
Quando oggi si pronuncia la parola maranza, molte persone immaginano un ragazzo adolescente o molto giovane, vestito con una tuta sportiva, il cappuccio sollevato, un borsello portato a tracolla e scarpe da ginnastica vistose.
Lo si associa a comitive rumorose, linguaggio gergale, atteggiamenti provocatori, musica trap, video pubblicati sui social e, in alcuni casi, episodi di risse o microcriminalità.
Tuttavia, il termine non è nato oggi e non ha avuto sempre lo stesso significato.
La sua storia è interessante proprio perché mostra come le parole cambino nel tempo, assumendo significati nuovi a seconda del contesto sociale, culturale e mediatico.
Il maranza degli anni Ottanta non coincide perfettamente con quello rappresentato oggi su TikTok.
Allo stesso tempo, tra le due figure esiste una continuità: in entrambi i casi si tratta di un giovane percepito come appariscente, volgare, eccessivo, poco rispettoso delle regole condivise e desideroso di dimostrare la propria appartenenza a un gruppo.
La mia opinione è che il fenomeno dei maranza debba essere osservato con equilibrio.
Non bisogna negare i problemi reali legati ad alcuni comportamenti violenti o intimidatori, ma neppure trasformare un’etichetta culturale in una condanna collettiva, soprattutto nei confronti dei ragazzi di seconda generazione o delle persone di origine straniera.

L’origine del termine
Il termine maranza si è diffuso soprattutto nell’area milanese negli anni Ottanta.
In origine veniva usato in modo dispregiativo per indicare un ragazzo considerato tamarro, appariscente, volgare o poco elegante.
Era vicino, per significato, a parole come truzzo, coatto, zarro o, appunto, tamarro.
Non definiva necessariamente un criminale e non indicava una specifica origine etnica.
Il “maranza” di allora era soprattutto una figura estetica e comportamentale.
Poteva essere il ragazzo che indossava abiti vistosi, ascoltava musica commerciale o considerata di cattivo gusto, frequentava gruppi rumorosi e cercava di attirare l’attenzione.
Il termine conteneva una forte componente di giudizio sociale: chi veniva definito maranza era visto come privo di raffinatezza, eccessivo nei modi e desideroso di ostentare ciò che possedeva.
Come spesso accade con le parole nate nel linguaggio giovanile, l’origine precisa del termine non è del tutto certa e le interpretazioni possono essere diverse.
Alcuni lo hanno collegato a espressioni dialettali o gergali milanesi, altri lo hanno messo in relazione con parole utilizzate per descrivere soggetti rumorosi, marginali o considerati poco affidabili.
Ciò che appare più sicuro è il suo iniziale carattere locale e sociale: maranza era un’etichetta milanese usata per descrivere un certo tipo di giovane, non una categoria etnica.
Negli anni successivi la parola ha perso parte della sua centralità.
È rimasta presente nel linguaggio colloquiale, ma per molto tempo non ha avuto la stessa visibilità che possiede oggi.
È stata poi ripresa e rilanciata soprattutto a partire dal 2022, grazie ai social network e in particolare a TikTok.
Il ritorno del maranza nell’epoca di TikTok

La nuova diffusione del termine è legata alla trasformazione del modo in cui i giovani comunicano e costruiscono la propria identità. TikTok, Instagram e altre piattaforme hanno reso immediatamente visibili stili, atteggiamenti e linguaggi che un tempo sarebbero rimasti circoscritti a un quartiere o a una comitiva.
Il termine maranza è così diventato una parola facilmente riconoscibile e condivisibile.
È comparso nei video, nei commenti, nei meme e nei contenuti di cronaca. In alcuni casi è stato usato per descrivere comportamenti reali; in altri è diventato quasi un personaggio, una maschera, uno stile da imitare o da esibire.
La rete ha inoltre favorito la costruzione di un immaginario riconoscibile.
Il maranza contemporaneo viene spesso rappresentato come un ragazzo appartenente a una comitiva di strada, con un atteggiamento spavaldo e provocatorio.
Parla usando espressioni gergali, ascolta trap o rap, mostra un rapporto molto forte con il gruppo e sembra voler trasmettere sicurezza, durezza e indipendenza.
Questa rappresentazione, però, non è sempre spontanea.
I social premiano i contenuti più estremi, rumorosi e provocatori.
Un ragazzo che si comporta normalmente difficilmente diventa virale; una comitiva che urla, sfida i passanti o mette in scena una rissa attira invece più attenzione.
Di conseguenza, il fenomeno può apparire più vasto e uniforme di quanto sia nella realtà.
Molti giovani, inoltre, adottano solo alcuni elementi dello stile maranza senza condividere necessariamente comportamenti criminali.
Possono indossare una tuta, ascoltare trap, usare termini gergali o frequentare gruppi numerosi senza essere coinvolti in violenze o reati.
La moda, il linguaggio e l’atteggiamento non sono automaticamente sinonimi di pericolosità.
L’identikit estetico
Il maranza contemporaneo viene spesso riconosciuto attraverso un abbigliamento preciso. La tuta sportiva, spesso scura o lucida, è uno degli elementi più evidenti.
A questa si aggiungono il cappuccio sollevato, i marsupi o i borselli portati a tracolla, le scarpe da ginnastica vistose e i loghi di marchi conosciuti.
Questo look non è completamente nuovo.
L’abbigliamento sportivo è da decenni associato a diversi ambienti giovanili urbani e musicali. Ciò che è cambiato è il modo in cui questi elementi vengono combinati e comunicati.
Il vestito non serve soltanto a essere comodi: diventa un segnale di appartenenza, un codice riconoscibile dagli altri membri del gruppo.
Anche l’ostentazione dei marchi ha un ruolo importante.
Mostrare un logo può significare desiderare prestigio, sicurezza o riconoscimento sociale.
In contesti periferici o economicamente difficili, il brand può diventare un simbolo di successo e di riscatto, anche quando l’oggetto è acquistato a basso costo o imitato.
Il look maranza, quindi, non dovrebbe essere considerato semplicemente ridicolo o privo di gusto.
È un linguaggio visivo.
Come ogni linguaggio, comunica valori e aspirazioni: appartenenza, visibilità, forza, riconoscimento e talvolta ribellione alle regole estetiche della società adulta.
Il rapporto con la musica trap
Il ritorno del termine è strettamente legato all’immaginario della musica trap. La trap, nata come evoluzione dell’hip hop e diffusasi in Italia soprattutto tra i più giovani, racconta spesso denaro, strada, successo, conflitto, riscatto e vita nelle periferie.
Non tutti gli artisti trap rappresentano questi temi nello stesso modo, ma il loro linguaggio ha influenzato profondamente l’abbigliamento e i comportamenti di molti adolescenti.
Per alcuni ragazzi la trap è semplicemente musica.
Per altri è anche un modello estetico e comunicativo. Il modo di parlare, le pose, i gesti, gli accessori e persino la postura possono essere influenzati dai videoclip e dagli artisti più popolari.
In questo senso il maranza contemporaneo non nasce soltanto dalla strada, ma anche dalla sua rappresentazione mediatica.
La periferia reale e la periferia raccontata nei video musicali si mescolano. I ragazzi osservano determinati modelli, li reinterpretano e li trasformano in una forma di identità collettiva.
Bisogna però evitare una semplificazione: non tutta la trap esalta la violenza e non tutti i giovani che la ascoltano vogliono imitare atteggiamenti criminali. La musica può raccontare un ambiente difficile senza essere un invito a riprodurlo.
Considerare la trap come la causa diretta dei comportamenti violenti sarebbe superficiale.
Più corretto è dire che essa contribuisce a creare un immaginario nel quale alcuni giovani trovano modelli, parole e simboli per esprimere se stessi.
L’influenza delle periferie francesi
Il maranza contemporaneo ha preso ispirazione anche dall’immaginario delle periferie francesi, le cosiddette banlieue.
Film, videoclip, serie televisive e contenuti social hanno diffuso l’immagine di quartieri periferici segnati da forti contrasti sociali, disoccupazione, tensioni con le forze dell’ordine e identità culturali multiple.
Molti ragazzi italiani hanno assorbito questo immaginario anche senza avere un legame diretto con la Francia.
