
Una critica all’illusione della dittatura emancipatrice
Quando crollò l’Unione Sovietica avevo ventiquattro anni.
Per molti della mia generazione, quel momento rappresentò la fine di un mondo, ma anche l’occasione per porre domande che per decenni erano state eluse.
La principale era semplice: se il comunismo pretendeva di essere il sistema più giusto e più umano della storia, perché aveva prodotto partito unico, polizia politica, censura, deportazioni, carestie organizzate, campi di lavoro e una nomenklatura privilegiata?
La risposta che ci veniva ripetuta era altrettanto semplice: quello sovietico non era il vero comunismo.
Stalin era una deviazione.
L’Unione Sovietica aveva tradito Marx.
Cuba non era il vero socialismo.
La Cina non era il vero comunismo.
Ogni fallimento, ogni crimine, ogni forma di oppressione veniva attribuita a una contaminazione esterna, a un leader malvagio, a una particolare congiuntura storica.
Il comunismo autentico, quello puro, restava sempre altrove: nel futuro, nei testi, nelle intenzioni.
Era una formula perfetta perché non poteva essere smentita dai fatti.
Ogni esperienza concreta veniva dichiarata illegittima; ogni critica veniva respinta come propaganda borghese; ogni vittima diventava un dettaglio doloroso ma secondario rispetto alla grande promessa dell’emancipazione universale.
Il comunismo esisteva soltanto come ideale, mentre tutte le sue realizzazioni storiche venivano assolte in anticipo dall’accusa di non averlo mai incarnato davvero. Oggi quella narrazione mostra tutta la sua fragilità.
Di fronte all’aggressione russa all’Ucraina, alla repressione cinese, alla teocrazia iraniana e al terrorismo islamista, una parte di coloro che per anni si sono definiti comunisti si schiera sistematicamente con i nemici dell’Occidente liberale.
Non sempre lo fa dichiarandosi apertamente favorevole alla dittatura.

Più spesso utilizza un linguaggio apparentemente nobile: denuncia il doppio standard, parla di imperialismo occidentale, invoca la pace, accusa le democrazie di essere responsabili delle guerre che subiscono o contrastano. Il problema non è criticare gli Stati Uniti, l’Europa, Israele o le politiche occidentali.
Una democrazia non è un sistema perfetto e deve poter essere sottoposta a critica permanente. Il problema nasce quando la critica all’Occidente diventa una giustificazione, esplicita o implicita, per regimi e movimenti che negano precisamente quei principi di libertà, pluralismo e dignità umana che la sinistra dovrebbe difendere: libertà di parola, uguaglianza davanti alla legge, diritti delle donne, autodeterminazione individuale, alternanza politica, separazione tra religione e Stato, tutela delle minoranze.
In questi casi non ci troviamo più davanti a una posizione antimperialista, ma a una forma di antioccidentalismo selettivo.
L’Occidente viene considerato colpevole per definizione, mentre i suoi avversari vengono descritti come vittime, resistenti o interlocutori legittimi, indipendentemente da ciò che fanno.
L’invasione russa diventa una “reazione” all’espansione della NATO; la repressione cinese viene trattata come una questione interna; la teocrazia iraniana come un argine all’imperialismo; Hamas come un movimento di liberazione, anche quando massacra civili, prende ostaggi e costruisce la propria strategia politica sulla distruzione di Israele e sulla subordinazione della popolazione palestinese alla guerra.
Questa impostazione non è un incidente recente.
Ha radici profonde.
Per una parte del comunismo novecentesco, la libertà non era un valore universale, ma uno strumento di classe.
Il pluralismo non era una garanzia per tutti, ma un inganno della borghesia.
Le elezioni non erano un modo per limitare il potere, bensì una forma di manipolazione.
La stampa libera era ritenuta libera soltanto per i proprietari dei giornali, mentre la censura rivoluzionaria veniva presentata come una necessità provvisoria.
La parola decisiva era “transizione”.
In nome della transizione verso la società senza classi, tutto poteva essere sospeso: i diritti individuali, le garanzie giuridiche, la divisione dei poteri, la libertà di associazione. Il provvisorio diventava permanente.
La dittatura del partito veniva giustificata come dittatura del proletariato; la dittatura del proletariato si trasformava nella dittatura dell’apparato; l’apparato si concentrava nelle mani del leader.
Alla fine, il popolo veniva continuamente evocato e sistematicamente escluso dalle decisioni reali.
Non è necessario sostenere che ogni comunista fosse personalmente un aspirante tiranno.
Molti aderirono a quell’ideologia per ragioni sincere: desiderio di giustizia, rifiuto della miseria, indignazione contro lo sfruttamento, solidarietà con gli oppressi.
Ma le intenzioni individuali non cancellano la logica interna di un sistema.
Un progetto politico va giudicato anche dagli strumenti che considera legittimi e dalle istituzioni che costruisce.
Se per realizzare l’emancipazione si ritiene indispensabile concentrare ogni potere nelle mani di un partito unico, eliminare il dissenso e subordinare la verità alla ragion di Stato, il risultato non può essere definito una semplice deviazione casuale.
Stalin non fu soltanto un mostro personale che tradì un progetto altrimenti limpido.
Fu anche il prodotto di una struttura politica fondata sull’idea che il partito possedesse una verità storica superiore e avesse quindi il diritto di imporla.
Il terrore non fu un corpo estraneo caduto dall’esterno sul comunismo sovietico.
Fu uno degli strumenti attraverso i quali quel potere cercò di trasformare la società.
Le purghe, i processi farsa, la collettivizzazione forzata, il controllo capillare e la repressione del dissenso non furono semplici errori amministrativi: furono manifestazioni di una concezione politica nella quale il fine dichiarato autorizzava qualunque mezzo.
Naturalmente, riconoscere questo fatto non significa negare le differenze tra Lenin e Stalin, né sostenere che ogni fase della storia sovietica sia stata identica. Significa però rifiutare l’alibi secondo cui il problema cominciò soltanto quando arrivò un leader particolarmente malvagio.
Un sistema che non prevede alternanza, opposizione indipendente, stampa libera e limiti effettivi al potere può produrre leader diversi, ma non può garantire la libertà.
Dipende dalla loro moderazione.
E un sistema politico che dipende dalla bontà del dittatore è già un sistema fallito.
Lo stesso vale per Cuba.
La rivoluzione cubana è stata per decenni romanticizzata come un’esperienza di dignità nazionale e giustizia sociale.
Ma nessun risultato nel campo dell’istruzione o della sanità può cancellare l’assenza di libertà politica, la persecuzione degli oppositori, la censura, la prigionia dei dissidenti e l’impossibilità per i cittadini di cambiare pacificamente il governo.
Una società non è libera perché lo Stato fornisce alcuni servizi; è libera quando le persone possono contestare chi governa senza rischiare il carcere.
Quanto alla Cina, la sua straordinaria crescita economica non dimostra la superiorità del comunismo.
Dimostra piuttosto la capacità di un regime autoritario di utilizzare il mercato, il commercio globale e l’iniziativa privata mantenendo il monopolio politico.
La Cina contemporanea è una potenza statale e nazionalista, non la realizzazione della società senza classi.
Il Partito comunista cinese conserva il nome, ma ha abbandonato gran parte della promessa economica originaria. Ciò che difende è soprattutto il proprio potere, sostenuto da sorveglianza tecnologica, censura e repressione.
Qui emerge un punto spesso rimosso: il comunismo storico non è stato soltanto un ideale di uguaglianza economica.
È stato anche una forma di organizzazione del potere.
E quella forma di potere tendeva alla centralizzazione, alla disciplina, alla subordinazione dell’individuo al collettivo e del collettivo al partito.
Il linguaggio dell’uguaglianza poteva convivere con gerarchie rigidissime; quello della solidarietà con la persecuzione; quello dell’internazionalismo con il nazionalismo imperiale.
Per questo è sbagliato identificare automaticamente la sinistra con il comunismo.
La sinistra democratica ha origini diverse e possiede una tradizione plurale: socialismo riformista, socialdemocrazia, liberalismo sociale, movimento operaio democratico, mutualismo, cooperativismo, repubblicanesimo.
In queste correnti esiste una tensione autentica tra uguaglianza e libertà.
