Trauma cinematografico o strumento di calunnia?

Una riflessione critica sulle testimonianze e la rappresentazione del conflitto israelo-palestinese


La Mostra del Cinema di Venezia ha recentemente sancito l’esordio internazionale del documentario “Naza”, opera dei registi israeliani Yuval Abraham e Rachel Shor, accolta con una standing ovation durata venticinque minuti e insignita del Premio Speciale della Giuria.

L’opera denuncia un presunto “calcolato sterminio di massa di civili palestinesi” da parte dell’esercito israeliano e si basa principalmente su testimonianze anonime – alterate digitalmente – di 24 presunti appartenenti ai ranghi militari e della intelligence israeliana.

Tuttavia, la portata delle accuse mosse, nonchè il metodo scelto per sostenerle, hanno suscitato dubbi profondi circa l’attendibilità delle fonti e la veridicità della rappresentazione proposta.

In questa analisi critica, si intende esaminare i punti fondamentali del dibattito sollevato dalla pellicola, evidenziando limiti e contraddizioni che ne compromettono il valore documentaristico e morale.

  1. Il contesto mediatico e politico di “Naza”
    Il film nasce in un contesto storico e politico estremamente complesso, segnato da decenni di conflitti tra Israele e Palestina e da una narrazione polarizzata su ambedue le sponde. La controversia di “Naza” è amplificata dall’impatto mediatico di una tribuna prestigiosa come Venezia, che da sempre influenza l’opinione pubblica e le percezioni globali. Il fatto che un ex primo ministro israeliano, Naftali Bennett, abbia definito il lavoro “calunnia del sangue” e lo abbia paragonato alle vecchie accuse antisemite di infanticidio rituale dimostra quanto la pellicola sia percepita dalle istituzioni israeliane come un attacco radicale e ingiustificato contro lo Stato.
  2. Le testimonianze anonime: forza o debolezza del discorso?
    Al centro della narrazione vi sono 24 interviste anonime, con volti e voci alterati digitalmente, un espediente che se inizialmente tutela la sicurezza degli intervistati, finisce per minare la credibilità complessiva delle dichiarazioni. Le Forze di Difesa Israeliane (IDF) contestano categoricamente le testimonianze, sottolineando l’impossibilità di verificarne l’identità e la reale esperienza militare. Persino le competenze riferite risultano incoerenti: alcune affermazioni farebbero riferimento a strategie e informazioni riservate accessibili solo ai livelli più alti della catena di comando, mentre alcuni testimoni si presenterebbero come appartenenti a reparti o funzioni incompatibili con le loro dichiarazioni. Tali incongruenze suggeriscono una costruzione narrativa debole e potenzialmente strumentale.
  3. L’uso distorto della terminologia giuridica e militare
    Un altro punto dolente riguarda la cooptazione errata dei concetti del diritto bellico. Nel descrivere operazioni militari complesse, “Naza” utilizza una terminologia giuridica senza adeguata competenza, fondando accusazioni di crimini e genocidio su interpretazioni imprecise e contraddittorie. L’esempio emblematico è il concetto di “danno collaterale”, che nel film sarebbe trasformato in sinonimo di uccisione intenzionale di civili, ignorando che nei conflitti armati legittimi esistono valutazioni rigorose e distinzioni tassative a tutela della popolazione civile. Questa semplificazione riduce il dibattito a una demonizzazione unilaterale e poco fondata.
  4. La questione dell’intelligenza artificiale: mito e realtà
    “Naza” pone un focus critico sul ruolo dell’intelligenza artificiale (IA) nei processi decisionali degli attacchi militari, implicando una delega quasi automatica della vita e della morte a sistemi tecnologici. Tale narrazione viene smentita in modo netto dalle IDF, che affermano come le decisioni strategiche e tattiche siano prese esclusivamente da esseri umani conformemente a rigorose direttive e controlli. La diffusione di questa rappresentazione fuorviante contribuisce a creare un immaginario distorto, in cui la tecnologia diventa un capro espiatorio e un nemico invisibile, ma poco rispondente alla realtà concreta delle dinamiche militari israeliane.
  5. La risposta istituzionale israeliana: elementi verificabili contro emotività mediatica
    L’offensiva mediatica di “Naza” è stata riaccompagnata da una dettagliata replica delle Forze di Difesa Israeliane, che hanno posto l’accento sull’inadeguatezza delle prove fornite e sulla necessità di basarsi su elementi concreti e verificabili quando si avanzano accuse così gravi. L’esercito ha sottolineato che in caso di sospette illegalità vi sono procedure interne ed esterne indipendenti, con obblighi chiari per il personale di riportare eventuali infrazioni. L’attenzione dovrebbe dunque spostarsi dalla spettacolarizzazione emotiva del festival e dal consenso di un pubblico “tifoso” verso una valutazione rigorosa e documentata delle ipotesi sollevate.
  6. Il dilemma morale del soldato e la legge israeliana
    Nel dibattito emerge anche un importante quadro legislativo interno, richiamato dalle autorità israeliane, secondo cui il soldato ha il dovere legale e morale di rifiutare ordini manifestamente illegali e di denunciarli. Ciò offre un contrappeso significativo alle accuse di responsabilità collettiva e di politica di sterminio, indicando l’esistenza di strumenti giuridici e disciplinari volti a prevenire abusi. La negazione di questo principio, implicita nel documentario, rischia quindi di generare un’immagine distorta del funzionamento interno dell’esercito israeliano.

Conclusioni
“Naza” si presenta come un esercizio cinematografico coraggioso, certo, ma fortemente contestabile nella sua forma e nei suoi contenuti.

Sebbene il cinema documentario abbia da sempre il compito di porre domande scomode e stimolare riflessioni, la mancanza di trasparenza nelle fonti, le palesi contraddizioni nei racconti, e la rappresentazione distorta di termini tecnici e giuridici affievoliscono drasticamente la forza persuasiva del messaggio.

Inoltre, l’enfasi sugli applausi e sul consenso mediatico rischia di sovrapporre una lettura emotiva e ideologica a un dibattito che avrebbe invece bisogno di rigore e verificabilità.

Nel quadro di un conflitto tanto delicato e complesso quanto quello israelo-palestinese, le accuse di genocidio e sterminio di massa devono essere affrontate con scrupolo metodologico e responsabilità, evitando che la provocazione cinematografica si trasformi in strumento di calunnia e disinformazione.

Solo così la testimonianza – anche quella difficile e dolorosa – può assumere valore etico e sociale, contribuendo a un dibattito più ponderato e meno polarizzato.

Bibliografia essenziale (esempi per approfondimento)

  • Hugo Slim, “Killing Civilians: Method, Madness and Morality in War,” Hurst & Company, 2007.
  • Michael Walzer, “Just and Unjust Wars,” Basic Books, 2015.
  • International Committee of the Red Cross, “International Humanitarian Law and the Challenges of Contemporary Conflicts,” ICRC Reports, 2022.
  • Report ufficiali delle Forze di Difesa Israeliane sui protocolli di condotta in conflitto armato.

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