
Dopo anni trascorsi a evocare il fascismo come il mostro finale della storia, la sinistra italiana ha finalmente trovato un nuovo nemico all’altezza delle proprie esigenze retoriche: il neoliberismo.
Non importa definire con precisione che cosa sia, dove si trovi o, soprattutto, se abbia mai davvero governato in Italia. L’importante è pronunciarne il nome con il tono grave di chi ha appena scoperto una minaccia esistenziale.
Dal palco della Festa dell’Unità di Reggio Emilia, Elly Schlein ha dichiarato che il neoliberismo “ha fallito” e ha dimostrato la propria insostenibilità economica, sociale e ambientale.
Una frase perfetta: abbastanza generica da non poter essere smentita, abbastanza drammatica da accendere l’entusiasmo dei diciottenni rivoluzionari e abbastanza elastica da poter essere riutilizzata in ogni occasione, dal comizio alla didascalia su Instagram.
Il neoliberismo, in questo racconto, è un’entità misteriosa.

Non ha indirizzo, non possiede una carta d’identità, non risulta iscritto a nessun partito, eppure sarebbe responsabile di ogni problema: salari bassi, precarietà, inquinamento, disuguaglianze, crisi abitativa, forse anche delle code alle poste e della cattiva qualità del caffè alla macchinetta.
Una creatura onnipotente e invisibile, come il mostro sotto il letto, ma con un ufficio stampa molto efficiente.
Il punto è che in Italia il liberismo, quello vero, non è mai stato applicato.
Ci sono state privatizzazioni discutibili, liberalizzazioni parziali, riforme incompiute e interventi pubblici mascherati da modernizzazione.
Ma parlare di un Paese dominato dal libero mercato è una curiosa forzatura.
Qui lo Stato pesa, regola, tassa, autorizza, vieta, controlla, finanzia e, quando possibile, nomina.
Il cittadino non vive in una giungla liberista: vive in un labirinto amministrativo, spesso costruito con lodevole partecipazione bipartisan.
Anche il governo di centrodestra, per quanto ami presentarsi come paladino dell’impresa e della libertà economica, si muove in un contesto fortemente statalista.
La destra italiana ha un rapporto con il libero mercato simile a quello di certi salutisti con il dessert: lo elogia in pubblico, ma quando arriva il momento decisivo preferisce una bella porzione di spesa pubblica, possibilmente accompagnata da una misura ad hoc per la propria categoria di riferimento.
In Italia, infatti, il liberismo è spesso una parola da campagna elettorale, mentre lo statalismo è una pratica quotidiana. Tutti lo criticano, ma nessuno vuole davvero rinunciare alle sue comodità.
Si contesta lo Stato quando tassa, ma lo si invoca quando bisogna salvare un’azienda.
Si denuncia la burocrazia, ma si chiede una nuova legge per risolvere ogni problema.
Si parla di concorrenza, purché non riguardi il proprio settore.
Si invoca la meritocrazia, purché non metta in discussione la posizione acquisita.
Il risultato è un grande paradosso nazionale: la politica italiana è quasi sempre pronta a denunciare il capitalismo, ma altrettanto pronta a distribuire bonus, incentivi, sussidi e agevolazioni.
Nessuno vuole davvero ridurre il peso dello Stato; si preferisce stabilire chi debba ricevere i suoi favori. Il dibattito non riguarda più se spendere, ma come spendere.
La questione fondamentale non è se il bancomat pubblico debba essere utilizzato, bensì chi debba tenere in mano la tessera.
Spesa, spesa e ancora spesa.
Ogni anno lo Stato italiano movimenta circa 1.200 miliardi di euro, mentre il debito pubblico si aggira intorno al 140% del PIL. Eppure la crescita reale resta spesso confinata nella dimensione dello zero virgola, quella terra di mezzo in cui le statistiche si muovono con la cautela di un pensionato su una lastra di ghiaccio.
È difficile, in un Paese simile, sostenere seriamente che il problema sia l’eccesso di mercato.
Forse il mercato italiano è così aggressivo da riuscire a sopravvivere nonostante tasse, vincoli, autorizzazioni, regolamenti, adempimenti, monopoli, corporazioni e una giustizia civile che considera il tempo una semplice convenzione borghese.
Qui le elezioni non si vincono promettendo tagli alla spesa o riduzioni strutturali della pressione fiscale.
Si vincono preparando la lista della spesa.
Una pensione in più, un bonus per qualcuno, un contributo per qualcun altro, un credito d’imposta, una detrazione, una proroga, una sanatoria, un incentivo.
Il programma elettorale è diventato il volantino di un supermercato: “Prendi due promesse e paghi dopo il voto”.
Naturalmente il conto arriva, ma con la consueta eleganza della fiscalità generale: nessuno sa esattamente quanto pagherà e nessuno si sente direttamente responsabile.
L’impresa, poi, occupa un posto speciale nell’immaginario progressista.
È tollerata quando assume, tassata quando guadagna, sospettata quando cresce e celebrata soltanto quando fallisce in modo sufficientemente commovente.
L’imprenditore italiano è una figura quasi mitologica: deve creare ricchezza, mantenere i dipendenti, pagare imposte, rispettare una montagna di norme, sostenere il welfare, anticipare l’IVA, compilare moduli e possibilmente sorridere.
Se riesce, è un privilegiato. Se non riesce, è uno sfruttatore.
Se chiude, diventa oggetto di un convegno sulla crisi del territorio.
In una società normale, l’imprenditore dovrebbe essere considerato una persona che si assume un rischio, investe risorse, organizza lavoro e prova a produrre beni o servizi richiesti da qualcuno.
In Italia, invece, spesso viene trattato come un potenziale colpevole in attesa di istruttoria.
La sua attività è circondata da regole e regolette, controlli e autocertificazioni, autorizzazioni preventive e verifiche successive.
Un piccolo errore formale può diventare più grave di una crisi di mercato.
La burocrazia non chiede se l’azienda sia competitiva: chiede se il modulo sia stato compilato nel formato corretto, possibilmente con un allegato già allegato a un altro allegato.
E naturalmente, quando qualcuno propone di alleggerire il carico sulle partite IVA, l’opposizione insorge.
Non sia mai che lavoratori autonomi e piccoli imprenditori possano respirare un po’.
L’idea che un professionista o un artigiano debba trattenere una quota maggiore del proprio reddito viene immediatamente sottoposta a esame morale.
Se invece lo Stato incassa, redistribuisce, trattiene e poi restituisce una parte sotto forma di bonus, tutto diventa socialmente virtuoso.
La partita IVA, del resto, è il vessato per antonomasia.
Non è un lavoratore, secondo certa retorica: è un evasore potenziale.
Non è una persona che cerca di costruire la propria attività: è qualcuno che deve dimostrare ogni anno di meritare il diritto di continuare a lavorare.
Non è un cittadino che finanzia i servizi pubblici: è un bancomat ambulante con obblighi fiscali incorporati.
Il cuneo fiscale completa l’opera.
In Italia assumere costa molto all’impresa, mentre al lavoratore arriva una somma nettamente inferiore rispetto al costo complessivo sostenuto dal datore di lavoro.
È una specie di trucco contabile che consente a tutti di sentirsi penalizzati: l’imprenditore paga troppo, il dipendente riceve troppo poco e lo Stato, nel frattempo, incassa il necessario per organizzare un tavolo tecnico sull’argomento.
Si parla spesso di salari bassi, ma molto meno volentieri del costo del lavoro.
Eppure le due cose sono collegate.
Se assumere è costoso, rischioso e complicato, le imprese assumono meno, investono meno o si orientano verso forme contrattuali più prudenti.
Poi ci si stupisce della precarietà, come se fosse una misteriosa calamità naturale scesa sul Paese da un cielo neoliberista.
Anche il confronto fiscale con altri Paesi europei è impietoso.
Un lavoratore con uno stipendio lordo di 2.500 euro può trovarsi sottoposto a un carico fiscale che in altri sistemi scatta a livelli di reddito molto più alti.
La differenza non è un dettaglio tecnico: incide sulla convenienza ad assumere, sulla possibilità di aumentare i salari e sulla capacità di attrarre competenze.
Ma discutere seriamente di produttività, aliquote e costo del lavoro è faticoso.
