E la Rai riscopre l’arte della “continuità professionale”

La Rai ha ufficializzato i nuovi conduttori di Report: saranno Giulia Presutti e Daniele Piervincenzi, entrambi vincitori della selezione Rai per giornalisti professionisti.
Una scelta che, almeno sulla carta, sembra premiare il merito, la selezione e quella curiosa abitudine – ormai quasi rivoluzionaria – di affidare un programma a chi ha vinto una selezione.
La notizia, naturalmente, non riguarda soltanto il futuro del programma.
Perché, contestualmente, la Rai ha comunicato di aver proposto a Sigfrido Ranucci tre opzioni di ricollocazione «coerenti con il suo grado e con l’esperienza maturata in azienda, nell’ottica di garantire una continuità professionale adeguata al suo profilo e alle esigenze editoriali e organizzative dell’Aziendaᄏ.
Una frase talmente ricca di rassicurazioni da sembrare scritta non da un ufficio del personale, ma da un generatore automatico di buone intenzioni aziendali. “Coerenti con il suo grado”, “continuità professionale”, “profilo”, “esigenze editoriali e organizzative”: mancava soltanto “sinergie”, e il comunicato avrebbe potuto essere presentato direttamente al Festival internazionale del burocratese.
Le tre possibilità, secondo quanto si apprende, sarebbero un incarico a Rainews, al Tg3 oppure in un ufficio di corrispondenza. In altre parole: Ranucci potrebbe continuare a occuparsi di informazione, ma senza necessariamente continuare a condurre Report. Una soluzione che ricorda molto quei trasferimenti scolastici in cui l’alunno non viene espulso, ma gli si consiglia vivamente di iscriversi a un altro istituto.
Il trasloco editoriale

Per anni, Ranucci è stato il volto di Report, il programma che ha fatto della televisione d’inchiesta una sorta di sport estremo. In onda non si limitava a proporre servizi: proponeva domande.
E le domande, in certi ambienti, sono considerate un disturbo dell’ordine pubblico, soprattutto quando non arrivano in forma preventiva per consentire una risposta accuratamente limata, approvata e possibilmente priva di verbi.
Con il suo stile asciutto, polemico e difficilmente addomesticabile, Ranucci ha trasformato Report in uno dei pochi luoghi televisivi in cui un documento non viene introdotto con la formula “secondo alcuni”, ma con la più pericolosa delle espressioni: “abbiamo verificato”.
È comprensibile, quindi, che il passaggio di consegne susciti attenzione. Un programma come Report non è soltanto una fascia oraria, un titolo di testa e una grafica.
È un metodo, una reputazione, una certa idea di giornalismo. Sostituire il conduttore non significa semplicemente cambiare la persona seduta davanti alla telecamera.
Significa decidere se si vuole mantenere lo stesso livello di pressione, di rigore e di fastidio per chi preferirebbe che certe storie restassero nei cassetti.
La Rai, dal canto suo, ha scelto una formula impeccabile: non si parla di allontanamento, ma di “ricollocazione”. Non si chiude una porta, si apre un percorso. Non si interrompe una storia, si accompagna il professionista verso nuove opportunità. È il linguaggio dell’azienda che vuole rassicurare tutti e non confermare ufficialmente nulla, possibilmente nello stesso periodo.
Tre opzioni, nessuna delle quali è “restare a Report”
La proposta a Ranucci prevede tre destinazioni.
La prima è Rainews, cioè il luogo dove le notizie scorrono senza sosta, spesso alla velocità con cui cambiano le dichiarazioni ufficiali. Qui Ranucci potrebbe portare esperienza e autorevolezza, magari contribuendo a rendere le dirette un po’ più investigative.
La seconda è il Tg3, dove il giornalista potrebbe inserirsi in una struttura informativa tradizionale. Un ambiente nel quale il servizio ha generalmente un tempo definito, il lancio è già scritto e il conduttore non dovrebbe idealmente interrompere il flusso con domande del tipo: “Sì, ma i documenti?”.
La terza opzione è un ufficio di corrispondenza.
Una formula che conserva un certo fascino internazionale e che potrebbe significare molte cose: un incarico all’estero, una sede strategica, oppure una stanza con una scrivania, un telefono e una pianta aziendale che resiste dal 1998.
Naturalmente, non è dato sapere quale ufficio, quale ruolo e quale grado di autonomia sarebbero previsti. Ma il termine “corrispondenza” lascia immaginare rapporti, collegamenti, informazioni e magari qualche lettera di risposta che, per una volta, arriva prima della scadenza.
In ogni caso, il dato più curioso è che le tre opzioni condividono un elemento: nessuna è la conduzione di Report.
È un po’ come ricevere tre menù alternativi dopo che il ristorante ha deciso di togliere il tuo piatto preferito dalla carta. Il cameriere sorride e dice: “Abbiamo pensato a soluzioni coerenti con il suo palato”.
La selezione dei nuovi conduttori
A condurre Report saranno Giulia Presutti e Daniele Piervincenzi, entrambi vincitori della selezione Rai per giornalisti professionisti. La circostanza merita di essere sottolineata, perché introduce nella vicenda un elemento quasi sovversivo: una procedura di selezione ha prodotto dei vincitori e i vincitori hanno ottenuto un incarico.
Sembra normale, ma in Italia la normalità, quando si presenta, viene spesso accolta con la stessa cautela riservata a un’eclissi: tutti guardano, nessuno è sicuro di aver capito bene.
Presutti e Piervincenzi hanno davanti una sfida notevole. Dovranno ereditare un programma che ha una forte identità e che, negli anni, ha accumulato consenso, critiche, querele, discussioni politiche e una quantità di comunicati stampa sufficiente a riempire un archivio nazionale.
Dovranno mantenere l’attenzione del pubblico senza limitarsi a imitare il predecessore. Perché il rischio, in questi casi, è duplice: se cambiano troppo, tradiscono lo spirito della trasmissione; se cambiano poco, vengono accusati di essere semplicemente una copia.
È il paradosso dei programmi storici: il pubblico vuole novità, purché non si tocchi nulla di ciò che riconosce.
Vuole conduttori nuovi, ma con il tono del vecchio conduttore. Vuole inchieste inedite, purché confermino le proprie opinioni. Vuole domande scomode, soprattutto rivolte agli altri.
La nuova coppia dovrà dunque muoversi in un campo minato.
Ogni servizio sarà esaminato, ogni scelta editoriale interpretata, ogni intervista sottoposta alla domanda fondamentale: “Sarebbe piaciuta a Ranucci?”.
Una domanda utile, forse, quanto chiedere a un nuovo allenatore se la sua squadra avrebbe vinto con il precedente.
Il mistero della continuità
La Rai parla di “continuità professionale adeguata al profilo” di Ranucci. È una formula elegante, e in quanto elegante possiede un vantaggio: non chiarisce esattamente nulla, ma lo fa con grande educazione.
La continuità, in teoria, significa che l’esperienza maturata dal giornalista non verrà dispersa. In pratica, bisognerà capire quale spazio concreto gli verrà affidato.
Perché la professionalità non è un soprammobile da spostare da una stanza all’altra. Ha bisogno di responsabilità, autonomia, strumenti e possibilità di incidere.
Mandare un giornalista d’inchiesta a occuparsi di informazione può essere certamente una scelta sensata. Ma tutto dipende dal ruolo. Un conto è affidargli un progetto editoriale, una redazione, un programma, una linea di approfondimento. Un altro è sistemarlo in un luogo dove l’esperienza resta riconosciuta formalmente, ma diventa irrilevante nella pratica.
È la differenza tra una nuova missione e un parcheggio con vista panoramica. Dal comunicato, naturalmente, non si può capire quale delle due ipotesi sia in discussione. Per farlo, serviranno dettagli: incarichi, competenze, durata, risorse, responsabilità. Tutte cose che, curiosamente, tendono a sparire proprio quando la comunicazione aziendale è più piena di parole.
La Rai e l’arte di non dire
La vicenda offre anche l’occasione per osservare una delle specialità storiche della Rai: comunicare senza comunicare.
