
Schlein, Conte, Fratoianni, Bonelli e compagni di percorso politico, quando vi vedo insieme nelle manifestazioni dedicate quasi esclusivamente al conflitto israelo-palestinese, una domanda mi viene spontanea: vi ricordate ancora dell’Italia?
Perché mentre milioni di italiani attendono risposte sulla sanità, sulla scuola, sulle liste d’attesa, sul lavoro, sulla sicurezza, sulle pensioni e sul costo della vita, voi sembrate aver individuato una sola, irrinunciabile priorità: Israele.
Sanzioni a Israele.
Embargo a Israele. Accuse di genocidio. Condanne quotidiane a Netanyahu.
E ora perfino la mobilitazione contro una legge o una definizione che mirano a contrastare l’antisemitismo.
Davvero complimenti. Avete trovato il vostro collante: non un programma organico per governare l’Italia, ma un bersaglio comune da attaccare.
Il problema non è discutere delle responsabilità del governo israeliano.
Ogni governo democratico deve poter essere criticato, contestato e sottoposto al giudizio dell’opinione pubblica.
Il problema nasce quando la critica si trasforma in demonizzazione, quando Israele viene presentato come il male assoluto del mondo e quando ogni contesto storico, politico e militare viene cancellato per costruire una narrazione a senso unico.
La politica estera merita serietà, non slogan.
La sofferenza dei civili palestinesi è reale e non può essere ignorata. Le vittime innocenti, a Gaza come in Israele, non sono numeri da utilizzare per alimentare una propaganda di parte.
Ma proprio per questo occorre avere il coraggio di guardare l’intera realtà, anche quando è scomoda.
Il 7 ottobre 2023 non fu una manifestazione per la pace.
Fu un massacro terroristico compiuto da Hamas: persone uccise, famiglie devastate, donne aggredite, ostaggi sequestrati.
Ricordarlo non significa negare le sofferenze palestinesi.
Significa rifiutare l’idea che la storia possa iniziare dal momento più utile alla propria tesi politica.
È possibile condannare le operazioni militari israeliane e, nello stesso tempo, condannare senza ambiguità Hamas.
È possibile chiedere il rispetto del diritto internazionale e, nello stesso tempo, riconoscere il diritto di Israele a esistere e a difendersi dal terrorismo.
È possibile sostenere la nascita di uno Stato palestinese e, nello stesso tempo, rifiutare l’idea che la distruzione dello Stato israeliano sia una soluzione politica.
Questa complessità, però, sembra spesso scomparire nelle piazze e nei discorsi di una parte della sinistra italiana.
Si vedono simboli di Hamas o Hezbollah, si ascoltano slogan che mettono in discussione l’esistenza stessa di Israele, si banalizza la violenza e si considera ogni richiesta di chiarezza una forma di censura.
Eppure, davanti a questi episodi, alcuni leader politici scelgono il silenzio o formule generiche, forse per non perdere consenso in determinati ambienti.
Ma il silenzio, in certi casi, non è prudenza.
È ambiguità.
L’antisemitismo non è un’opinione politica.
Non è pacifismo.
Non è una forma nobile di anticolonialismo.
E non può essere giustificato come semplice antisionismo quando l’antisionismo diventa un pretesto per negare agli ebrei il diritto all’autodeterminazione, per applicare a Israele criteri che non vengono applicati a nessun altro Stato o per attribuire agli ebrei, ovunque vivano, la responsabilità delle scelte di un governo straniero.
Criticare Netanyahu non è antisemitismo.
Criticare il governo israeliano è legittimo, come lo è criticare qualunque altro esecutivo.
Contestare una guerra, chiedere un cessate il fuoco, sollecitare aiuti umanitari e pretendere il rispetto del diritto internazionale sono posizioni politiche perfettamente legittime.
Ma un conto è criticare una politica.
Un altro è accusare Israele di ogni male possibile, descriverlo come uno Stato intrinsecamente criminale, negarne il diritto a esistere o tollerare che gli ebrei vengano minacciati nelle nostre città, nelle università o nelle manifestazioni.
La distinzione non è difficile.
È difficile soltanto quando non si vuole farla.
Anche sul tema della definizione IHRA sarebbe utile maggiore onestà intellettuale.
La definizione operativa dell’International Holocaust Remembrance Alliance non è comparsa improvvisamente dal nulla e non è stata inventata ieri per mettere a tacere il dissenso.
È stata adottata o sostenuta, in momenti diversi, da istituzioni e forze politiche europee.
Esponenti che oggi ne mettono in discussione l’utilità o la formulazione, in passato l’avevano accolta o appoggiata.
Che cosa è cambiato?
La definizione?
Oppure il pubblico di riferimento?
È legittimo discutere dei limiti di ogni definizione.
Nessun documento può sostituire la valutazione concreta dei fatti, e nessuno dovrebbe usare il contrasto all’antisemitismo per impedire una critica motivata alle decisioni del governo israeliano. Ma una cosa è chiedere precisione e garanzie per la libertà di espressione; un’altra è respingere ogni strumento che consenta di riconoscere l’odio antiebraico quando si presenta travestito da posizione geopolitica.
Il vero obiettivo dovrebbe essere proteggere entrambe le libertà: la libertà di criticare un governo e la libertà degli ebrei di vivere senza minacce, intimidazioni e discriminazioni. Non sono diritti incompatibili.
Sono parte dello stesso sistema democratico.
Per questo è preoccupante assistere a una crescente politicizzazione della questione.
Se l’antisemitismo diventa una merce elettorale, si finisce per oscillare tra due errori opposti: da una parte si banalizza l’odio contro gli ebrei; dall’altra si usa l’accusa di antisemitismo come arma per screditare ogni critica a Israele. Entrambi gli atteggiamenti sono dannosi.
Entrambi indeboliscono la lotta contro il pregiudizio.
La sinistra italiana dovrebbe essere la prima a difendere una posizione chiara: nessuna indulgenza verso Hamas, nessuna giustificazione per la violenza contro i civili, nessuna tolleranza per gli slogan antisemiti e nessun assegno in bianco al governo israeliano.
Invece spesso sembra prevalere la convenienza del momento: una condanna formale del terrorismo, seguita da molte più parole contro Israele; un appello generico alla pace, senza indicare chi ha scatenato l’attacco; una richiesta di giustizia internazionale, ma senza affrontare con la stessa fermezza i crimini commessi da Hamas.
Questa non è equidistanza. È selettività. E la selettività, quando riguarda la vita e la dignità delle persone, diventa una forma di ipocrisia.
Non si può pretendere di costruire una politica estera credibile affidandosi soltanto a manifestazioni, dichiarazioni indignate e parole d’ordine. L’Italia ha interessi, responsabilità e alleanze.
È un Paese europeo e occidentale, membro della NATO e dell’Unione europea.
Deve sostenere la diplomazia, gli aiuti umanitari, la liberazione degli ostaggi, la sicurezza di Israele e il diritto dei palestinesi a vivere in libertà e dignità.
Una posizione seria dovrebbe lavorare per una soluzione politica credibile, non per alimentare l’illusione che la cancellazione di una delle due parti possa produrre la pace.
La pace non nasce dalla demonizzazione di un popolo. Non nasce dalla celebrazione dei terroristi.
Non nasce dalla negazione del dolore dell’altra parte.
E non nasce dall’idea che una sola comunità debba pagare, collettivamente e indefinitamente, per le azioni del proprio governo. La pace richiede sicurezza per gli israeliani, diritti e prospettive per i palestinesi, istituzioni responsabili, leadership capaci di rinunciare alla violenza e una comunità internazionale disposta a esercitare pressione su tutti gli attori coinvolti.
È una strada difficile, ma l’alternativa è trasformare il conflitto in una guerra permanente, utile soltanto a chi vive di odio e di potere.
In questo quadro, l’Italia avrebbe bisogno di una politica estera pragmatica, non di una competizione interna a chi pronuncia la condanna più severa contro Israele.
Avrebbe bisogno di sostenere gli aiuti umanitari e i corridoi per i civili, ma anche di chiedere la liberazione degli ostaggi. Dovrebbe favorire la ricostruzione di Gaza, ma impedire che le risorse vengano utilizzate per riarmare Hamas.
Dovrebbe difendere il diritto internazionale, ma senza trasformarlo in uno strumento selettivo applicato soltanto a una parte.
