
# I Giovani del PD hanno pubblicato un post celebrativo su Fidel Castro.
Una scelta curiosa, soprattutto in un’epoca in cui i partiti progressisti dichiarano di avere a cuore i diritti civili, il pluralismo, la libertà di stampa, l’autodeterminazione individuale e, in generale, tutto ciò che consente alle persone di non dover chiedere il permesso allo Stato prima di pensare.
Ma evidentemente esistono delle eccezioni.

E una di queste sembra essere rappresentata da Fidel Castro: il leader che, a seconda delle necessità narrative, può essere trasformato in “rivoluzionario”, “simbolo di emancipazione”, “campione dell’anti-imperialismo” o, con un piccolo sforzo di fantasia, persino in icona compatibile con la sensibilità progressista contemporanea.

La domanda, allora, sorge spontanea: la memoria storica è diventata un optional?
Un accessorio da indossare nelle giornate della memoria, salvo poi riporlo nell’armadio quando rischia di disturbare una narrazione politicamente gradevole?
Perché Castro non è un’icona pop.
Non è un personaggio da poster universitario, da maglietta vintage o da citazione condivisa sui social tra una foto del Che e una riflessione sulla giustizia sociale.
È stato il capo di una dittatura a partito unico.
Una dittatura nella quale il potere non si alternava, la stampa non era libera, l’opposizione non era considerata una componente fisiologica della democrazia e i cittadini non godevano esattamente della libertà di organizzare un dissenso, fondare un giornale o candidarsi contro il governo.
Dettagli, evidentemente.
Piccole imperfezioni del progetto.
Come una crepa nel soffitto di una casa che, secondo la brochure, rappresenta “un modello di emancipazione collettiva”.
Il problema non è che Cuba venga studiata.
Anzi: va studiata.
Il problema è che venga celebrata senza contesto.
Perché studiare una figura storica significa analizzarne luci e ombre; celebrarla significa selezionare le luci, mettere le ombre dietro una tenda e sperare che nessuno chieda di aprire la finestra.
E con Castro le ombre non sono esattamente dettagli marginali.
Ci sono stati prigionieri politici incarcerati per reati d’opinione.
Persone finite in carcere non perché avessero commesso violenze, ma perché avevano contestato il regime, organizzato attività indipendenti o espresso idee non autorizzate.
In un sistema democratico, il dissenso è un diritto.
In una dittatura, è un problema amministrativo: si risolve con una condanna, una detenzione, un processo costruito o una visita discreta della polizia politica.
C’era la censura sistematica della stampa, delle radio e delle università.
Naturalmente, quando la censura viene esercitata da un governo considerato “amico”, non si chiama sempre censura.
Può diventare “difesa della sovranità nazionale”, “protezione dagli interessi stranieri”, “contrasto alla propaganda imperialista”.
La parola cambia, la libertà resta assente.
È una delle magie più riuscite della politica ideologica: trasformare la repressione in autodifesa e il controllo in emancipazione.
Se chiudono un giornale a Parigi, è un attacco alla democrazia.
Se lo fanno a L’Avana, magari è una misura necessaria contro le ingerenze esterne.
Se un’università occidentale espelle uno studente per le sue idee, si grida allo scandalo.
Se un regime socialista controlla il dibattito accademico, si parla di “indirizzo culturale”.
La coerenza, del resto, è una disciplina olimpica alla quale molti commentatori politici partecipano senza mai riuscire a qualificarsi.
Poi c’era la persecuzione degli oppositori.
Anche qui, non stiamo parlando di un’interpretazione malevola inventata da qualche nostalgico della Guerra fredda.
Stiamo parlando di una pratica strutturale dei regimi autoritari: impedire l’organizzazione del dissenso, sorvegliare gli avversari, minacciare le famiglie, limitare le possibilità di lavoro, impedire la partecipazione politica, incarcerare chi non si adegua.
Tutto questo, però, può essere archiviato con una frase formidabile: “Sì, ma ha resistito all’imperialismo americano”.
È il passepartout universale.
Una formula che apre ogni porta, compresa quella della rimozione storica.
Castro è stato a capo di un regime repressivo?
Sì, ma l’embargo.
Ha limitato la libertà di stampa?
Sì, ma gli Stati Uniti.
Ha perseguitato gli oppositori?
Sì, ma la sovranità nazionale.
Ha impedito a molti cittadini di espatriare liberamente?
Sì, ma il contesto geopolitico.
Ha governato per decenni senza elezioni realmente competitive?
Sì, ma la Rivoluzione.
È quasi commovente osservare la rapidità con cui il “contesto” si trasforma in un detergente universale.
Basta spruzzarne un po’ sulla storia e le responsabilità evaporano.
Il carcere diventa una “risposta alle provocazioni”.
La censura diventa “difesa dall’aggressione”.
Il partito unico diventa “unità popolare”.
Il culto del leader diventa “rapporto organico con le masse”.
In questo modo, qualsiasi atrocità può essere rivalutata come una scelta difficile, purché compiuta dalla parte giusta.
La limitazione della libertà religiosa, poi, appartiene alla categoria delle questioni che vengono ricordate solo quando fanno comodo.
Nei racconti celebrativi, le rivoluzioni sono sempre popolo, istruzione, sanità e giustizia.
Le persone concrete, con la loro fede, le loro convinzioni e il diritto di organizzarsi al di fuori dello Stato, tendono a sparire.
Perché la libertà religiosa è una libertà individuale, e le libertà individuali sono spesso sospette quando il progetto politico pretende di costruire un essere umano nuovo.
L’essere umano nuovo, curiosamente, sembra avere sempre bisogno di un funzionario che gli spieghi cosa pensare.
Anche i divieti di espatrio e il controllo sulla vita dei cittadini dovrebbero essere sufficienti a interrompere qualsiasi celebrazione disinvolta.
Un governo che impedisce alle persone di lasciare liberamente il Paese non sta semplicemente amministrando una società complessa.
Sta affermando che lo Stato possiede una quota della vita dei suoi cittadini.
Puoi lavorare, studiare, amare, parlare e magari persino ridere, ma solo entro i confini stabiliti dal potere.
E se provi ad andartene, improvvisamente la tua libertà diventa un problema di sicurezza nazionale.
È difficile conciliare tutto questo con la retorica progressista dei diritti.
Ma forse basta cambiare la grafica del post: una foto in bianco e nero, una citazione sulla dignità, qualche riferimento alla giustizia sociale e il gioco è fatto.
La repressione non scompare, ma viene resa esteticamente meno ingombrante.
Il punto non è sostenere che nella storia di Cuba non esistano aspetti da analizzare.
Esistono.
La rivoluzione cubana ha avuto un enorme impatto politico e simbolico.
Ha rappresentato, per milioni di persone, la possibilità di sfidare una potenza dominante e di costruire un sistema alternativo.
Cuba ha ottenuto risultati significativi in alcuni ambiti sociali, soprattutto se confrontata con le condizioni precedenti e con altri Paesi dell’area.
Anche questo fa parte della storia.
Ma proprio perché la storia è complessa, non è un catalogo di santini.
Si possono riconoscere alcuni risultati senza trasformare un dittatore in un benefattore.
Si può criticare l’embargo statunitense senza assolvere il governo cubano.
Si può condannare l’imperialismo senza applaudire il totalitarismo.
Si può apprezzare una politica sanitaria senza fingere che la salute pubblica renda superflua la libertà di parola.
Si può riconoscere l’alfabetizzazione senza sostenere che il diritto a leggere elimini il diritto a dissentire.
Sembra elementare.
Così elementare da diventare quasi rivoluzionario.
Eppure una parte della sinistra continua a inciampare nello stesso riflesso condizionato: basta pronunciare le parole “giustizia sociale”, “popolo”, “emancipazione” o “anti-imperialismo” e il resto sparisce magicamente dal quadro.
La repressione?
Un eccesso.
Il carcere politico?
Una leggenda propagandistica.
La censura?
Una necessità.
La persecuzione degli oppositori?
Una risposta alla destabilizzazione.
Il partito unico?
Una fase storica.
L’assenza di libertà?
Un difetto secondario rispetto alle conquiste sociali.
È una forma di relativismo morale piuttosto selettiva. ..
