Scusate, ma prendendo per buona la retorica di Francesca Albanese e di Di Battista, quindi che l’Occidente sarebbe responsabile di quanto accade a Gaza .

Ma senza entrare nel merito della narrazione di Hamas, che è già di per sé tutta un programma – e accettando, for argument’s sake, l’idea che chi commette una cosa renda colpevole tutta la comunità: allora perché questo stesso principio non varrebbe per i musulmani?

Perché la colpa collettiva sarebbe un lusso che ci possiamo permettere solo quando si tratta di noi occidentali, bianchi, europei?

È una domanda che brucia, e che nessuno di quelli che sventolano la bandiera del “genocidio” osa porsi.

Questa riflessione nasce da un’esigenza di coerenza morale e di chiarezza intellettuale, poiché troppo spesso assistiamo a un doppio standard nella condanna delle responsabilità collettive.

Se davvero riteniamo che le azioni di uno Stato o di un gruppo politico possano e debbano coinvolgere tutta la comunità di appartenenza, allora dobbiamo estendere tale principio a tutte le realtà, senza riserve o selezioni arbitrariamente motivate.

Prendiamo il caso di Israele e dell’Occidente: secondo molti critici, essi sarebbero collettivamente responsabili delle ingiustizie e delle violenze perpetrate a Gaza.

Questo concetto, se applicato con rigore, implica una presa di responsabilità etica e politica molto ampia, ma soprattutto generalizzata.

Tuttavia, se applichiamo lo stesso ragionamento agli altri contesti politici e culturali, emergono fatti difficili da ignorare.

Il regime iraniano, quello talebano in Afghanistan, le oppressionidirettegerenzealtro ancora nelle terre a maggioranza musulmana sembrano essere perlopiù ignorate o minimizzate da coloro che, invece, non si stancano di indicare esclusivamente l’Occidente come colpevole unico.

Non vediamo folle arrabbiate e manifestazioni imponenti a Tunisi o al Cairo contro le trasformazioni peggiorative imposte dai talebani; non sentiamo una mobilitazione massiccia di musulmani che si ribellino pubblicamente contro le esecuzioni sommarie in Iran, o contro la persecuzione di minoranze religiose in Sudan.

Le strade rimangono silenziose, e i paladini dell’indignazione globale sembrano accettare tacitamente questo mutismo.

Dove sono le marce, i cortei, le condanne ufficiali contro queste derive oppressive?

La loro assenza non può essere letta solo nei termini di un problema interno alle società interessate, ma deve interrogarci sul perché certi temi scatenano reazioni a senso unico.

Forse, e questa è una conclusione inevitabile, questo silenzio è complicità.

La complicità di chi sceglie di non vedere, di non intervenire, di non denunciare ciò che contraddice una narrazione egemonica che vuole l’Occidente come il principale colpevole e gli altri come vittime o, nella migliore delle ipotesi, come casi isolati e marginali.

A chi sostiene che applicare la responsabilità collettiva in senso universale significherebbe cadere nella generalizzazione e nell’ingiustizia, va ricordato che proprio la coerenza intellettuale impone di verificare se questa regola venga applicata equamente.

Perché se a uno Stato occidentale si imputa la colpa per le azioni di alcune sue componenti politiche, allora anche agli Stati e ai gruppi dal mondo islamico va riconosciuta una simile responsabilità sociale.

Le idee di giustizia e moralità non possono essere manipolate come strumenti di potere e propaganda, altrimenti perdono ogni valore.

L’ipocrisia emerge soprattutto quando la denuncia si ferma davanti al confine dell’Occidente, mentre si tace sulle atrocità compiute nei paesi musulmani stessi.

Se infatti la colpa collettiva rappresenta un paradigma valido solo per gli occidentali, bianchi e cristiani, mentre per gli altri popoli vige la regola dell’eccezione individuale, allora siamo di fronte a una pericolosa discriminazione ideologica.

Questa doppia morale – tutta costruita su base etnica e culturale – mina le fondamenta di qualsiasi discorso sui diritti umani e sulla responsabilità politica universale.

L’ideologia, oggi, sembra essere il solo padrone di buona parte del dibattito pubblico e mediatico.

Essa trasforma la richiesta di responsabilità da strumento di giustizia in arma di potere, piegando la verità per manipolare l’opinione pubblica e mantenere determinati equilibri geopolitici.

Mentre l’Occidente viene costantemente chiamato a rispondere per le colpe storiche e presenti, altre realtà vengono difese acriticamente o ignorate, alimentando così un sistema di accuse selettive e di sicuri privilegi morali.

Se vogliamo veramente aspirare a una giustizia globale, dobbiamo prima di tutto smascherare e superare queste ambiguità e incoerenze.

Dobbiamo pretendere che i principi di responsabilità collettiva siano applicati in maniera omogenea, senza distinzioni basate sull’origine geografica, religiosa o culturale.

Solo così potremo costruire un discorso morale che sia credibile e non un semplice strumento di esclusione o di denigrazione.

In definitiva, cari moralisti e paladini della giustizia, la domanda rimane semplice e urgente: certi standard valgono solo per gli europei?

La colpa collettiva è un concetto che si applica esclusivamente a noi, mentre per gli altri vale la regola della non generalizzazione?

Perché se un occidentale sbaglia, nel presente o nel passato, siamo tutti colpevoli; ma se un musulmano sbaglia, nel presente o nel passato, è solo un individuo, una deviazione, un’eccezione?

Questa disparità di trattamento è grottesca, evidente e inaccettabile.

Il tempo delle ambiguità è finito.

Se vogliamo davvero lottare contro ogni forma di ingiustizia, dobbiamo farlo riconoscendo a tutti gli uomini e a tutti i popoli gli stessi diritti e doveri morali.

Altrimenti, continueremo a essere vittime e complici di un sistema che usa la morale come arma, anziché come guida.

Solo allora potremo sperare in un mondo più equo, coerente e giusto.

Di Admin

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