille scienziati, tra cui Carlo Rubbia e Rita Levi Montalcini (che già nel ’92 contestò ciò che chiamava “ecologismo irrazionale”).
Nessuno nega che il clima cambi, cambia da sempre: la Groenlandia, ad esempio, era verde quando i Vichinghi coltivavano l’orzo e nessuna automobile solcava le sue terre ghiacciate.
Le glaciazioni?
Di certo non sono colpa della Fiat.
Peccato però che chi dice “non è una catastrofe imminente” non incassa fondi.
Chi invece racconta la fine del mondo riceve finanziamenti a pioggia.
Ed eccoci al nocciolo della questione: il catastrofismo climatico è il motore di un’industria multimiliardaria.
I cosiddetti certificati verdi?
Spesso valgono meno dei soldi del Monopoli: solo uno su ventisei è reale, gli altri venticinque sono fumo negli occhi, aria fritta impacchettata di verde.
Questo mercato finanziario dell’ambiente è la truffa del 2008 riproposta in salsa ecologica: carta che garantisce carta che garantisce… nulla.
Intorno a questa bolla, un esercito di consulenti fattura oro timbrando aziende come “sostenibili”. Ma chi certifica i certificatori?
Altri consulenti, naturalmente.
Il gatto si morde la coda, mentre il conto arriva sempre e solo al cittadino con l’auto nuova, la caldaia nuova e la bolletta nuova.
Il capolavoro dell’inganno è però l’auto elettrica. Bruxelles doveva ridurre le emissioni e poteva lasciare libera la tecnologia: carburanti sintetici capaci di abbattere il novantanove per cento delle emissioni; idrogeno, con tutte le sfide che comporta; biocarburanti, che però, ahimè, emettono più gas serra e pongono interrogativi etici su terreni agricoli destinati al cibo sottratti alla fame globale.

Invece, Bruxelles ha scelto l’unico settore in cui l’Europa perde nettamente e Pechino domina incontrastata: le batterie.
Ha vietato tutto il resto, imponendo dal 2035 la fine dei motori termici.
Nel frattempo, la Cina ha investito 230 miliardi per controllare la filiera, oggi domina il 97% della grafite e il 70% della raffinazione del litio.
Se Pechino chiude il rubinetto per un mese, l’industria europea si ferma.
Insomma, per salvare il clima abbiamo sostituito la dipendenza dal petrolio con quella dalla Cina. Non una liberazione, ma un cambio di padrone.
E chi ha orchestrato questa sceneggiata?
Frans Timmermans, vicepresidente della Commissione Europea e paladino del Green Deal.
È emerso che la Commissione finanziava segretamente associazioni ambientaliste per fare lobbying a favore delle proprie leggi: settecentomila euro per “orientare il dibattito”, liste di parlamentari da contattare, obiettivi di pressione da rendicontare.
Il legislatore pagava chi promuoveva le sue leggi, un festival del conflitto di interessi.
Timmermans ha tentato poi la scalata politica, candidandosi premier in Olanda con i Verdi.
Il risultato?
Un fiasco epocale, comprensibile considerata la sua reputazione.
Il cerchio si chiude, il conflitto di interessi nemmeno più nascosto.
Nel dicembre 2025, sotto la pressione di Meloni, Merz e Tusk, Bruxelles ha fatto retromarcia sullo stop ai motori termici.
Ammissione silenziosa di un disastro annunciato: tre milioni di auto vendute in meno, decine di migliaia di posti di lavoro persi, dipendenza strategica raddoppiata.
Persino Larry Fink, capo di BlackRock, il più grande gestore patrimoniale mondiale, ha smesso di pronunciare la parola “sostenibilità” nel 2025. Nella sua lettera annuale zero volte, contro le trentasei del 2020.
Il sacerdote che chiude la chiesa appena i fedeli smettono di pagare.
Intanto, ai ragazzi viene insegnata l’eco-ansia: prima inventi la paura, poi la certifici come malattia, infine vendi lo psicologo per curarla.
Ai Greta boys incollati all’asfalto nessuno spiega che stanno bloccando le ambulanze per un pianeta che cambia temperatura da quattro miliardi di anni.
D’estate farà caldo. Come faceva caldo quando i Vichinghi coltivavano l’orzo in Groenlandia e come faceva freddo durante le glaciazioni, senza una sola ciminiera a far salire il mercurio.
Oggi ci raccontano che se fa freddo è colpa del cambiamento climatico, e se fa caldo pure. L’unica vera costante rimane il conto salatissimo, a carico del cittadino.
Con l’auto nuova, la caldaia nuova, la bolletta nuova e lo psicologo per l’ansia che gli hanno insegnato a provare.
L’estate più calda della storia? Forse. Ma il conto più salato è già arrivato. E non l’ha portato il sole.
