
Dopo aver visto il breve video nel quale il Ministro dei Trasporti invita, in sostanza, a “rassegnarci o ad attrezzarci”, avrei potuto scegliere di non intervenire.
Avrei potuto ignorare quelle parole, lasciar passare il momento e convincermi che, forse, si trattasse soltanto di una frase infelice, pronunciata con leggerezza o senza la piena consapevolezza delle sue conseguenze.

Non è, tuttavia, nel mio carattere restare in silenzio quando ritengo che siano stati oltrepassati i limiti del rispetto e della responsabilità istituzionale.
Ho contato fino a dieci.
Poi fino a venti. Infine fino a trenta.
Ma non è bastato.
Per questo sento il dovere di esprimere pubblicamente una riflessione, con rispetto per il ruolo ricoperto, ma anche con la necessaria fermezza.
Signor Ministro — scritto volutamente in minuscolo, non per una mancanza di rispetto personale, ma per sottolineare la distanza tra l’importanza del ruolo istituzionale e la leggerezza con cui, in questa circostanza, esso è stato rappresentato — si rende conto che dalla sua bocca è uscita una frase profondamente infelice e, a mio avviso, del tutto inappropriata?

Una frase che rischia di offendere, innanzitutto, centinaia di lavoratori del settore dei trasporti e, di conseguenza, migliaia di cittadini che ogni giorno subiscono gli effetti di una situazione sempre più difficile. Davvero ritiene che questo sia il modo corretto di rivolgersi a persone che stanno combattendo quotidianamente per mantenere in vita le proprie aziende, garantire il pagamento degli stipendi, rispettare gli obblighi fiscali e assicurativi, sostenere le rate, affrontare il costo del carburante e assicurare la continuità del proprio lavoro? Dietro ogni impresa di trasporto non ci sono soltanto numeri, bilanci o mezzi commerciali.
Ci sono persone.
Ci sono famiglie.
Ci sono dipendenti.
Ci sono anni di sacrifici, investimenti, rinunce e responsabilità.
Ci sono imprenditori che, spesso, hanno impegnato i propri risparmi e il proprio patrimonio personale per costruire un’attività e garantire un futuro ai propri collaboratori.
Molti di questi lavoratori, con ogni probabilità, hanno anche sostenuto politicamente chi oggi governa il Paese.
Non lo hanno fatto per ottenere trattamenti di favore, corsie preferenziali o privilegi personali.
Lo hanno fatto confidando nella possibilità che le istituzioni ascoltassero le loro difficoltà e affrontassero i problemi con serietà, competenza e senso di responsabilità.
Si aspettavano, semplicemente, che davanti a una crisi così complessa il Governo cercasse soluzioni concrete.
Si aspettavano attenzione, confronto e comprensione della gravità del momento.
Si aspettavano che la politica non si limitasse a registrare le difficoltà, ma si assumesse il compito di intervenire per ridurle. Perché, signor Ministro, la situazione è diventata insostenibile.
Molte imprese sono arrivate allo stremo delle proprie possibilità.
I costi di gestione sono aumentati in modo significativo, mentre i margini di guadagno si sono ridotti fino quasi a scomparire.
Il prezzo del carburante incide pesantemente sui bilanci aziendali.
Le assicurazioni, la manutenzione, i pedaggi, i ricambi, il costo del lavoro, gli adempimenti burocratici e gli oneri finanziari rappresentano una somma di spese che diventa sempre più difficile sostenere.
A tutto questo si aggiungono ritardi nei pagamenti, difficoltà nei rapporti con la committenza, concorrenza spesso esercitata in condizioni non equilibrate e una crescente incertezza normativa. Chi lavora nel trasporto su strada non chiede di essere sottratto alle regole.
Chiede regole chiare, applicabili e uguali per tutti.
Chiede che il rispetto della legalità non diventi un peso sostenuto soltanto da chi opera correttamente.
Noi avevamo pensato che il problema del trasporto su strada fosse stato finalmente preso a cuore.
Avevamo interpretato alcune dichiarazioni e alcuni impegni come il segnale di una reale volontà di affrontare una questione strategica per l’economia nazionale.
Perché il trasporto non è un settore marginale.
È una componente essenziale del sistema produttivo.
Attraverso la strada viaggiano le merci, le materie prime, i prodotti alimentari, i medicinali e tutti quei beni che consentono alle imprese e alle famiglie di vivere e lavorare. Se il trasporto si ferma, si ferma una parte significativa del Paese. Eppure, davanti a determinate dichiarazioni e a un tono che è apparso sorridente, soddisfatto e distante dalle difficoltà concrete vissute dagli operatori, diventa difficile conservare la stessa fiducia.
Non si può chiedere a una categoria già provata di “rassegnarsi”.
Non si può liquidare una crisi strutturale come se fosse una semplice difficoltà individuale.
Non si può invitare chi lavora ogni giorno a “attrezzarsi” senza chiarire quali strumenti si intendano mettere a disposizione, quali interventi si vogliano adottare e in quali tempi.
Le parole delle istituzioni hanno un peso.
Hanno un peso particolare quando vengono pronunciate da chi ricopre una responsabilità di Governo.
Una dichiarazione può rassicurare oppure scoraggiare, può aprire un confronto oppure alimentare un senso di abbandono.
Può far sentire i cittadini ascoltati oppure definitivamente ignorati. Per questo è necessario prestare attenzione non soltanto ai provvedimenti, ma anche al linguaggio utilizzato per presentarli.
Una frase pronunciata con leggerezza può ferire profondamente chi, da anni, attende risposte.
Può essere percepita come una forma di disprezzo da chi sta facendo tutto il possibile per non arrendersi.
Mi fa piacere che esistano obiettivi politici importanti, come la sospensione — e non l’abolizione — del bollo auto, le questioni relative alla presenza degli stranieri nelle aule, il burqa e molti altri temi che evidentemente vengono considerati prioritari. Tuttavia, il problema non è stabilire se tali argomenti possano o meno essere discussi.
Il problema è comprendere quale attenzione venga riservata, nello stesso momento, alle emergenze economiche e sociali che stanno colpendo migliaia di lavoratori italiani.
Governare significa stabilire priorità, assumere decisioni e affrontare i problemi secondo la loro effettiva urgenza.
Significa comprendere che, accanto al dibattito politico e culturale, esistono persone che ogni sera fanno i conti con la possibilità concreta di non riuscire a pagare una rata, uno stipendio, una fattura o una fornitura. Governare è prima di tutto un atto di responsabilità.
La capacità di chi governa non si misura soltanto davanti ai risultati facilmente comunicabili o ai provvedimenti che possono essere celebrati pubblicamente.
Si misura soprattutto davanti alle situazioni più complesse, quelle che non ammettono slogan e che richiedono ascolto, competenza, mediazione e coraggio.
Si misura quando una categoria è stanca, preoccupata e disillusa.
Si misura quando le imprese chiedono interventi non per aumentare i propri privilegi, ma per evitare di chiudere.
Si misura quando è necessario scegliere se rinviare ancora oppure affrontare davvero un problema che riguarda l’intero Paese.
Festeggiare piccoli risultati mentre intere categorie produttive sono in difficoltà non restituisce fiducia a chi ogni giorno combatte per andare avanti.
Al contrario, può accrescere la distanza tra le istituzioni e i cittadini.
La fiducia non si costruisce con dichiarazioni ottimistiche.
Si costruisce dimostrando di conoscere la realtà, riconoscendo le difficoltà e mettendo in campo soluzioni verificabili.
Io, come molti altri colleghi, vado a letto ogni sera con un pensiero preciso: “Come faccio a salvare la mia azienda?”
Come faccio a pagare tutto?
Come faccio a sostenere il costo del carburante? Come faccio a mantenere i mezzi efficienti e sicuri?
Come faccio a pagare i dipendenti?
Come faccio a rispettare tasse, assicurazioni, rate e scadenze?
Come faccio a continuare a lavorare senza mettere a rischio il futuro della mia famiglia?
Come faccio a garantire un futuro ai miei figli?
Questi sono i pensieri di tante persone. Non sono slogan.
Non sono esagerazioni.
Sono preoccupazioni concrete che accompagnano il lavoro quotidiano di uomini e donne che hanno scelto di investire nel proprio Paese e di costruire la propria vita attraverso il lavoro. Forse la differenza è proprio questa: noi non possiamo permetterci di “rassegnarci”.
Non possiamo rassegnarci perché dietro ogni camion c’è un lavoratore.
Dietro ogni azienda c’è una famiglia.
Dietro ogni partita IVA ci sono persone in carne e ossa.
Marica Desideri pres. Regionale Marche
PMIA autotrasporto UNILAVORO
