Dopo mesi di insulti e attacchi privi di fondamento rivolti al ministro Carlo Nordio per la sua decisione sull’espulsione dall’Italia del torturatore libico Almasri, la sentenza della Corte Costituzionale ha finalmente messo le cose in chiaro: il ministro ha semplicemente applicato una legge vigente sin dal 2012.

Questa vicenda, che ha visto protagonista una figura riprovevole e il dibattito politico italiano, offre purtroppo uno spaccato emblematico della crisi istituzionale e del degrado morale che affligge parte della nostra classe politica.

Le accuse mosse dalla sinistra e da alcuni gruppi politici come M5S, AVS e PD – venti mesi di contumelie, diffamazioni e falsità – sono state smentite da un organo supremo dello Stato, che ha reso un giudizio impietoso ma giusto e imparziale.

Non si tratta qui di opinioni o di interpretazioni politiche, ma dell’applicazione di una legge chiara, approvata anni fa, che ha trovato la sua legittimazione nella Consulta.

Chi pretendeva una disapplicazione arbitraria della norma si è rivelato non solo irrispettoso delle istituzioni, ma anche privo di senso dello Stato e dei suoi princìpi fondamentali.

È facile predicare cambiamenti legislativi quando si è all’opposizione o quando si mettono in discussione le decisioni altrui dall’alto di un comodo pulpito ideologico.

Il fatto è che la sinistra italiana ha avuto abbondantemente il tempo – più di dieci anni – per modificare la legge in questione, se davvero la riteneva ingiusta o inadeguata.

Non l’ha fatto.

E ora, dopo aver promosso campagne di disinformazione e calunnia contro Nordio e il suo operato, pretendere richieste di eccezioni speciali o di favoritismi rappresenta un atteggiamento vergognoso e incoerente.

Il caso di Almasri non è un episodio isolato: riflette con chiarezza come alcune forze politiche italiane reagiscano a tutte le situazioni che non possono strumentalizzare a loro piacimento, preferendo il rumore e la polemica alla discussione seria e rispettosa.

La politica non dovrebbe essere una battaglia di insulti e bassezze personali, ma un confronto civile basato su fatti, leggi e rispetto reciproco.

Quando questo manca, si perde qualsiasi credibilità e autorevolezza.

Ora, giunti a questo punto, sarebbe doveroso da parte di quei “geni incompresi” che hanno prodotto un diluvio di menzogne e attacchi personali nei confronti del ministro Nordio – esponenti politici che dovrebbero invece essere esempio di serietà e responsabilità – presentare pubblicamente le proprie scuse.

Solo così potranno dimostrare di avere un minimo di decoro istituzionale e il benché minimo senso delle istituzioni.

Chiedere scusa non è mai segno di debolezza, ma di forza e di maturità politica.

Che questa vicenda sia monito per il futuro: la legge va rispettata fino a quando non viene cambiata secondo le procedure previste.

Pretendere il contrario significa negare lo Stato di diritto e legittimare una politica fondata sull’arbitrio e sull’individualismo esasperato.

Le istituzioni italiane sono troppo importanti per lasciarle nelle mani di chi le calpesta con leggerezza, senza alcun rispetto per i cittadini e per i principi su cui si basa la nostra democrazia.

In conclusione, la conferma della legittimità dell’operato di Carlo Nordio da parte della Consulta restituisce dignità a uno Stato che qualche mese fa sembrava piegato dalla confusione e dal pressapochismo delle opposizioni.

È ora che su questo tema, come su molti altri, la politica torni a parlare con responsabilità, onestà e soprattutto rispetto verso le leggi e le istituzioni.

Solo così potremo sperare in un’Italia più giusta, più seria e – soprattutto – più credibile agli occhi dei propri cittadini e della comunità internazionale.

Di Admin

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