
È uno degli eventi cinematografici più prestigiosi e seguiti a livello internazionale, ha spesso rappresentato un riflesso delle correnti culturali, politiche e sociali che attraversano il mondo contemporaneo.
Tuttavia, l’edizione recente e quella dell’anno precedente sembrano aver instaurato un particolare orientamento che merita un’analisi più profonda: l’attenzione marcata verso Gaza e il palestinismo come temi centrali, evidenziata soprattutto dalla selezione di film come Naza e The Voice of Hind Rajab.

Questa scelta non può essere interpretata come un mero caso o semplice coincidenza, considerando anche i contesti geopolitici e i soggetti coinvolti nella governance della Biennale di Venezia.
Al centro di questa riflessione vi è la figura di Pietrangelo Buttafuoco, presidente dell’ente organizzatore della Mostra del Cinema.
Un ruolo che lo colloca in posizione decisiva riguardo all’indirizzo artistico e culturale della manifestazione.
Ma Buttafuoco non è soltanto un intellettuale e giornalista italiano: è anche una persona di religione musulmana sciita, specificamente legato alla corrente sciita dell’Iran, paese chiave nella geografia politica mediorientale e principale alleato di Hamas a Gaza.
Non si tratta di un dato secondario ma potenzialmente rilevante per comprendere i meccanismi e le scelte che hanno portato ad un’esplicita visibilità del palestinismo nella Mostra. L’aspetto religioso e identitario di Buttafuoco, noto anche con il nome musulmano Jafar al-Siqili, aggiunge un ulteriore livello simbolico alla questione.

Il richiamo all’identità storica di Jawhar al-Siqili, generale siciliano d’origine sciita che fondò il Cairo, è suggestivo e testimonia un legame profondo con un passato di conquista, cultura e religiosa appartenenza che non sembra casuale.
Questa dimensione identitaria e culturale di Buttafuoco si integra con le scelte politiche e artistiche della Biennale, influenzandone l’orientamento in modo significativo.
Parallelamente, l’apertura della Biennale all’inclusione di un padiglione russo nonostante le sanzioni imposte a causa del conflitto in Ucraina appare altrettanto significativa.

La partecipazione della Russia, paese in crisi diplomatica con gran parte dell’Occidente, è un elemento che si lega alla complessa rete di alleanze tra Russia, Iran e Hamas.
È doveroso sottolineare che questa scelta ha suscitato non poche polemiche, mettendo in luce una possibile strategia di inclusione di voci e prospettive storicamente controverse nel panorama culturale internazionale.
Da una prospettiva critica, è dunque necessario interrogarsi sull’entità e sulle conseguenze di questo intreccio di elementi: la presidenza di Buttafuoco con le sue implicazioni identitarie e religiose, la selezione di film che propongono narrazioni palestiniste, e la presenza russa nel contesto della Biennale.
Questo non significa accettare senza critica tali scelte, ma piuttosto sollevare un dibattito aperto sulle influenze che possono derivare da connessioni politiche e culturali non trasparenti, specialmente all’interno di luoghi simbolo della cultura occidentale come la Mostra del Cinema di Venezia.
La cineasta e i curatori potrebbero benissimo aver inteso dare voce a storie e prospettive normalmente marginalizzate dal grande circuito dell’intrattenimento globale, offrendo così uno spazio di dialogo e riflessione sul conflitto israelo-palestinese.
Tuttavia, l’insistenza su un tema così politicamente sensibile e la concomitanza con la leadership di un individuo con specifici legami personali e culturali rischia di trasformare un evento culturale in uno strumento di soft power politico, con evidenti potenziali ripercussioni sulla percezione pubblica e sul prestigio internazionale della manifestazione.
In ultima analisi, la Mostra del Cinema di Venezia negli ultimi due anni sembra aver assunto una posizione fortemente marcata che va oltre il semplice racconto artistico, riflettendo complesse dinamiche geopolitiche e culturali. Il ruolo di Pietrangelo Buttafuoco, la selezione dei film e la partecipazione russa non sono fatti casuali, ma elementi che invitano a una riflessione più ampia sulle relazioni tra cinema, politica e identità culturale nella contemporaneità.
Ignorare questi aspetti significa perdere l’opportunità di comprendere come la cultura possa essere sia veicolo di dialogo e inclusione, sia potenziale strumento di influenza e propaganda.
