Il sette per cento non è solo un numero da mettere in un archivio di statistiche elettorali; è, piuttosto, una confessione collettiva mascherata da dato freddo e oggettivo.

È questa la cifra che mostra con chiarezza quello che da tempo si dice nei posti più nascosti della società, nei bar, nei cortili, negli angoli più lontani delle città e dei paesi italiani.

Non è il risultato di una scoperta recente né del genio creativo di Roberto Vannacci o di chiunque altro abbia saputo tradurre quei sentimenti in slogan, simboli e programmi politici: a ben vedere, l’idea stessa dietro quel sette per cento è stata solo liberata dalla morsa dell’ipocrisia e della censura sociale, è stata vestita con un’uniforme, armata di un lessico militare e dotata di una grammatica spicciola che è passata per pensiero strutturato.

E milioni di italiani vi si sono specchiati riconoscendo in quella lingua aggressiva e semplificatrice la propria voce interiorizzata da sempre nascosta e temuta ma finalmente – e pericolosamente – autorizzata a emergere allo scoperto.

Non stiamo parlando di un partito qualsiasi ma di una fetta significativa della popolazione che chiamata a esprimersi nell’anonimato di una cabina elettorale ha scelto di dire “sì” a un’ideologia che affonda le radici in una forma di superiorità ordinaria in un sospetto radicale verso l’“altro” nel rimpianto d’un’Italia monoculturale che se mai è esistita è stata solo costruzione nostalgica d’chi sogna d’inventarla oggi a posteriori.

Quel voto è manifesto dell’identità collettiva così come si presenta: diffidente chiusa desiderosa d’frontiere nuove e vecchie recinzioni che separino “noi” dai “loro”.

È espressione d’una voglia controllo sociale e culturale tradotta in politica; questo basta spazzare via ogni tentativo superficiale sminuirne portata con etichetta “marginale”.
Nel panorama politico italiano il centrodestra sembra incapace guardarsi in faccia senza smorfia incredulità imbarazzo.

La Lega un tempo simbolo certa radicalità indietreggia proprio mentre Vannacci e sua espressione politica ne raccolgono eredità più estrema.

La destra governativa si trova divisa spaccata tra chi vorrebbe cavalcare questo consenso e chi ne teme il marchio indelebile come se fosse possibile appropriarsi dei voti senza assumerne il bagaglio ideologico fatto d’intolleranza e chiusura.

Questo equivoco alla radice molte contraddizioni.

Non si può selezionare il consenso senza includerne anche i contenuti le paure le pulsioni che lo alimentano.

L’illusione poter aprire porta al consenso tossico senza lasciar entrare anche la sua ideologia destinata infrangersi.
Non è una deviazione momentanea, un errore di percorso da cui ripartire; è piuttosto la conseguenza fisiologica di un sistema politico e culturale che, per anni, ha tollerato e addomesticato l’intolleranza sotto il nome rassicurante di “libertà di opinione”.

Ha permesso che il germe della xenofobia, del razzismo e del nazionalismo esclusivo germogliasse tra le pieghe della libertà democratica, contaminandola dall’interno.

Ora quella mancanza di governo, quell’incapacità di porre limiti netti all’estremismo, si manifesta nei risultati elettorali con una cifra che dovrebbe inquietare anziché consolare: il sette per cento.

Oggi questo consenso appare contenuto, ancora marginale agli occhi distratti di molti.

Ma è proprio questa valutazione errata a essere il pericolo più grande perché ogni volta che normalizziamo una dose d’intolleranza stabiliamo la base più bassa da cui partirà l’escalation del giorno dopo.

La storia politica insegna che i movimenti estremisti crescono piano un voto alla volta un piccolo passo dopo l’altro fino a diventare ingovernabili.
Chi ride e deride questo sette per cento trascurando la profondità dell’abisso in cui da decenni si scava comodamente mese dopo mese elezione dopo elezione sta semplicemente ignorando la realtà di un paese che per troppo tempo ha chiuso gli occhi.

Un paese dove il linguaggio dell’odio è stato spacciato per satira la discriminazione per opinione legittima la paura del diverso per amore della patria.

E ora quel sette percento è la fotografia sconcertante di un malessere sociale che rischia di travolgere le fondamenta della nostra convivenza civile.
L’intera classe dirigente politica culturale intellettuale è chiamata a una riflessione profonda e a una presa di responsabilità. Non basta più bollare come marginale ciò che è in realtà il sintomo di un fenomeno ampio e radicato.

Non possiamo permetterci di sottovalutare ciò che oggi sembra poco più di una percentuale perché è la soglia minima d’un’emergenza democratica che minaccia d’espandersi se non fermata con fermezza e coraggio.

Se la democrazia deve sopravvivere e non ridursi a un teatro d’populismi e divisioni allora sarà necessario innanzitutto riconoscere l’urgenza d questo problema affrontandolo senza ipocrisie né timidezze con politiche che promuovano inclusione educazione civica dialogo ma anche con una netta condanna e azione decisa contro ogni forma d’odio discriminazione.
In definitiva il sette percento non è soltanto un numero: è una domanda urgente inquietante che ci interpella tutti.

È manifestazione d’un’Italia ch’a volte non vuol vedere se stessa ma ch’non può più permettersi d’ignorare ciò ch’è ormai emerso dal silenzio.

Resta a noi scegliere se continuare a fingere sorpresa o se finalmente prendere atto della realtà ed agire con forza necessaria per evitare ch’el sette percento diventi volano d’una spirale pericolosa ed irreversibile.

Di Admin

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