
Ieri sera, come da tradizione ormai consolidata, presso il Parco XI Settembre di Bologna si è svolto il rituale sacro del dibattito pubblico di sinistra: l’evento in cui i protagonisti – una sorta di moderni oracoli della retorica progressista – si riuniscono per declamare a gran voce la litania delle promesse irrealizzabili e degli slogan stucchevoli. Sul palco, che sembrava più una capsula del tempo politica, abbiamo avuto l’onore di assistere alle performance di Emily Clancy, Vicesindaco della città dalle mille contraddizioni, Nicola Fratoianni, custode delle parole belle ma lontane dalla realtà, e Pierluigi Bersani, l’anziano dinosauro della politica nostrana, capace di resuscitare slogan ormai fossili. Il pubblico?
Un’affascinante miscellanea di compagni incalliti, fuorisede trasandati con il piglio del rivoluzionario di periferia e pensionati ex volontari delle feste dell’Unità, tutti seduti come se fossero pronti a ricevere il vangelo della sinistra che non vince mai.
E in effetti così è stato: due ore intense in cui si è sviolinato – con una maestria quasi toccante – un repertorio classico e consunto fatto di lotta al fascismo (perché, si sa, il vero nemico comunque cammina tra noi), patrimoniale (la ricetta magica che nessuno vuole ma tutti sognano), contrasto al degrado (a parole sempre presente, nei fatti sempre latitante), inclusione, cori da stadio a favore dei centri sociali, scuola aperta a tutti, glorificazione della Palestina, inni agli omosessuali e quant’altro fa tanto politically correct.
Ma la parte più esilarante è arrivata con la Vicesindaca Emily Clancy, la reginetta dell’ambiguità politica bolognese. Da una parte proclama amore eterno per i centri sociali, quei luoghi magici dove ogni tre per due si verificano devastazioni, microcriminalità e degrado varia, dall’altra si atteggia a paladina della sicurezza e del decoro urbano. Ma chi vuole prendere in giro? I bolognesi sono costretti a fare i conti quotidianamente con questa doppiezza che fa sorridere solo per non piangere. Nel frattempo Emily sorride e continua a tessere la sua tela fatta di frasi fatte e promesse inconsistenti, mentre la città sprofonda nel caos controllato. Poi c’è lui, Nicola Fratoianni, il principe delle contraddizioni. Qualche mese fa lo vediamo brindare sulle spiagge dorate di Porto Cesareo, con champagne ghiacciato e lettino a 70€ al giorno, mentre oggi torna sul palco a parlare di povertà, salari bassi, tasse patrimoniali e giustizia sociale. Immaginate la scena: boccia fredda di champagne in una mano, proclami radical chic nell’altra. Uno spettacolo da teatro comico involontario che lascia senza parole. Ma attenzione, non è solo una questione di coerenza: è proprio la capacità di raccontare frottole con una faccia così tosta che fa tristezza e fa capire perché, alla lunga, la gente smetta di credervi. Infine, l’immancabile Pierluigi Bersani. Il vecchio condottiero di una sinistra che sembra uscita da un museo delle cere politiche. Dopo aver contribuito – volente o nolente – a distruggere pezzi interi del paese, si erge ancora a professore morale, dispensatore di saggezza e consigli da salotto televisivo. Forse sarebbe il momento che il buon Bersani si goda la pensione, il doposci e le passeggiate al parco, evitando di apparire sul piccolo schermo con quel tono da maestro stanco che oggi, purtroppo per lui, lascia indifferenti anche i fan più affezionati. Ecco dunque il grande segreto della vostra eterna sconfitta: ve la suonate e ve la cantate, rinchiusi in un mondo fatto di slogan sbiaditi, ipocrisie manifeste e teatrini vuoti. Siete prigionieri di una narrazione che ormai non convince più nessuno e che vi tiene lontani dal consenso reale, quello che si conquista non a parole, ma con fatti concreti, coerenza e rispetto verso chi vorreste rappresentare. Fino a quando continuerete con questo copione stanco, fate pace con l’idea che non vincerete mai. E forse, dopotutto, è meglio così. Per noi almeno.

