
L’illusione del meticciato: quando l’antirazzismo diventa razzismo capovolto
Recentemente, mi è capitato di ascoltare una giornalista di La7 che, rispondendo a un ospite sull’Odissea, ha affermato: «Noi italiani non possiamo permetterci di essere razzisti perché siamo meticci».
Poco dopo, ho visto un post di Tosa che sosteneva qualcosa di molto simile.
Sono rimasto piuttosto sorpreso.
Non tanto per la tesi in sé, quanto per la sua ingenuità, superficialità e sostanziale inconsistenza.
Questo episodio emblematico illumina una problematica più ampia e profonda, che risiede nel modo – spesso ingenuo o strumentale – con cui oggi si affrontano i temi del razzismo, della cultura e dell’identità.
Il primo punto da chiarire è che, ascoltando i discorsi più frequenti nella destra italiana contemporanea, non si parla quasi mai di razza in senso biologico.
Quando Meloni o altri esponenti della destra rivendicano l’eredità romana o italiana, non lo fanno richiamandosi al sangue o al dna, ma alla cultura, alla lingua, alla storia, ai valori condivisi.
La loro è una rivendicazione culturale, non genetica.
Siamo italiani non perché abbiamo una certa predisposizione genetica, ma perché parliamo una certa lingua, ci riconosciamo in una memoria storica comune, condividiamo un patrimonio di simboli e valori.
È un senso di appartenenza culturale, non biologico.
È evidente però che, all’interno della destra, esistono anche posizioni esplicitamente razziste, fondate su teorie di sangue, purezza e nazionalismo etnico.
Ma queste restano voci minoritarie e marginali rispetto alla narrazione politica dominante.
Viceversa, la sinistra ha sempre fatto dell’antirazzismo la propria bandiera e battaglia centrale, ponendo il contrasto al razzismo come fondamento identitario.
Tuttavia, proprio questa centralità ha generato un ambiguo paradosso: il nucleo stesso della narrativa progressista odierna appare costruito su un sistema di categorizzazioni rigidamente razziali, anche se invertite.
Il discorso contemporaneo di sinistra, soprattutto nei talk show, sui social e nei dibattiti pubblici, ruota ossessivamente attorno alla dicotomia “bianchi” vs “non bianchi”, a una classificazione identitaria basata sul colore della pelle e sulle origini etniche.
Si parla incessantemente di oppressioni accumulate e di gerarchie di vittimizzazione in base alla razza, con il colore della pelle che diventa il principale criterio di giudizio morale e politico.
Questa prospettiva riduce gli individui a meri dati biologici, li incasella in categorie rigide e nega la complessità e la diversità delle esperienze umane.
In definitiva, si tratta di una forma di razzismo capovolta, dove le categorie di “puro” e “altro” vengono ribaltate senza essere superate.
Il termine “meticcio”, spesso evocato per indicare la presunta natura ibrida o contaminata della cultura italiana, non ha alcun senso concreto.
Nessuna cultura è “pura” o isolata; tutte, senza eccezione, sono il prodotto di scambi, mescolamenti, influenze reciproche e contaminazioni millenarie.
Le rune germaniche derivano dalla scrittura etrusca, che a sua volta ha radici nelle scritture greca e fenicia.
La cultura romana ha assorbito quella greca, che ha a sua volta incorporato elementi egizi e mesopotamici. Il cristianesimo, nato in Medio Oriente, è stato innestato sulle tradizioni greco-romane.
Insomma, le culture sono sempre state meticce, nel senso di composite, ibride, frutto di contaminazioni.
E se tutte le culture sono “meticce”, allora il termine perde valore e diventa inutile, uno slogan vuoto che maschera invece un atteggiamento che vuole tracciare confini falsi e arbitrari.
Ecco il paradosso più grande: quando la sinistra dice “siamo meticci”, implicitamente ammette che esisterebbero culture “pure”. Ammette cioè la stessa logica che in passato ha portato alle aberranti gerarchie razziali – solo capovolte.
L’idea che il “meticcio” sia superiore o preferibile al “puro” è la stessa logica che legittimava la purezza ariana e considerava la contaminazione una degenerazione.
Era questa, infatti, la base ideologica della politica razziale nazista in Germania negli anni Trenta e Quaranta.
Oggi, la sinistra adopera lo stesso schema concettuale, ma in senso contrario, senza riuscire a uscire dalla trappola logica del binarismo identitario fondato su purezza e contaminazione.
In realtà, la cultura non è una questione di sangue o di caratteristiche biologiche; è prima di tutto una questione di appartenenza, memoria condivisa, valori e pratiche comuni.
La cultura si apprende, si trasmette, si eredita attraverso il linguaggio, la tradizione, le istituzioni sociali.
Non è scritta nel DNA.
Perciò continuare a usare categorie come “meticcio” in modo biologico o quasi naturale significa cadere nella trappola di chi vuole ridurre la cultura a razza – che si tratti di ideologie di destra o di narrazioni di sinistra è irrilevante, perché il risultato è sempre sbagliato.
Lungi dal negare il problema reale del razzismo, è fondamentale superare il riduzionismo biologico e razziale nelle analisi culturali e politiche.
Ridurre tutto alle categorie di “bianco” e “non bianco” contribuisce soltanto a perpetuare divisioni e conflitti, impedendo a ciascuno di riconoscersi in una comunità inclusiva che valorizzi la complessità della storia e della cultura italiane ed europee.
Solo allora, forse, potremo davvero dire di vivere in una società libera dal razzismo e dalle sue ceppi, vecchi o nuovi che siano.
Queste narrazioni sul razzismo basato sul colore della pelle, sono assurde.
L’unica cosa vera è che, dato il comportamento di molti, c’è un ovvio pregiudizio su pochi.
Ma questo, a ben pensarci, succede anche in tantissime altre situazioni.
Ma se non è motivato, si supera. È quando è estremante motivato che non si supera. Gli esseri umani sono, prima di tutto, individui.
Tutto si può dire, tranne che avere un determinato aspetto, sia la garanzia di che persona si è, di come ci si comporterà.
Certo, la base culturale fa tanto, ma se si vuole, ci si può adattare con successo.
Parlo di adattamento, nel momento in cui si decide di trasferirsi in un luogo che ha un altro stile di vita, magari agli antipodi rispetto al proprio.
Come viene molto intelligentemente fatto notare, è il partire dal presupposto che qualcuno sia, per definizione” meglio di qualcun altro, che è un pensiero ottuso e, francamente, ridicolo, in un mondo cosiddetto globalizzato.
Per esperienza ho avuto a che fare con persone di ogni provenienza e mi sento di dire che alcuni rispecchiano l’immagine data dal pregiudizio ma altri, pur non rinnegando le proprie origini, non la rispecchiano affatto.
Come italiani, fra l’altro, dovrebbe esserci particolarmente chiaro.
Siamo un popolo che si è spostato ovunque.
Siamo un popolo che ovunque si è comportato molto bene, ma anche malissimo e quel malissimo pesa inizialmente.
Perché negarlo?
Il fatto è che, tra persone civili, quel peso iniziale può essere superato, basta un minimo di lungimiranza, di considerazione del fatto banalissimo che se io vengo a casa tua, non posso continuare a fare quello che facevo a casa mia.
Il vero problema è che di persone civili, di qualunque etnia, non ne esistono tantissime, e i fatti, non le parole, lo dimostrano ogni giorno.
In conclusione, la sfida che ci attende è complessa: dobbiamo ripensare radicalmente il modo in cui interpretiamo identità, cultura e appartenenza, rompendo con vecchie categorie puriste e binarie.
Solo così potremo costruire un discorso autenticamente antirazzista, che riconosca la pluralità delle identità senza ridurle a semplicistiche dicotomie biologiche o culturali, e che sappia valorizzare il ricco intreccio di memorie, valori e pratiche che costituiscono il nostro patrimonio comune.
