
Quando il merito lascia spazio alle raccomandazioni, perde la sanità pubblica
In una democrazia moderna il merito non dovrebbe essere uno slogan, ma il criterio fondamentale con cui si scelgono le persone, si assegnano gli incarichi e si amministrano le risorse pubbliche.
Nella sanità più che in qualsiasi altro settore questa regola dovrebbe essere intangibile.
Qui non si gestiscono soltanto bilanci, uffici e carriere: si decide sulla salute dei cittadini, sulla qualità delle cure, sulla sicurezza dei pazienti e sulla dignità di chi ogni giorno entra in un ospedale, in un ambulatorio o in una struttura territoriale.
Eppure troppo spesso il merito sembra lasciare spazio alle raccomandazioni.
Non sempre in forme evidenti o apertamente illegali.
Più spesso attraverso reti di conoscenze pressioni politiche appartenenze segnalazioni informali corsie preferenziali meccanismi opachi che finiscono per premiare non chi è più competente ma chi è meglio collegato.

È una pratica che può assumere molte forme: un incarico affidato senza una selezione davvero trasparente; un concorso costruito attorno a un candidato; una progressione di carriera condizionata dalle relazioni; una consulenza assegnata sempre alle stesse persone; una procedura amministrativa accelerata per alcuni e rallentata per altri.
Il problema non riguarda solo chi riceve un vantaggio ma tutti gli altri.
Riguarda chi studia si forma supera esami accumula esperienza lavora con serietà e attende il proprio turno confidando nelle regole.

Riguarda i professionisti che davanti a un sistema percepito come già deciso finiscono per chiedersi se valga ancora la pena impegnarsi.
Riguarda i giovani che abbandonano il territorio perché non vedono opportunità fondate sulle competenze.
E riguarda soprattutto i cittadini che hanno diritto di essere curati da persone selezionate per capacità preparazione e responsabilità non per vicinanza a questo o quel centro di potere. Il cittadino non è un suddito
Il cittadino che lavora produce paga le tasse e rispetta le leggi non chiede privilegi ma rispetto del principio di uguaglianza: chiede che le stesse regole valgano per tutti; per chi ha un cognome importante e per chi non ha conoscenze; per chi può telefonare a un dirigente e per chi conosce soltanto gli sportelli pubblici; per chi ha accesso ai palazzi e per chi aspetta mesi una risposta.
Questa richiesta non è populismo ma è il fondamento stesso della fiducia nelle istituzioni.
Ogni volta che una persona ottiene un trattamento di favore senza ragione oggettiva qualcun altro vede sottratto un diritto o un’opportunità.
Ogni volta che una graduatoria viene interpretata con criteri diversi a seconda dei rapporti personali la pubblica amministrazione perde imparzialità.
Ogni volta che un cittadino è costretto a cercare “intermediario” per ottenere ciò che gli spetterebbe normalmente lo Stato appare debole ingiusto.
La raccomandazione non è solo una scorciatoia individuale, ma un sistema che produce disuguaglianza.
Trasforma un diritto in un favore, una procedura in una concessione, un servizio pubblico in una rete di relazioni.
Chi non ha agganci parte sempre svantaggiato; chi ha conoscenze influenti può avere tempi più rapidi, informazioni riservate, accessi privilegiati o opportunità che dovrebbero essere per tutti.
In questo modo si rompe il patto civile: il cittadino non si sente più titolare di diritti ma dipendente dalla benevolenza di qualcuno.
Quando il rapporto con le istituzioni è basato sulla ricerca del favore, la legalità diventa fragile e il potere personale assume un peso sproporzionato.
## In sanità il danno è ancora più grave
In molti settori le raccomandazioni producono ingiustizia e inefficienza; in sanità possono avere conseguenze più drammatiche.
Se un incarico viene dato a una persona meno preparata non si compromette solo l’organizzazione di un ufficio: si può compromettere la qualità dell’assistenza.
Se un professionista viene promosso non per le sue competenze ma per le sue relazioni, il costo può ricadere sui pazienti e sull’intero sistema.
La sanità è una macchina complessa che richiede competenze cliniche, capacità manageriali, conoscenza delle procedure, attitudine al lavoro di squadra, aggiornamento continuo e senso della responsabilità.
Nessun ospedale può funzionare bene se le posizioni decisionali vengono occupate secondo logiche diverse dalla professionalità; nessun servizio territoriale può rispondere ai bisogni della popolazione se chi lo dirige è stato scelto principalmente per appartenenza.
A volte si tende a minimizzare sostenendo che la competenza non sia misurabile con assoluta precisione o che ogni scelta abbia inevitabilmente una componente fiduciaria.
È vero che la valutazione delle professionalità non è sempre semplice; proprio per questo servono criteri chiari documentati e verificabili.
La difficoltà della valutazione non può diventare giustificazione per l’opacità.
La discrezionalità non deve trasformarsi in arbitrarietà: un dirigente può certamente compiere una scelta ma deve poterla motivare; un’amministrazione può individuare un profilo professionale specifico ma deve dimostrare perché quel profilo sia necessario e perché il candidato prescelto sia il più adeguato.
Le procedure possono essere flessibili ma non devono essere costruite per rendere invisibile il favoritismo.
La qualità della sanità dipende anche dalla qualità delle decisioni amministrative: un reparto ha bisogno di medici e infermieri preparati ma anche di responsabili capaci d’organizzare turni risorse acquisti percorsi cura gestione emergenze.
Un sistema sanitario efficiente non può permettersi che le competenze siano subordinate alle relazioni.
Il consiglio fa un doppio errore.
Il primo errore è quello della scelta.
Si prende una persona che non è detto sia la migliore.
Il secondo errore è quello della spinta a fare bene.
Chi vede una scelta che sembra ingiusta capisce subito che il suo sforzo non basta.
Da quel momento, il sistema perde forze e talenti.
Un giovane che ha studiato per anni, ha fatto una specializzazione, lavora con contratti a tempo e cerca di costruire il suo futuro può accettare una sconfitta se la vede come il frutto di una gara giusta. Può migliorarsi, formarsi, riprovare.
Ma se sente che il posto era già dato, la sconfitta ha un altro senso: non è un giudizio sulle sue doti, è la prova che le doti contano meno delle conoscenze.
Questo porta a frustrazione, cinismo e fuga.
I più bravi cercano chance altrove, spesso all’estero o in posti dove pensano di avere più possibilità.
Il posto perde esperti, gli ospedali si svuotano e la formazione pagata dalla gente non porta vantaggio alla comunità.
A restare sono anche persone in gamba che però imparano a vivere con le regole del sistema. Alcuni si arrendono, altri cercano anche loro aiuti.
Così la raccomandazione si nutre da sola: non più come eccezione ma come presunta regola del gioco.
Chi non vuole adattarsi rischia di essere visto come sciocco; chi si adatta viene mostrato come realistico.
Ma un sistema che costringe le persone oneste a diventare simili a quelle che criticano non è un sistema sano.
È un sistema che premia il conformismo e punisce l’indipendenza.
La trasparenza viene spesso vista in modo burocratico: pubblicare un bando, una lista di chi ha vinto, un verbale e una decisione presa da qualcuno.
Tutto questo serve ma non basta! Una procedura può essere formalmente aperta e sostanzialmente chiusa.
La vera trasparenza vuole che i cittadini possano capire come si è arrivati a una scelta!
Devono essere noti i criteri di selezione i punteggi le motivazioni i curricula eventuali conflitti d’interesse e le responsabilità di chi ha valutato!
I documenti devono essere accessibili leggibili e pubblicati in tempi utili!
Non nascosti in sezioni difficili da consultare o resi disponibili quando ogni contestazione è ormai inutile!
Anche le commissioni devono dare garanzie di autonomia!
Non basta dire l’assenza di incompatibilità formali; bisogna controllare se ci sono rapporti tali da compromettere l’imparzialità perceputa e reale della selezione! La fiducia si costruisce
