
Quando stamattina ci siamo svegliati, abbiamo scoperto che nel Land orientale tedesco della Sassonia ci sarebbe il 44,6% di «nazisti». Sì, avete capito bene: quasi la metà degli elettori sassoni etichettata con un appellativo pesante, quasi come se fosse una condanna morale definitiva.
Questa è stata la lettura dominante – anzi, un vero e proprio mantra – che i media mainstream, dalla grande stampa ai programmi intellettuali televisivi, hanno ripetuto all’unisono per spiegare lo sottamento epocale nelle urne, uno tsunami politico senza precedenti nella regione.
Non una semplice avanzata elettorale, bensì un cambiamento radicale, un potenziale incubatore di futuro politico in Germania.
Accanto a questa tesi ha trovato spazio il cosiddetto “corollario Bonaccini”, secondo cui gli elettori di destra sarebbero tali perché ignoranti, incapaci di accedere alla verità “platonica” che appartiene solo agli elettori progressisti e illuminati.
I giorni si sono affrettati a sottolineare come la Sassonia sia il Land più povero della Germania, popolato da volgari sottoproletari, quindi per definizione nazisti.
Questo è il livello di analisi che ci viene somministrato da anni, e che ormai si è ridotto a una sorta di dogma sui canali e le testate “serie”: la destra è un covo di ignoranti e nazisti, specialmente dove la povertà stringe maggiormente.
Ma se vogliamo davvero comprendere ciò che succede oggi in Germania, e più in generale nei paesi occidentali, questa lettura non regge.
È banale, semplicistica e soprattutto profondamente sbagliata.

Partiamo dal fatto fondamentale che, per quanto si possa pensare quel che si vuole di Alternative für Deutschland (AfD) – partito su cui nutriamo comunque molte riserve, essendo noi più vicini a una tradizione thatcheriana, saldamente ancorata ai valori occidentali e transatlantici – bisogna fare chiarezza su un punto: AfD non ha nulla a che vedere col nazismo.
E chi sostiene il contrario sta facendo il furbetto, alimentando una narrazione ideologica priva di fondamento.
Il nazismo, infatti, è anzitutto un capitolo di totalitarismo di stampo nazionale-socialista, come spiega in maniera esemplare lo storico Joachim Fest.
Hitler definì il socialismo come una «responsabilità della comunità nazionale per l’individuo», mettendo così al primo posto il nazionalismo che fagocita ogni individuo e ogni diritto personale.
Il nazionalsocialismo instaurò un ordine totalitario e statalista che comprendeva la completa statalizzazione dell’economia, fino ad azzerare la libertà personale ea trasformare la vita stessa in una distopia governata dallo Stato-Partito.
Hannah Arendt ha chiarito come il nazismo non sia così distante dal comunismo, altro totalitarismo sistemico, dal momento che entrambi si oppongono radicalmente al liberismo economico e alla democrazia parlamentare: nemici giurati di ogni forma di mercato libero e autonomia individuale.
Come sintetizza con estrema lucidità la filosofia libertaria Ayn Rand, «entrambi i totalitarismi sono varianti dello statalismo, basati sul principio collettivista che l’uomo è uno schiavo, senza diritto, dello Stato».
Insomma, il nazismo è intrinsecamente nazionalsocialismo anche in senso economico, e AfD con tutto questo non c’entra niente.
Basta leggere gli elementi programmatici di AfD per capire l’anomalia di questa accusa.
La stella polare dell’AfD è un classico del liberalismo: meno tasse e meno Stato.
Propone la riduzione degli oneri fiscali e burocratici, una maggiore libertà d’impresa e una rilasciata delle regolamentazioni statali. Ideali incompatibili con qualsiasi autentico nazionalsocialista, che avrebbe fatto saltare sulla sedia ogni dirigente di AfD.
Il programma prevede l’abolizione della tassa sul patrimonio e delle imposte sulle successioni, l’aumento del margine fiscale per il risparmio privato e una revisione sostanziale di un welfare pachidermico, puntando sulla responsabilità individuale.
Tutto questo è esattamente il contrario di ciò che predicava Hitler.
Inoltre, molti dirigenti di AfD hanno più volte sottolineato l’importanza strategica e politica di Israele come alleato della Germania. Un dato che dovrebbe fare riflettere chiunque cerchi di accostare il partito al nazismo.
Non è certo accusando AfD di essere “nazista” che si spiegano i moti della politica tedesca contemporanea.
Nel loro programma ci sono certamente punti discutibili, e senza dubbio esistono destre più radicate e chiare nella tradizione occidentale, ma bollare come nazisti loro e gli elettori che li supportano rivela soltanto la totale incapacità del mainstream di interpretare la realtà.
Dietro la piaggeria intellettuale del giornalismo progressista si nasconde spesso un rifiuto di affrontare temi reali quali il malcontento socioeconomico, la percezione di insicurezza culturale e identitaria, o la richiesta di maggiore sovranità nazionale. Ridurre tutto a un’etichetta per denigrare non solo alimenta divisioni profonde, ma impedisce qualunque dialogo serio e costruttivo.
È tempo di riconoscere che il panorama politico europeo sta mutando, che l’ondata populista e conservatrice non è frutto di un revival di ideologie estreme e totalitarie, ma di una domanda di cambiamento, di attenzione a problemi ignorati e marginalizzati.
In conclusione, sostenere che nella Terra della Sassonia ci sono il 44,6% di nazisti è non solo un’esagerazione propagandistica, ma anche un insulto alla capacità critica degli elettori e un’offesa storica verso le vittime del vero nazismo.
L’AfD non è nazista, e contrapporre all’analisi politica un semplice marchio di discredito è il primo passo verso l’autodistruzione del dibattito pubblico e la perdita di credibilità del mainstream.
Per capire davvero ciò che accade bisogna abbandonare le soglie della retorica e confrontarsi con la complessità dei fatti, senza paura di scomodare idee fuori dal coro e senza pregiudizi ideologici.
Solo così potremo evitare di cadere in facili stereotipi e, forse, trovare un po’ più di senso nella confusione di questi tempi turbolenti.
