L’attacco di Bonaccini, agli elettori di centrodestra tradisce la storia

Infatti dimentica il Sessantotto del «6 politico» e svela l’arroganza di una sinistra senza più maestri
L’uscita di Stefano Bonaccini è stata davvero sgradevole.
E non soltanto perché è l’ennesimo episodio di quella curiosa abitudine, molto diffusa a sinistra, di trasformare ogni risultato elettorale sgradito in una diagnosi clinica sugli elettori.
È sgradevole perché, dietro la battuta apparentemente brillante, si nasconde un’idea piuttosto precisa: quando votano gli altri, il problema non è che la sinistra abbia perso, ma che il Paese non sia stato sufficientemente istruito per votarla.
Una teoria affascinante, bisogna ammetterlo.
Se il centrodestra vince, significa che gli italiani hanno studiato poco.
Se invece vince la sinistra, evidentemente si è verificato un improvviso rialzo del livello culturale nazionale: biblioteche aperte tutta la notte, bibliotecari in festa, maturandi trasformati in costituzionalisti e milioni di cittadini promossi direttamente alla cattedra di Scienze politiche.
Non è ancora chiaro se il titolo venga consegnato insieme alla scheda elettorale, ma siamo certi che qualche commissione di esperti progressisti stia già lavorando al progetto.
Le parole di Gian Marco Centinaio hanno centrato il punto senza troppi giri di parole: il voto è uguale per tutti.
Non lo dice un opinionista di passaggio, non lo stabilisce un influencer della politica, non lo decide il salotto televisivo di turno.
Lo dice la Costituzione.
L’articolo 48, per essere precisi, stabilisce che il voto è personale ed eguale, libero e segreto. Non prevede maggiorazioni per chi possiede un master, riduzioni per chi ha lasciato la scuola dopo l’obbligo né penalizzazioni per chi vota a destra.
La scheda elettorale, insomma, non è una carta fedeltà culturale.
Non assegna punti extra in base ai titoli di studio e non domanda al cittadino di allegare il curriculum prima di entrare nella cabina.
Non c’è scritto: “Una preferenza per ogni elettore, due per i laureati, mezza per chi non ha letto l’ultimo saggio di teoria politica contemporanea”.
È una cosa piuttosto semplice, persino democratica.
Talmente semplice che, a quanto pare, ogni tanto qualcuno sente il bisogno di ripassarla.
Naturalmente, il problema non è che Bonaccini abbia espresso una critica politica.
In democrazia si può sostenere che una parte dell’elettorato abbia compiuto una scelta sbagliata, che certi programmi siano dannosi, che determinati leader siano inadeguati. Si può perfino dire che milioni di persone abbiano votato male.
La libertà di opinione comprende anche il diritto di essere antipatici, presuntuosi e perfino ingiusti.
Il problema nasce quando il dissenso viene trasformato in una pagella antropologica: chi vota da una parte è istruito, chi vota dall’altra è ignorante; chi sostiene il proprio campo è responsabile, chi sceglie l’avversario è manipolato, arretrato o incapace di comprendere.
È il vecchio riflesso della superiorità morale, solo con una confezione aggiornata. Un tempo si parlava di “coscienza di classe”, poi di “popolo progressista”, oggi si preferisce alludere al livello di istruzione.
Il meccanismo, però, resta lo stesso: la sinistra non perde mai davvero.
Se perde, è perché gli elettori sono stati ingannati, impoveriti, plagiati, male informati o poco istruiti.
Se vince, invece, la società ha finalmente riconosciuto la superiorità delle sue analisi.
Una teoria elettorale comodissima: il risultato è sempre giusto quando premia noi, sempre patologico quando premia gli altri.
Il guaio è che questa postura non ha nulla di democratico, nonostante la quantità di volte in cui viene accompagnata da richiami alla Costituzione, ai diritti e alla partecipazione.
La democrazia non consiste nel riconoscere il popolo soltanto quando il popolo sceglie bene.
Il popolo, in democrazia, è anche quello che vota diversamente da noi.
Altrimenti non si tratta di sovranità popolare, ma di una sorta di amministrazione condominiale affidata ai più colti, ai più sensibili e, soprattutto, ai più convinti di esserlo.
La scena è sempre la stessa.
Un partito di destra vince, magari intercettando il disagio di periferie, lavoratori, piccoli imprenditori, artigiani, agricoltori e famiglie che non frequentano i festival culturali ma pagano bollette, mutui e tasse.
A quel punto la domanda non è: “Perché quelle persone non si riconoscono più in noi?”.
La domanda diventa: “Come è possibile che quelle persone abbiano il diritto di decidere?”.
È un passaggio logico di grande raffinatezza: si parte da una sconfitta e si arriva alla svalutazione degli sconfitti, cioè degli elettori.
L’autocritica, invece, resta chiusa in qualche sgabuzzino del partito, insieme ai vecchi manifesti elettorali e alle promesse di rinnovamento.
Nessuno sembra chiedersi perché tanti cittadini abbiano smesso di considerare la sinistra la propria casa politica. Forse perché la casa è diventata un salotto, con il divano riservato agli ospiti importanti e il cartello “non disturbare” appeso alla porta delle periferie.
Eppure sarebbe sufficiente ascoltare il Paese reale.
Non quello filtrato dai convegni, dalle assemblee, dalle rubriche culturali o dalle tavole rotonde in cui tutti condividono la stessa opinione prima ancora di sedersi.
Il Paese reale è fatto di persone che lavorano, cercano lavoro, mandano avanti un negozio, guidano un camion, assistono un anziano, gestiscono un’azienda agricola, insegnano in una scuola difficile, fanno i conti con la criminalità, con i trasporti che non funzionano, con la sanità che ha tempi biblici e con una pressione fiscale che non ha bisogno di ulteriori spiegazioni filosofiche.
Queste persone non sono ignoranti perché votano a destra.
Possono sbagliarsi, naturalmente.
Come si sbagliano tutti, compresi gli elettori di sinistra.
Ma il fatto che una scelta non piaccia a Bonaccini non la rende automaticamente il prodotto di un basso livello culturale.
Al massimo dimostra che la società è più complessa dei suoi schemi interpretativi.
Del resto, se l’istruzione fosse una garanzia automatica di saggezza politica, le università sarebbero da tempo istituzioni perfette, i governi composti esclusivamente da premi Nobel e i bilanci pubblici redatti da filosofi.
La storia, purtroppo, è meno generosa.
Persone colte hanno sostenuto idee disastrose, mentre persone prive di titoli accademici hanno espresso giudizi di buon senso.
La cultura può aiutare a comprendere il mondo, ma non impedisce di essere arroganti, ideologici o semplicemente fuori dal mondo.
Anzi, talvolta il titolo di studio rischia di diventare una forma di patente per il pregiudizio.
Si può giudicare l’operaio perché vota a destra, salvo poi indignarsi se qualcuno giudica il professore perché vota a sinistra.
La differenza, evidentemente, starebbe nel fatto che il secondo giudizio è populista, mentre il primo è pedagogico.
Una distinzione davvero elegante: l’insulto pronunciato dal salotto è un’analisi sociologica; lo stesso insulto pronunciato dalla parte opposta è una minaccia alla democrazia.
Qui si inserisce la curiosa nostalgia per una sinistra che, a parole, avrebbe sempre difeso gli ultimi. Peccato che gli ultimi, quando votano per la destra, diventino improvvisamente “incolti”, “rancorosi”, “manipolabili” o “vittime della propaganda”.
È un modo originale di stare dalla parte del popolo: purché il popolo abbia la cortesia di votare come previsto.
E dire che la storia della cultura italiana non è mai stata un monopolio progressista.
Le radici dello Stato unitario affondano anche nella Destra Storica, con figure come Cavour, Massimo d’Azeglio, Ricasoli, Sella e Minghetti.
Uomini diversissimi tra loro, ma accomunati da una visione dello Stato, del rigore amministrativo, della responsabilità istituzionale e della costruzione nazionale.
Non erano influencer dell’indignazione né professionisti della frase virale: governavano, decidevano, sbagliavano e rispondevano delle proprie scelte.
Si potrebbe persino sostenere che avessero un difetto imperdonabile per la politica contemporanea: prendevano sul serio la complessità.
Non riducevano il cittadino a un’etichetta sociologica e non consideravano l’avversario un ignorante
