
Ogni giorno Sigfrido Ranucci parla.
E ogni giorno, puntuale come il bollettino meteorologico delle polemiche televisive, si leva il coro: è il governo che vuole cacciarlo.
Non importa che, sul tavolo, non ci sia ancora un licenziamento.
Non importa che le opzioni in campo siano tre, e che tra queste possano esserci soluzioni diverse dall’espulsione manu militari dagli studi Rai.
Non importa, soprattutto, che una vicenda interna a un’azienda pubblica italiana venga rapidamente trasformata in un caso europeo, con tanto di invocazione alla Commissione e alla Corte di giustizia.
Quando un conduttore televisivo arriva a chiedere l’intervento delle istituzioni comunitarie, significa che il telecomando nazionale non basta più.
Forse è necessario un arbitrato internazionale.
O magari una missione dell’Onu, con osservatori indipendenti appostati davanti al cavallo della Rai e incaricati di verificare che nessuno tocchi il palinsesto senza regolare autorizzazione.
A Cerveteri il repertorio è stato completo. Ranucci ha dichiarato: «Sono il giornalista più premiato della storia della Rai».
Una frase che, nella sua apparente semplicità, contiene già tutto: l’autobiografia, la motivazione, la sentenza e anche la cerimonia di premiazione.
Mancava soltanto il tappeto rosso, ma forse era stato ritirato per evitare che qualcuno inciampasse nella modestia.
Essere premiati è certamente un merito.
Essere molto premiati è un merito ancora maggiore.
Essere il giornalista più premiato della storia della Rai è un dato che può essere rivendicato, documentato e magari persino celebrato.
Ma utilizzarlo come argomento decisivo in una controversia aziendale presenta un piccolo inconveniente: la Rai non è un museo delle glorie personali.
È un’azienda, con regole, contratti, responsabilità editoriali e organismi chiamati a prendere decisioni.
Se ogni premio costituisse un’immunità, i palinsesti sarebbero governati da una monarchia dei trofei, con i vincitori autorizzati a trasmettere in eterno per acclamazione.
Il ragionamento del coro, invece, è più semplice. Ranucci è premiato, dunque è intoccabile.
Ranucci è criticato, dunque è perseguitato.
Ranucci è oggetto di valutazioni aziendali, dunque siamo davanti a un attentato alla libertà di stampa.
Ranucci non è ancora stato licenziato, dunque il licenziamento è già stato deciso. La logica è quella dei processi celebrati prima ancora che venga notificata l’accusa: se la realtà non conferma la tesi, tanto peggio per la realtà.
Claudio Martelli, che non può essere sospettato di simpatie per l’attuale maggioranza e che di Giovanni Falcone fu ministro e amico, ha detto che Ranucci «si è un po’ montato la testa».
E ha aggiunto: «Non adesso, da tempo».
La formula è sobria, quasi chirurgica.
Non un insulto, non una condanna, non una richiesta di dimissioni: una diagnosi.
Del resto, un tempo si diceva che qualcuno aveva perso il senso della misura.
Oggi si preferisce parlare di narrazione, autodeterminazione comunicativa e conflitto istituzionale.
Martelli ha scelto il linguaggio antico, quello che ancora consente di chiamare le cose con il loro nome.
La reazione prevedibile è stata l’indignazione.
Come si permette?
Come osa?
Chi lo autorizza?
È proprio questo il punto: nessuno dovrebbe aver bisogno di un’autorizzazione speciale per osservare che un personaggio pubblico può avere oltrepassato il confine tra legittima difesa e culto di sé.
La libertà di stampa serve anche a criticare il potere.
Ma il potere non è soltanto quello del governo.
Esiste anche il potere della visibilità, della popolarità, dell’audience, del consenso militante e della capacità di trasformare ogni controversia in una prova generale di martirio.
Ranucci non è un indagato.
E nessuno sostiene che debba essere trattato come tale.
Il garantismo vale per tutti, compresi i giornalisti più premiati, i conduttori più ascoltati e persino coloro che dispongono di un coro permanente pronto a intervenire a ogni ora del giorno e della notte
. Ma proprio perché non è un indagato, sarebbe opportuno distinguere il piano giudiziario da quello politico, quello professionale da quello morale e quello aziendale da quello penale. A meno che ogni riunione del consiglio di amministrazione non debba trasformarsi in un’aula di tribunale, con il pubblico ministero in regia e il direttore generale costretto a pronunciare la formula: «La Rai, in nome del popolo televisivo, dichiara…ᄏ.
Il problema è che il coro non distingue.
Per il coro, ogni critica è censura, ogni decisione è rappresaglia, ogni perplessità è complicità con il potere.
Se qualcuno domanda conto di un comportamento, la risposta è già pronta: vogliono farlo fuori.
Se qualcuno ricorda che esistono alternative al licenziamento, si replica che il licenziamento è comunque nell’aria.
Se si fa notare che la procedura non è conclusa, si obietta che proprio questa sarebbe la prova della congiura, perché le congiure migliori sono quelle che non si vedono.
A Cerveteri, il caso è stato proiettato su scala continentale. Commissione europea, Corte di giustizia: manca soltanto un rapporto del Consiglio d’Europa e una risoluzione dell’Europarlamento con la richiesta di garantire a Ranucci il diritto inalienabile a un prime time, preferibilmente senza controprogrammazione.
È comprensibile che la libertà di informazione sia un tema europeo.
È meno comprensibile che qualsiasi controversia riguardante una trasmissione televisiva venga immediatamente presentata come una crisi dello Stato di diritto.
Se la Commissione dovesse intervenire ogni volta che un’azienda pubblica valuta il futuro di un conduttore, Bruxelles dovrebbe aprire una nuova direzione generale: quella per la tutela dei palinsesti minacciati. Una task force potrebbe monitorare le riunioni Rai, controllare le scalette, verificare le telefonate tra dirigenti e sorvegliare i titoli delle puntate. Ogni volta che un programma rischiasse di cambiare collocazione, partirebbe una procedura d’infrazione.
Ogni volta che un giornalista fosse chiamato a rispondere di una scelta editoriale, scatterebbe un ricorso alla Corte di giustizia. Persino il meteo, qualora spostato per esigenze di palinsesto, potrebbe diventare materia di diritto dell’Unione.
Il punto non è ridicolizzare la libertà di stampa.
Il punto è evitare che la sua difesa venga usata come una tessera d’immunità personale.
La libertà di informazione è un principio generale, non una proprietà privata intestata al conduttore di turno.
Non coincide con il diritto di essere sempre confermati, sempre elogiati, sempre difesi e mai messi in discussione.
Se così fosse, il giornalismo non sarebbe più un’attività critica, ma un sistema di autoconservazione per professionisti muniti di medaglie.
Ed è qui che entra in scena il silenzio dei magistrati.
Alcuni di loro, gli stessi che si alzarono in piedi nell’aula magna della Cassazione per applaudire Ranucci, non hanno trovato una parola per prendere le distanze dalla vicenda.
Non da un indagato, perché Ranucci non lo è.
Ma da una storia che, per confessione del mandante, porta la firma di un amico fraterno.
Anche in questo caso, il garantismo deve essere pieno.
Non si può pretendere che un rapporto personale diventi automaticamente una responsabilità penale o disciplinare.
Non si può giudicare qualcuno per le azioni di un altro soltanto perché gli era vicino.
L’amicizia non è un reato e, per fortuna, non è ancora richiesta la dichiarazione patrimoniale dei sentimenti.
Tuttavia, il silenzio selettivo si nota.
Si nota quando chi è solitamente prodigo di dichiarazioni sulla moralità pubblica, sulla trasparenza e sull’indipendenza decide improvvisamente di diventare un monaco trappista.
Si nota quando gli stessi ambienti capaci di pronunciarsi su ogni dettaglio della vita politica scelgono la cautela assoluta davanti a una vicenda che tocca un loro interlocutore abituale.
Si nota soprattutto perché il silenzio non è neutrale quando viene praticato soltanto nei confronti degli amici.
Il garantismo non consiste nel difendere sempre i propri. Consiste nel difendere le regole anche quando riguardano gli altri, gli antipatici, i rivali e quelli che non appartengono al proprio circuito di simpatia. Il garantismo a geometria variabile, invece,
