Un’ipotesi che dice molto più del partito che del giornalista Per ora è soltanto un’ipotesi.

Un’idea priva di conferme ufficiali, alimentata da una partecipazione pubblica e da una frase che, più di molte dichiarazioni formali, ha contribuito a riaccendere il dibattito.

Sigfrido Ranucci, conduttore di *Report*, potrebbe approdare ad Alleanza Verdi e Sinistra?

La domanda circola dopo la sua presenza alla festa di Avs a Testaccio e, soprattutto, dopo l’auspicio espresso da Mimmo Lucano: «Non so se Avs lo candida, ma io spero che prima o poi lo faràᄏ.

Il leader di Europa Verde Angelo Bonelli ha smentito l’ipotesi.

E, allo stato attuale, la smentita va registrata per quello che è: non esiste alcuna candidatura ufficiale. Trasformare un augurio in una decisione politica sarebbe scorretto, così come sarebbe prematuro presentare Ranucci come futuro parlamentare. Tuttavia, sarebbe altrettanto ingenuo fingere che il tema non esista.

In politica, spesso, le candidature cominciano proprio così: con un invito pubblico, una presenza a una manifestazione, un complimento ripetuto e la costruzione di un’immagine compatibile con la parte politica che potrebbe accogliere il personaggio. Il punto, quindi, non è soltanto capire se Ranucci sarà candidato.

Il punto è comprendere perché una candidatura del genere venga considerata naturale da una parte dell’area progressista e perché susciti, dall’altra, perplessità profonde.

### Il giornalista-testimone come risorsa politica

Da anni i partiti cercano figure esterne in grado di portare consenso, visibilità e una reputazione già costruita.

Il meccanismo è noto: un personaggio popolare, riconoscibile e associato a battaglie considerate “civili” viene inserito in lista con la promessa di rinnovare la politica.

Il problema è che la notorietà non coincide automaticamente con la competenza istituzionale, così come la capacità di condurre un programma televisivo non equivale alla capacità di legiferare.

Ranucci è un giornalista televisivo affermato. *Report* ha avuto il merito di occuparsi di temi spesso complessi, di sollevare interrogativi e di portare nell’opinione pubblica vicende che altrimenti sarebbero rimaste confinate in documenti tecnici o in brevi articoli di cronaca.

Ma il ruolo del giornalista d’inchiesta e quello del parlamentare sono diversi.

Il primo deve porre domande, verificare informazioni e sottoporre al pubblico fatti e ricostruzioni.

Il secondo deve assumere decisioni, mediare interessi, valutare costi e conseguenze, rispondere agli elettori e confrontarsi con regole, vincoli e responsabilità.

Non c’è nulla di illegittimo nel passaggio dal giornalismo alla politica.

La storia repubblicana è piena di esempi di professionisti che hanno intrapreso percorsi diversi.

Ma sarebbe un errore presentarlo come un automatismo virtuoso.

Un giornalista non diventa per ciò stesso un buon legislatore, così come un magistrato, un attore o un dirigente d’azienda non porta automaticamente in Parlamento le competenze necessarie per governare la complessità.

Nel caso di Ranucci, poi, il tema è ancora più delicato perché la sua figura pubblica è legata a un programma che si propone di smascherare contraddizioni, opacità e responsabilità altrui.

Una volta entrato in politica, il giornalista non sarebbe più osservatore esterno, ma parte in causa.

Ogni inchiesta, ogni intervista e ogni ricostruzione passata o futura verrebbero inevitabilmente riletti alla luce dell’appartenenza politica.

Non sarebbe necessariamente un problema in sé, ma richiederebbe una chiarezza che troppo spesso, nel dibattito italiano, viene sostituita da ambiguità interessate.

### Il confine tra informazione e militanza

Il successo di *Report* si basa anche su una precisa postura narrativa: la ricerca del retroscena, l’individuazione del responsabile, la denuncia dell’incoerenza.

È un approccio che può essere utile, perché il potere deve essere controllato e le istituzioni devono essere sottoposte a verifica.

Ma l’inchiesta televisiva non è una sentenza e la denuncia giornalistica non coincide con un accertamento giudiziario.

Proprio per questo, quando si parla di Ranucci come possibile candidato, diventa inevitabile discutere della credibilità del suo lavoro.

I detrattori lo accusano di selezionare i fatti in modo orientato, di costruire servizi attraverso ricostruzioni parziali e di attribuire a determinate vicende conclusioni più nette di quanto consentano le prove disponibili.

I sostenitori, al contrario, vedono in lui un giornalista coraggioso, sottoposto da anni agli attacchi di chi non gradisce le sue inchieste.

È bene evitare sia l’agiografia sia la demonizzazione.

Definire Ranucci un “bugiardo seriale” è un’accusa molto grave, che non può essere usata come semplice formula polemica senza indicare episodi precisi, errori documentati e responsabilità verificabili.

Allo stesso modo, definirlo un campione assoluto dell’indipendenza giornalistica non lo sottrae alla necessità di rispondere delle ricostruzioni proposte e degli eventuali errori. La critica deve essere circostanziata.

Se un servizio contiene inesattezze, si devono indicare quali siano, da dove emergano e quale conseguenza abbiano avuto.

Se invece si pretende di screditare il giornalista soltanto perché le sue inchieste colpiscono un’area politica sgradita, si finisce per sostituire l’analisi con l’insulto. Una discussione seria sulla possibile candidatura dovrebbe partire da qui: non dalla simpatia o dall’antipatia personale, ma dalla valutazione della sua cultura istituzionale, delle sue posizioni politiche e del modo in cui interpreta il rapporto tra informazione e potere.

### La strategia delle candidature mediatiche

Il possibile ingresso di Ranucci in Avs si inserirebbe in una strategia ormai consolidata: puntare su figure capaci di attirare attenzione e di rappresentare, simbolicamente, una determinata stagione politica.

È successo con esponenti del mondo della magistratura, dell’associazionismo, dell’attivismo e della comunicazione.

L’obiettivo è duplice: mobilitare l’elettorato più motivato e ampliare il bacino dei consensi oltre il perimetro tradizionale del partito.

Il rischio, però, è che il Parlamento venga trattato come una vetrina di riconoscibilità, non come il luogo nel quale si esercita una funzione legislativa.

Un volto noto può certamente ottenere voti, ma non è detto che sappia trasformare la popolarità in risultati.

Le candidature “di bandiera” spesso servono più al partito che al candidato: aumentano la visibilità, offrono un simbolo identitario e permettono di occupare il dibattito pubblico.

Il conto, tuttavia, può arrivare dopo, quando l’eletto deve confrontarsi con dossier tecnici, bilanci, regolamenti europei e compromessi parlamentari.

Avs, in particolare, ha costruito una parte significativa della propria identità intorno a temi come la redistribuzione della ricchezza, la patrimoniale, la transizione ecologica, il pacifismo e la critica alle politiche economiche dei governi.

Si tratta di posizioni legittime, che meritano un confronto nel merito. Ma la proposta politica non può esaurirsi nella denuncia dei privilegi altrui o nella rappresentazione moralistica della società.

Una patrimoniale, per esempio, non è soltanto uno slogan: richiede di stabilire quali patrimoni colpire, con quali aliquote, attraverso quali strumenti di accertamento e con quali effetti su investimenti, risparmio e competitività.

Lo stesso vale per le politiche ambientali, energetiche e industriali.

Se Ranucci dovesse essere candidato, sarebbe interessante capire quale contributo concreto intenderebbe offrire su questi temi.

La sua eventuale presenza non potrebbe essere giustificata soltanto dalla capacità di denunciare ciò che non funziona. In Parlamento servono proposte, numeri, priorità e responsabilità.

### Il precedente delle candidature controverse

Nel testo politico che accompagna le indiscrezioni su Ranucci vengono richiamati anche alcuni precedenti: Soumahoro e Ilaria Salis.

Il confronto è inevitabile, ma deve essere condotto con prudenza.

Le vicende personali e giudiziarie di ogni candidato hanno caratteristiche diverse e non possono essere ridotte a etichette come “sindacalista del lusso” o “picchiatrice per passione”.

Sono espressioni efficaci sul piano polemico, ma deboli sul piano dell’argoment

Di Admin

Lascia un commento

Scopri di più da Giornalesera.com

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere