Ieri sera, dopo una lunga pausa,

Alessandro Di Battista è tornato a parlare in televisione.

Una vistosa cicatrice sulla testa ha fugato molti dubbi sulle ragioni della sua assenza.

Anche il tono, rispetto al passato, è apparso più pacato.

L’intervento è durato appena un minuto e mezzo, quasi in modalità di “risparmio energetico”.

Eppure, anche in uno spazio così breve, Di Battista è riuscito a essere pienamente se stesso: uno dei più efficaci e riconoscibili propagandisti del panorama pubblico italiano.

Il tema era Cuba.

Sarebbe stata un’occasione per parlare delle condizioni in cui versa l’isola, della crisi economica, della scarsità di beni essenziali, della repressione politica, delle migliaia di persone arrestate dopo le proteste, della fuga continua di cittadini verso l’estero. Sarebbe stata un’occasione per dare spazio alla voce delle cubane e dei cubani, alle loro esperienze, alle loro paure, alle loro speranze.

Ma non è accaduto nulla di tutto questo.

Di Battista ha riproposto il solito schema: Cuba come vittima innocente dell’aggressione americana, il regime come soggetto virtuoso, i medici cubani come prova della superiorità del sistema e Donald Trump come responsabile, diretto o indiretto, delle condizioni dell’isola.

Un racconto semplice, rassicurante e falso nella sua pretesa di spiegare tutto attraverso un unico colpevole.

È una narrazione che non cerca di comprendere Cuba. Cerca soltanto di difendere un’idea politica.

Il solito copione

Parlare dei medici cubani può essere legittimo.

Cuba ha formato professionisti capaci e ha costruito, nel tempo, una tradizione di assistenza sanitaria che merita di essere analizzata senza caricature.

Ma trasformare questo elemento in una prova assoluta della bontà del regime significa fare propaganda.

Un sistema sanitario non può essere valutato soltanto attraverso le immagini dei medici inviati all’estero o attraverso il prestigio di alcune eccellenze.

Bisogna parlare anche delle condizioni degli ospedali, della disponibilità di farmaci, dei salari, dell’accesso alle cure, delle liste d’attesa, della possibilità per i cittadini di denunciare inefficienze e abusi.

Bisogna considerare l’intero sistema, non selezionare soltanto ciò che serve a confermare una tesi.

Il problema di Cuba non è che esistano medici competenti.

Il problema è che la competenza di alcuni professionisti viene utilizzata per assolvere un regime che nega libertà fondamentali, reprime il dissenso e mantiene il potere da decenni senza consentire una reale alternanza politica.

Un Paese può avere medici eccellenti e, nello stesso tempo, essere una dittatura.

Le due cose non si escludono.

Anzi, proprio questa sovrapposizione dovrebbe spingere a un’analisi più seria, non a una celebrazione automatica.

Di Battista, invece, non analizza.

Seleziona.

Non racconta la complessità

. La cancella.

Prende un elemento positivo, lo ingigantisce e lo usa come scudo per impedire qualsiasi discussione sul resto.

Quando poi attribuisce la condizione dell’isola esclusivamente alle politiche americane, propone una semplificazione tanto comoda quanto irresponsabile.

Le sanzioni e l’embargo possono avere conseguenze concrete e vanno discussi con rigore.

Ma non sono una spiegazione totale.

Non cancellano la responsabilità del governo cubano.

Non spiegano da soli decenni di autoritarismo, il controllo politico dell’economia, la persecuzione degli oppositori, la censura, l’assenza di libertà elettorale e la repressione delle manifestazioni.

Soprattutto, non spiegano perché il regime continui a negare ai cittadini il diritto di protestare, organizzarsi, informarsi liberamente e scegliere i propri governanti.

Il paradosso della censura

Nelle battute finali del suo intervento, Di Battista ha ringraziato Giovanni Floris per lo spazio concessogli, sottolineando di poter dire “sempre tutto quello che vuole, senza censure”.

Questa frase contiene un paradosso evidente.

Di Battista costruisce da anni la propria identità pubblica intorno alla denuncia di un Occidente che, a suo dire, impedirebbe il libero pensiero, soffocherebbe le voci dissenzienti e controllerebbe l’informazione.

Eppure parla in programmi televisivi seguiti, su reti nazionali, in prima serata, davanti a milioni di persone.

Viene invitato, ascoltato, rilanciato.

Ha accesso a giornali, televisioni, piattaforme digitali e social network.

Può esprimere le proprie opinioni con enorme visibilità.

Non è censurato.

È ospitato.

Non è perseguitato.

È cercato.

Non è escluso dal dibattito.

È parte integrante del sistema mediatico che sostiene di combattere.

La sua posizione, dunque, non è quella di un intellettuale silenziato.

È quella di un personaggio pubblico a cui viene offerto uno spazio proprio perché le sue parole producono attenzione, reazioni, discussioni e ascolti.

Il sistema che egli accusa di censura gli garantisce una platea.

E lui utilizza quella platea per sostenere che il sistema censura chi la pensa diversamente.

Il paradosso sarebbe soltanto comico se non avesse conseguenze più profonde.

Perché un propagandista che accusa gli altri di censura, mentre gode di un accesso privilegiato ai mezzi di comunicazione, non si limita a rendersi ridicolo.

Contribuisce a confondere il significato stesso della parola “censura”.

La trasforma in una formula generica con cui descrivere qualsiasi critica, qualsiasi mancato consenso, qualsiasi scelta editoriale che non corrisponda alle proprie aspettative.

Essere contraddetti non significa essere censurati.

Non essere invitati a una trasmissione non significa essere perseguitati.

Ricevere critiche non significa subire una limitazione della libertà di parola.

La censura è la soppressione o il controllo dell’espressione da parte di un’autorità.

È il divieto imposto a chi parla, scrive, pubblica o manifesta.

In una democrazia, invece, il fatto che una persona possa comparire in televisione, essere criticata e continuare a parlare indica l’esistenza di uno spazio pubblico aperto, non la sua abolizione.

Certo, anche le democrazie possono avere problemi di pluralismo, concentrazione editoriale e disuguaglianze nell’accesso ai media.

Ma denunciare tali problemi è una cosa; sostenere di essere censurati mentre si dispone di una piattaforma nazionale è un’altra.

Chi non viene invitato

Il punto più grave, tuttavia, non riguarda soltanto l’incoerenza di Di Battista.

Riguarda chi viene escluso dal racconto.

Ogni volta che una trasmissione invita un opinionista italiano a parlare di Cuba senza ascoltare le cubane e i cubani, si verifica una sostituzione.

La voce di chi vive quella realtà viene rimpiazzata da quella di chi la interpreta da lontano, spesso secondo categorie ideologiche precostituite.

È una forma di espropriazione narrativa.

Le persone che vivono a Cuba scompaiono. S

compaiono le famiglie che affrontano la mancanza di cibo.

Scompaiono i giovani che non vedono prospettive e cercano di partire.

Scompaiono gli oppositori incarcerati.

Scompaiono le madri che protestano per i figli arrestati.

Scompaiono gli artisti e i giornalisti sottoposti a pressioni.

Scompaiono coloro che chiedono libertà e vengono accusati di essere agenti stranieri.

Al loro posto compare l’opinionista occidentale che spiega che il problema è Trump.

È una situazione intollerabile.

Non perché Di Battista non abbia il diritto di esprimere le proprie opinioni, ma perché il suo punto di vista viene presentato come se fosse la voce di Cuba.

Non lo è.

È la voce di un italiano che difende una certa lettura politica di Cuba.

Questa distinzione dovrebbe essere elementare.

Invece viene continuamente cancellata.

Quando qualcuno parla di Cuba come se l’isola fosse un’astrazione geopolitica, e non una società composta da milioni di persone, la sofferenza reale dei suoi abitanti diventa un dettaglio secondario.

Le vite concrete vengono sacrificate alla narrazione.

Le persone diventano materiale illustrativo per una tesi sull’imperialismo, sul capitalismo o sull’Occidente.

Il regime cubano, in questa rappresentazione, non è più responsabile delle proprie scelte.

È sempre una vittima.

Le sue decisioni vengono giustificate, minimizzate o ignorate.

Se l’economia crolla, la colpa è degli Stati Uniti.

Se la popolazione protesta, la protesta è manipolata.

Di Admin

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