Scusate, ma urge un chiarimento, perché a me pare sorprendente quello che sto leggendo.

Anche persone che stimo hanno scritto: “tutto mi separa da Di Battista, ma, in questo momento…” – e poi via con la solidarietà. Ecco, io credo che ci sia una confusione profonda su due elementi fondamentali che voglio provare a chiarire.

Innanzitutto, fermo restando il cattivo gusto di festeggiare il malore o addirittura qualcosa di peggio che colpisce una persona (una reazione che può anche dar fastidio e che posso comprendere), il vero problema non è qui.

Il problema, invece, riguarda la natura del ruolo che si attribuisce a Di Battista: lo si presenta come un giornalista che semplicemente esprime la sua opinione.

Ma su questo punto vorrei soffermarmi in modo più articolato.

Molti di coloro che ora difendono la presunta libertà di Di Battista sono gli stessi che argomentano sui pericoli della guerra ibrida russa o della Fratellanza Musulmana, che denunciano con forza i rischi della propaganda e della disinformazione.

Persone che ben conoscono come il linguaggio possa diventare un’arma potentissima nelle mani di chi vuole influenzare l’opinione pubblica.

Ed è infatti paradossale che proprio loro, in questo caso, sembrino fare un’eccezione, giustificando o almeno ammettendo la legittimità di un discorso che in realtà travalica la libera opinione.

Si porta spesso a supporto una frase attribuita – anche se erroneamente – a Voltaire: “non condivido le tue idee, ma farò di tutto perché tu le esprima”.

La citazione, anche se apocrifa, ha un valore simbolico importante e indica un principio di tolleranza e pluralismo democratico, ma attenzione: quel principio vale per le opinioni, per le idee, per i punti di vista.

Non vale per tutto indistintamente.

Perché la verità è che Di Battista non si limita affatto a esprimere opinioni.

Quello che lui fa è diffondere odio.

Odio contro Israele, contro l’Ucraina, contro l’Occidente, contro tutto ciò che non si allinea alla narrazione che ha deciso di sposare.

Questo non è un semplice punto di vista, ma una vera e propria militanza politica travestita da giornalismo; è propaganda, è delegittimazione sistematica.

Ora, chiunque abbia studiato un minimo il concetto di libertà d’espressione sa bene che essa non si estende al diritto di diffondere odio. Non esiste la libertà di usare la parola per avvelenare il dibattito pubblico, per seminare divisione e per alimentare paure infondate.

Né esiste il diritto di essere un megafono di regimi autoritari che uccidono, imprigionano, torturano dissidenti.

Se funzionassero davvero le regole dello Stato di diritto, Di Battista non potrebbe parlare; non perché le sue idee siano sgradevoli o impopolari, ma perché il suo discorso è un’arma politica usata per scopi molto gravi.

Da questa considerazione derivano due possibilità, nessuna terza opzione.

O Di Battista è un giornalista libero che esprime le sue libere opinioni – e allora lo sono anche tutti gli altri, da Travaglio in giù, e in questo caso bisogna smetterla di invocare la “guerra ibrida”, gli “agenti di influenza” e la “propaganda russa”.

Perché se Di Battista è alla pari degli altri giornalisti, allora la guerra ibrida non esiste, o esiste solo quando la fanno quelli che ci stanno antipatici.

Oppure Di Battista è un agente di opinione, nel senso più ampio del termine, un veicolo volontario o involontario di una narrazione propagandistica.

E qui non parlo neanche necessariamente di pagamento o di infiltrazione strutturata, ma di utilità politica: basta essere funzionali a un regime o a un sistema che usa quei messaggi per minare la coesione sociale, per creare dubbi, per giustificare l’ingiustificabile.

Basta fare il lavoro sporco che quel regime non potrebbe fare da solo.

Tertium non datur.

Non esiste una terza via.

O è un giornalista, o è un propagandista.

Se Di Battista è un propagandista – come io credo fermamente e come dimostrano i fatti – allora non si capisce perché molti sentano il bisogno di esprimere solidarietà e distinguersi dal “festeggiare il suo malore”.

Perché se sei coerente, se hai compreso cosa rappresenta, dovresti evitare questi mezzi termini retorici. Non servono formule tipo “non festeggio, ma…” o “mi dispiace, però…”.

Serve una posizione netta e chiara: “Di Battista non merita né solidarietà, né attenzione, né spazio pubblico.”

Se hai capito il gioco, dovresti dire “Tutto mi separa da lui e basta”.

Riflettiamo: durante la Seconda Guerra Mondiale, qualcuno avrebbe espresso solidarietà a Goebbels?

Avrebbe detto “tutto mi separa da lui, ma in questo momento…” e poi manifestato una solidarietà di circostanza?

Avrebbe richiamato Voltaire per difendere il diritto di diffondere odio?

Certamente no.

Goebbels non era un giornalista, era un agente del regime nazista, un propagandista spietato.

E oggi Di Battista è la stessa cosa: un agente del regime, non di un regime che invade l’Italia fisicamente, ma di un regime autoritario che manipola le menti, che usa la parola come arma letale, che getta veleno nell’opinione pubblica del nostro paese.

È arrivato il momento di smettere con le mezze misure, con i distinguo ipocriti e con la falsa idea che si possa tenere insieme tutto. Di Battista non merita solidarietà, non merita attenzione, non merita un pensiero compassionevole.

Merita solo di essere riconosciuto per quello che è: un megafono di propaganda, un agente che contribuisce alla demolizione dei valori in cui crediamo.

E se queste parole sembrano dure, vi invito a riflettere profondamente: quando la storia guarderà indietro, da che parte vorrete essere?

Da quella di chi ha difeso il diritto di diffondere odio senza limiti, o da quella di chi ha avuto il coraggio di dire basta?

Perché la libertà di espressione non può trasformarsi nel lasciapassare per seminare veleno, odio e divisioni.

E chi crede ancora nella democrazia deve scegliere da che parte stare, senza titubanze né ambiguità.

Di Admin

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