
Nel dibattito politico italiano Pedro Sánchez arriva sempre in sella a un cavallo bianco.
Non un cavallo qualunque: quello della modernità progressista, della socialdemocrazia sorridente, dell’Europa che accoglie, integra, emancipa e, possibilmente, organizza anche un festival estivo sulla convivenza multiculturale.
A evocarlo con particolare entusiasmo è Elly Schlein, che sembra considerare la Spagna di Sánchez una specie di Eden mediterraneo: un luogo dove tutto funziona, i treni arrivano in orario, l’immigrazione si gestisce da sola e ogni problema viene risolto con una conferenza sul dialogo.

La rappresentazione è semplice e rassicurante.
Sánchez sarebbe il leader illuminato che conduce il suo popolo verso il futuro, mentre Giorgia Meloni, naturalmente, lo riporterebbe verso un passato oscuro fatto di frontiere, identità nazionale e domande imbarazzanti sulla sicurezza.
La Spagna, invece, sarebbe la dimostrazione vivente che basta pronunciare le parole “inclusione”, “diritti” e “accoglienza” per trasformare un paese in una società armoniosa.
Peccato che il cavallo bianco, a guardarlo meglio, sembri più un animale da circo.
E che dietro Sánchez non ci sia precisamente un Eden, ma una realtà politica molto più complicata, nella quale il consenso alla sinistra di governo mostra segni tutt’altro che incoraggianti.
Abbiamo già assistito, peraltro, a una prova generale di questa narrazione in occasione della gestione di Ceuta. Per un giorno, o forse per qualche ora, a reti unificate ci è stato spiegato che la situazione era tornata sotto controllo.
Ceuta era sistemata, il problema risolto, l’ordine ristabilito. Mancava soltanto una fanfara all’ingresso della città e una diretta televisiva con Sánchez in uniforme da conquistatore benevolo.
Poi, come spesso accade, la realtà ha avuto la cattiva educazione di non rispettare il copione.
Gli abitanti di Ceuta hanno continuato a vivere una situazione difficile, caratterizzata da pressione migratoria, insicurezza e dalla sensazione di essere stati lasciati soli.
La frontiera è rimasta un problema, la gestione non ha assunto i contorni dell’operazione miracolosa e la propaganda ha dovuto occuparsi di altro.
Naturalmente, nel frattempo, in Italia si preferiva guardare alla Germania.
L’AfD vince in Sassonia?
Ecco il grande racconto nazionale: la Germania è tornata agli anni Trenta, i tedeschi hanno una misteriosa inclinazione genetica verso il nazismo e ogni elettore dell’AfD è probabilmente un piccolo gerarca con il manganello nascosto sotto il cappotto.
Si è visto di tutto: editoriali apocalittici, paragoni storici tirati per i capelli, analisi antropologiche sui discendenti di Bismarck e dichiarazioni secondo cui il problema sarebbe l’ignoranza dei poveri.
Bonaccini, se non ricordiamo male, ha suggerito che l’AfD fosse votata soprattutto da poveri e ignoranti.
Una tesi elegante, raffinata e soprattutto utilissima: se perde la sinistra, non è mai perché abbia governato male o perché non abbia capito il paese.
È perché gli elettori sono ignoranti.
Se invece vince la sinistra, allora il popolo ha finalmente compreso la complessità del mondo.
Un metodo scientifico impeccabile. Si potrebbe applicare a ogni risultato elettorale.
Se vince il partito progressista, gli elettori sono consapevoli.
Se vince la destra, sono ignoranti.
Se il risultato è incerto, sono confusi.
Se cambiano idea, sono manipolati.
L’unica variabile che non viene mai presa in considerazione è l’eventualità che i cittadini abbiano semplicemente osservato i fatti e tratto una conclusione.
E qui arriva la parte curiosa: dopo tutto questo parlare dell’AfD, quasi nessuno ha mostrato interesse per ciò che sta accadendo in Spagna.
Forse perché la Germania si presta meglio a certe narrazioni. È il paese perfetto per evocare gli anni Trenta, il male assoluto e la memoria storica usata come una clava.
La Spagna, invece, è più scomoda. Perché lì il governo progressista è al potere e i risultati elettorali non sembrano suggerire che gli spagnoli siano impazienti di ringraziarlo.
Vox, l’equivalente spagnolo dell’AfD secondo la consueta semplificazione giornalistica, sarebbe salito in poco tempo dal 12,4 per cento del 2023 a oltre il 18 per cento.
Il Partito Popolare sarebbe al 32,4 per cento. Un’eventuale alleanza tra PP e Vox supererebbe il 50 per cento dei voti.
Sánchez, invece, avrebbe perso circa un punto percentuale nel solo mese di agosto.
Certo, i sondaggi non sono tavole della legge.
Cambiano, sbagliano, registrano umori momentanei. Ma proprio per questo è interessante il silenzio.
Quando un dato può essere utilizzato per dimostrare che la destra avanza in Germania, diventa una prova storica del ritorno degli anni Trenta.
Quando un dato analogo emerge in Spagna, il dato scompare, viene ridimensionato o viene infilato sotto il tappeto, insieme alle domande scomode.
La domanda, allora, sarebbe piuttosto semplice: se Sánchez possiede davvero la ricetta miracolosa che gli viene attribuita, perché il suo consenso è in calo? Se la sua gestione dell’immigrazione, della sicurezza, della convivenza e dell’economia rappresenta il modello da imitare, perché gli spagnoli sembrano guardare sempre più verso il centrodestra e verso Vox?
Forse perché gli elettori non leggono i giornali italiani.
È una spiegazione possibile.
Non avendo ricevuto il bollettino ufficiale secondo cui la Spagna sarebbe un paradiso progressista, continuano a farsi un’idea sulla base di ciò che vedono ogni giorno.
Guardano i quartieri, le stazioni, le frontiere, i servizi pubblici, la sicurezza nelle strade.
E votano di conseguenza.
Qui emerge l’errore centrale della sinistra europea: la convinzione che i cittadini siano interessati soprattutto alle intenzioni morali dei governi.
Il governo accoglie?
Allora è buono.
Il governo parla di inclusione? Allora è umano.
Il governo organizza tavoli di confronto?
Allora è competente.
Che poi i cittadini si sentano meno sicuri, che i confini siano sotto pressione, che i servizi non reggano e che la convivenza produca conflitti, tutto questo sarebbe secondario rispetto alla nobiltà delle parole.
Ma la politica non è un concorso di buone intenzioni.
È la gestione della realtà.
E la realtà, contrariamente alle dichiarazioni dei portavoce, non si lascia correggere con un comunicato stampa.
Il punto non è sostenere che ogni immigrato sia un problema, né che ogni elettore di Vox o dell’AfD abbia automaticamente ragione.
Il punto è riconoscere che fenomeni come l’immigrazione irregolare, l’insicurezza e le tensioni culturali esistono, incidono sulla vita concreta delle persone e non possono essere liquidati come paure irrazionali, razzismo o nostalgia fascista.
Eppure la risposta progressista è spesso quella di chiudere la discussione prima ancora di iniziarla.
Se un cittadino dice di essere preoccupato per l’immigrazione, viene accusato di razzismo. Se denuncia il degrado, gli si spiega che il degrado è una costruzione narrativa.
Se chiede più controlli, gli viene ricordato che i confini sono concetti superati.
Se osserva che la sicurezza è peggiorata, si sente rispondere che il problema è la percezione.
La percezione, questa grande protagonista della politica contemporanea.
Se le persone hanno paura, non è perché vivano in un ambiente più insicuro: è perché hanno percepito male.
Se molte città mostrano fenomeni evidenti di marginalità e criminalità, non è necessario intervenire: basta organizzare un seminario sulla percezione urbana.
Se i cittadini non si fidano più delle istituzioni, bisogna spiegare loro che si sbagliano.
Poi arrivano le elezioni e i cittadini, con una certa maleducazione democratica, votano proprio quei partiti che avevano promesso di affrontare i problemi rimossi.
A quel punto la spiegazione è pronta: populismo, ignoranza, propaganda, algoritmi, interferenze russe, crisi della democrazia.
Tutto tranne una possibilità: che la gente sia stanca di essere trattata come un pubblico infantile al quale si possono somministrare soltanto le opinioni autorizzate.
La crescita di Vox in Spagna può essere letta nello stesso modo della crescita dell’AfD in Germania o del consenso raccolto da alcune forze della des
