Per i nuovi almeno 450mila se si corre ovunque.

Il Senato ha concluso l’esame degli emendamenti e degli ordini del giorno sul testo della riforma elettorale, approvandolo in via definitiva prima del ritorno alla Camera, chiamata a confermare le modifiche introdotte.
Tra gli interventi più discussi figurano quelli sulle preferenze, sulle firme necessarie per presentare le liste e sui requisiti di accesso alla competizione elettorale.
Il punto più controverso riguarda proprio la raccolta delle sottoscrizioni.
La nuova disciplina innalza in modo significativo il numero di firme richieste alle formazioni non presenti in Parlamento: si passa da 1.500 a 6.000 firme per collegio.
Chi intendesse presentarsi in tutti i collegi dovrebbe quindi raccogliere circa 450mila sottoscrizioni; limitandosi alla metà dei collegi, il numero scenderebbe comunque a circa 225mila.
In caso di voto anticipato secondo quanto previsto dalla legge, il numero delle firme sarebbe dimezzato.
La maggioranza sostiene che l’intervento sia necessario per contrastare la frammentazione e impedire la proliferazione di liste civetta.
La ministra per le Riforme, Elisabetta Casellati, ha definito il
provvedimento uno strumento per evitare che gli elettori siano “beffati” da formazioni destinate a non ottenere rappresentanza.
Il riferimento è alle liste create con denominazioni o simboli capaci di richiamare partiti più conosciuti, con il rischio di sottrarre voti attraverso la confusione.
È un problema reale. In ogni sistema elettorale, la chiarezza dell’offerta politica e la trasparenza nei confronti dell’elettore sono valori importanti.
Nessuno dovrebbe poter utilizzare nomi, simboli o denominazioni ambigue per alterare la libera scelta degli elettori.
Allo stesso modo, è comprensibile l’esigenza di evitare una dispersione eccessiva del voto, soprattutto quando la proliferazione delle liste rende più difficile capire quali proposte abbiano una reale consistenza politica.
Tuttavia, la soluzione adottata appare sproporzionata.
Il contrasto alle liste civetta non può trasformarsi in un ostacolo quasi insuperabile per ogni nuova forza politica.
Una democrazia sana deve saper difendere contemporaneamente due esigenze: da un lato la qualità e l’autenticità della competizione, dall’altro la possibilità che nuove idee, nuovi movimenti e nuove rappresentanze entrino nelle istituzioni.
L’aumento delle firme è una barriera molto pesante
Portare da 1.500 a 6.000 il numero delle firme per collegio significa quadruplicare l’onere a carico delle formazioni non rappresentate in Parlamento.
Non si tratta di un semplice aggiornamento tecnico.
È una modifica destinata a incidere profondamente sulla possibilità concreta di presentare una lista.
Raccogliere centinaia di migliaia di sottoscrizioni richiede una struttura organizzativa capillare, risorse economiche, militanti, sedi, volontari e un accesso significativo ai territori.
Un partito già presente nelle istituzioni può contare su strumenti, visibilità e reti consolidate.
Un movimento appena nato, invece, deve ancora costruire la propria presenza.
Pretendere da esso lo stesso livello di organizzazione significa, nella pratica, favorire chi è già dentro il sistema.
Il rischio è evidente: la competizione elettorale potrebbe diventare formalmente aperta, ma sostanzialmente riservata alle forze già consolidate.
Le nuove formazioni, anche quando rappresentano bisogni autentici e una parte significativa dell’opinione pubblica, potrebbero essere escluse prima ancora di poter sottoporre il proprio programma agli elettori.
La raccolta delle firme dovrebbe servire a dimostrare che una lista dispone di un consenso minimo e reale.
Non dovrebbe diventare un test finanziario o logistico.
Un numero eccessivo di sottoscrizioni non misura necessariamente la serietà di una proposta politica: misura, piuttosto, la sua capacità di mobilitare risorse in un periodo molto breve.
La differenza è decisiva.
Una lista può avere idee valide, candidati competenti e un potenziale consenso elettorale, ma non disporre dell’organizzazione necessaria per raccogliere 450mila firme.
Al contrario, una formazione già strutturata può raggiungere la soglia richiesta senza che ciò costituisca una prova della qualità della sua proposta.
La firma, in questo modo, rischia di diventare un filtro più economico e organizzativo che democratico.
Esenzioni e disparità di trattamento
A rendere più problematico il provvedimento è il sistema di esenzioni.
I partiti con due gruppi parlamentari restano esonerati dalla raccolta delle firme, così come le forze che abbiano costituito un gruppo entro il 31 dicembre 2025.
È il caso, tra gli altri, di Italia Viva e Azione.
Per le forze con una sola componente parlamentare, come +Europa o la Federazione dei Verdi, resta invece una soglia più contenuta, compresa tra 1.500 e 2.000 firme per collegio.
Nella circoscrizione Estero è sufficiente aver avuto un gruppo parlamentare in una sola Camera o aver conquistato almeno un seggio nella tornata precedente per essere esonerati.
Queste differenze possono essere giustificate dalla necessità di riconoscere la presenza istituzionale. Un partito che ha già eletto rappresentanti ha dimostrato di avere un certo radicamento.
Tuttavia, il criterio adottato rischia di produrre una protezione eccessiva per chi è già rappresentato, mentre rende quasi proibitivo l’ingresso di chi non lo è.
La democrazia non dovrebbe essere un club chiuso.
La rappresentanza parlamentare non può diventare il requisito per ottenere più facilmente l’accesso alle elezioni, perché in questo modo si crea un circolo vizioso: chi è già dentro è agevolato, chi è fuori deve affrontare ostacoli sempre più grandi per entrare. Eppure, proprio le elezioni dovrebbero consentire di verificare se una nuova forza abbia conquistato consenso sufficiente per ottenere rappresentanza.
Il principio di uguaglianza tra le forze politiche non impone necessariamente regole identiche in ogni circostanza, ma richiede che le differenze siano ragionevoli, proporzionate e coerenti con l’obiettivo perseguito.
Se l’obiettivo è impedire l’uso di simboli ingannevoli, si può intervenire sui simboli, sulle denominazioni, sui collegamenti formali tra liste e candidati.
Se l’obiettivo è contrastare la dispersione, si possono prevedere requisiti minimi di presenza territoriale o di trasparenza organizzativa.
Quadruplicare le firme per tutti i soggetti non rappresentati appare invece una misura indiscriminata.
La lotta alle liste civetta non può giustificare ogni restrizione
L’argomento delle liste civetta è efficace perché richiama una preoccupazione concreta degli elettori. Nessuno vuole ritrovarsi sulla scheda simboli o nomi costruiti per creare equivoci.
La confusione può compromettere la libertà di voto e alterare l’esito della competizione.
Ma proprio perché il problema è specifico, anche la risposta dovrebbe essere specifica.
È possibile rafforzare i controlli sui simboli, impedire denominazioni troppo simili a quelle di partiti esistenti, verificare l’effettiva riconducibilità delle liste ai soggetti politici dichiarati e prevedere sanzioni severe in caso di comportamento ingannevole.
Si potrebbe inoltre richiedere una maggiore trasparenza sulle fonti di finanziamento, sui promotori e sui programmi.
Un aumento generalizzato delle firme, invece, colpisce anche le liste che non hanno alcuna intenzione di ingannare l’elettore. Colpisce il movimento ambientalista nato da una mobilitazione locale, la formazione civica costruita intorno a un tema nazionale, il partito di una minoranza linguistica o culturale, il soggetto politico nato da una frattura interna a un partito tradizionale.
Non tutte le nuove liste sono artifici elettorali.
Molte sono il risultato di trasformazioni reali nella società.
La politica non può chiedere ai cittadini di partecipare e, allo stesso tempo, rendere sempre più difficile la traduzione di quella partecipazione in una proposta elettorale.
Se milioni di persone non si riconoscono nei partiti esistenti, la risposta non dovrebbe essere chiudere il sistema, ma interrogarsi sulle ragioni di quella distanza.
Il nodo della soglia per il premio di maggioranza
La maggioranza collega l’aumento delle firme all’eliminazione di qualsiasi soglia minima per accedere al premio di maggioranza. Secondo questa impostazione, se non esiste una soglia elettorale capace di garantire che il premio sia assegnato soltanto a una coalizione dotata di un consenso significativo, sarebbe necessario limitare la frammentazione a monte.
L’argomentazione presenta una sua coerenza politica, ma non risolve i dubbi di fondo.
