
SECONDO IL MITO, DIEDE IL NOME ALL’ANTICA NAPOLI
Prima che Napoli fosse Napoli, prima che le sue strade si distendessero tra colline, mare e vulcani, prima che il nome di Neapolis — la “città nuova” — entrasse nella storia, la tradizione immaginò una presenza diversa sulle rive del golfo.
Una Sirena.
Il suo nome era Partenope.
Non era una dea nel senso più alto e lontano del termine, né una mortale destinata a essere ricordata soltanto per le sue imprese.
Era una creatura del confine: metà donna e metà uccello, secondo l’iconografia più antica greca; in epoche successive, sempre più spesso rappresentata con il corpo di pesce.
Come tutte le Sirene, abitava il margine tra la terra e l’acqua, tra il visibile e l’ignoto, tra la voce umana e il richiamo inquietante del mare.
Il suo canto prometteva conoscenza, meraviglia, forse perfino la verità.
Ma conduceva alla rovina.
Eppure, secondo una tradizione che si sviluppò dopo il racconto omerico, Partenope non fu soltanto una delle Sirene che tentarono di fermare Ulisse.
Divenne anche la Sirena il cui corpo, restituito dalle onde, arrivò sulle coste della Campania. Attorno al suo sepolcro sarebbe sorto un culto; attorno al suo nome si sarebbe raccolta la memoria di un antico insediamento; attorno alla sua figura la città avrebbe costruito una parte della propria identità. Così Partenope, sconfitta nel mito, sopravvisse nella storia del racconto.
E ancora oggi Napoli conserva il suo nome in una parola che appare familiare e quotidiana: **partenopeo**.
## Le Sirene e il viaggio di Ulisse Per comprendere la leggenda di Partenope bisogna tornare al più celebre viaggio del mondo antico: quello di Ulisse.
Nell’*Odissea*, l’eroe greco sta affrontando il ritorno verso Itaca dopo la guerra di Troia.
Il suo viaggio è costellato di isole misteriose, mostri marini, incantesimi, naufragi e divinità ostili.
Ogni tappa è una prova, non soltanto di forza, ma anche di intelligenza e di capacità di resistere alla tentazione.
Tra i pericoli più insidiosi vi è quello delle Sirene.
Nella poesia omerica le Sirene non vengono descritte nel dettaglio fisico.
Ciò che conta è la loro voce. Il loro canto è irresistibile perché non offre semplicemente piacere: promette sapienza.
Le Sirene dicono di conoscere ciò che è accaduto nella guerra di Troia e tutto ciò che avviene sulla terra.
Ascoltarle significa avvicinarsi a una conoscenza proibita, ma anche dimenticare la propria meta, abbandonare la nave, lasciare che il mare conduca verso una morte certa.
Circe, la maga che aveva già aiutato Ulisse, lo avverte del pericolo.
Gli indica l’unico modo per ascoltare il canto senza esserne distrutto: i compagni dovranno riempirsi le orecchie con la cera, mentre Ulisse dovrà farsi legare all’albero maestro della nave.
Egli potrà udire.
Ma non potrà scegliere di seguire la voce.
Quando la nave si avvicina all’isola delle Sirene, il mare sembra trattenere il respiro.
I marinai remano senza poter ascoltare nulla.
Ulisse, invece, sente il canto.
Ne è travolto.
Ordina ai compagni di liberarlo, li supplica, si agita con violenza.
Ma essi, obbedendo agli ordini ricevuti prima del passaggio, stringono ancora di più le corde.
La nave supera l’insidia. Ulisse ascolta, ma non cede.
Ed è proprio in questo punto che la leggenda successiva costruisce il destino di Partenope.
## La sconfitta delle Sirene
Omero racconta il passaggio di Ulisse davanti alle Sirene, ma non dice esplicitamente che esse muoiano dopo il fallimento. Questa versione appartiene alla tradizione posteriore, quella che nei secoli arricchì e trasformò il patrimonio mitologico greco. Secondo un racconto diffuso nell’antichità, le Sirene erano legate a una condanna: se un navigatore fosse riuscito a udire il loro canto senza essere sedotto, senza fermare la nave e senza morire, esse avrebbero perso il loro potere.
La resistenza di Ulisse avrebbe dunque segnato la loro fine. Apollonio Rodio, poeta ellenistico autore delle *Argonautiche*, riferisce una tradizione secondo cui, dopo essere state sconfitte, le Sirene si gettarono in mare.
Il loro canto, che fino a quel momento aveva piegato uomini e navi, non aveva potuto nulla contro l’astuzia dell’eroe di Itaca.
Partenope fu una di loro. La sua storia, tuttavia, non termina nell’abisso.
Le onde — quelle stesse onde che avevano accolto la sua caduta — la avrebbero trasportata verso Occidente, lungo le coste del Tirreno.
Il mare, che nel mito greco non è mai soltanto un elemento naturale, ma una strada tra mondi e destini, avrebbe condotto il corpo della Sirena fino alla Campania.
Lì, secondo la leggenda, Partenope approdò alle foci del Sebeto.
Oggi il Sebeto è quasi invisibile, nascosto sotto la città moderna e sopravvissuto più nella memoria geografica che nel paesaggio urbano.
Eppure nell’antichità rappresentava un riferimento importante per il territorio napoletano: un corso d’acqua legato alle rive, al porto e alla vita della città.
Fu presso quelle acque, tra il fiume e il mare, che Partenope sarebbe stata sepolta. ## Il corpo restituito dal mare
Ci sono miti che iniziano con una nascita divina; altri con una fuga, un rapimento o una metamorfosi.
Quello di Partenope iniziňia con un naufragio sacro.
Una creatura del canto muore perché nessuno ascolta.
Una voce capace di fermare gli uomini viene sconfitta dal silenzio della cera e dalla forza delle corde. Poi il corpo viaggia.
È un’immagine potente: la Sirena perduta, trascinata dal mare fino a una terra straniera; il suo approdo sulle coste di un golfo luminoso, dominato da colline e vulcani; la sepoltura trasformata lentamente in memoria; la memoria trasformata in culto.
Le tradizioni antiche ricordano infatti l’esistenza di un sepolcro di Partenope e di onori tributati alla Sirena.
Il geografo Strabone, parlando della regione e della città, collega Napoli alla tomba della Sirena.
Anche altre fonti attestano come Partenope non fosse soltanto un nome poetico, ma una figura inserita nella geografia sacra e civile del luogo.
Non possiamo sapere dove si trovasse esattamente il suo sepolcro, né distinguere fino in fondo tra dato cultuale, tradizione locale e rielaborazione letteraria. Ma forse è proprio questa incertezza a rendere il mito così resistente.
Una tomba non è soltanto una pietra.
È un modo per rendere presente chi appartiene al passato.
Nel caso di Partenope, quel passato era più antico di ogni fondazione storicamente documentabile.
Era un passato mitico, destinato a dire non tanto come una città fosse nata davvero, quanto come essa desiderasse immaginarsi: generata dall’incontro tra il mare, la morte, il canto e la memoria.
## Partenope e l’antico insediamento
Il nome Partenope non indica soltanto la Sirena. Indica anche un antico centro sorto nell’area che sarebbe poi diventata Napoli.
La tradizione storica e archeologica distingue infatti tra un primo insediamento, generalmente collocato nell’area di Pizzofalcone e del vicino promontorio di Megaride, e la successiva fondazione di Neapolis, la “città nuova”, sviluppatasi in una zona più ampia e meglio organizzata dal punto di vista urbano.
Partenope precedette Neapolis.
La “città nuova” non cancellò del tutto la “città antica”: ne raccolse in parte l’eredità, ne trasformò gli spazi e ne conservò il ricordo.
A volte l’antico centro viene indicato anche con il nome di Palepolis, cioè “città vecchia”, in contrapposizione alla nuova fondazione.
Le ricostruzioni moderne, basate su fonti antiche e dati archeologici, collocano il primo insediamento greco nell’area del golfo intorno al VII secolo a.C.
La nascita di Neapolis è invece generalmente riferita a un periodo successivo, tra la fine del VI e il V secolo a.C., quando la nuova città assunse una forma urbana più definita.
Ma il rapporto tra Partenope, Palepolis e Neapolis non è soltanto una questione di date o di topografia.
È anche una questione di identità. Gli antichi non vivevano il passato come lo intendiamo noi, separando rigidamente il mito dalla storia, il culto dalla geografia, la leggenda dalla politica.
Una città poteva avere fondatori umani, coloni venuti dal mare, navigatori greci e, nello stesso tempo, una Sirena nel proprio racconto d’origine.
Non si trattava necessariamente di contraddizioni.
Erano linguaggi differenti per spiegare il legame di una comunità con il proprio territorio. Da una parte, le vicende dei Greci che avevano navigato verso Occidente, fondato approdi e creato reti commerciali.
Dall’altra, la figura di Partenope, creatura del mare e del canto, trasformata in antenata simbolica di una città rivolta verso il Mediterraneo.
## Il mito incontra la storia
Dire che Partenope “fondò Napoli” è suggestivo, ma non va inteso letteralmente.
Partenope non è una fondatrice storica nel senso in cui lo possono essere un gruppo di coloni, un capo politico o una comunità di navigatori.
Non esistono prove archeologiche che una Sirena abbia dato origine alla città.
La leggenda appartiene al campo della mitologia e della memoria culturale.
Eppure questo non significa che sia priva di valore storico.
I miti raccontano qualcosa di reale, anche quando non descrivono fatti reali nel senso moderno del termine.
Raccontano ciò che una comunità sente importante: i luoghi che considera sacri, le figure attraverso le quali interpreta se stessa, le paure e le speranze che attribuisce alle proprie origini.
Il mito di Partenope dice anzitutto che Napoli è una città del mare.
Il mare non è soltanto lo sfondo della città, né una linea azzurra osservata da una terrazza.
È la sua via d’accesso, la sua ricchezza, la sua minaccia, la sua promessa. Dal mare arrivano persone, merci, lingue, divinità, eserciti e racconti.
Dal mare può arrivare anche una Sirena morta, pronta a diventare il simbolo di una nuova appartenenza.
Il mito dice inoltre che la città possiede un’origine complessa. Napoli non nasce da un’unica voce.
Le fonti antiche tramandano più tradizioni: alcune richiamano gli abitanti di Cuma, altre collegano l’area a navigatori rodii, altre ancora fanno vivere il ricordo della Sirena.
Questa pluralità non indebolisce il racconto della città: lo rende più ricco. Come il golfo accoglie rive diverse, così l’identità napoletana accoglie memorie diverse.
## La Sirena come simbolo della città
Con il passare dei secoli Partenope divenne molto più di un personaggio mitologico legato alle origini antiche.
La sua figura continuò a vivere nell’immaginario di Napoli, nei testi letterari, nelle immagini, nei riferimenti civici e nella lingua. Dire “partenopeo” significa dire napoletano.
È un aggettivo usato per indicare persone, cultura, tradizioni, giornali, istituzioni, sport e tutto ciò che appartiene alla città.
Ma dietro questa parola apparentemente comune sopravvive una leggenda antichissima: quella della Sirena giunta dal mare.
È straordinario pensare che un termine contemporaneo possa contenere un frammento di mito greco.
Quando si parla di “cultura partenopea”, di “musica partenopea” o di “spirito partenopeo”, si richiama inconsapevolmente una creatura che, secondo la tradizione, non riuscì a trattenere Ulisse ma trovò una forma diversa di eternità.
La Sirena fallì nel suo desiderio di fermare un navigatore.
Ma il suo nome si fermò in una città.
Forse è per questo che Partenope appare così vicina all’immaginario napoletano: non è una figura trionfante, non è una regina invincibile, non è una dea che domina il proprio destino.
È una creatura ferita, sconfitta, consegnata alle onde.
Eppure da quella sconfitta nasce una memoria capace di durare per millenni.
## Il canto che non si spegne
Le Sirene sono creature ambigue. Il loro canto è bello, ma pericoloso.
Promette conoscenza, ma conduce alla distruzione.
Seduce, ma non ama.
È una voce che chiede di abbandonare il viaggio, di dimenticare casa, doveri e futuro. Ulisse resiste perché vuole tornare.
Partenope muore perché il suo canto non basta.
Ma il mito non la condanna al silenzio.
Al contrario, le restituisce una seconda voce: quella della città che porta il suo nome e continua a raccontarla.
In questo senso, Partenope non è soltanto una Sirena del passato.
È una figura che incarna il rapporto tra Napoli e il suo mare.
La città, affacciata sul golfo, sembra ascoltare da sempre una voce che arriva dall’acqua: la voce dei naviganti greci, dei pescatori, dei mercanti, dei conquistatori, dei poeti e dei viaggiatori.
Ogni epoca ha aggiunto qualcosa a quel canto.
I Greci portarono i loro dèi e le loro parole.
I Romani trasformarono la città e il territorio.
Il Medioevo, il Rinascimento, le dominazioni straniere, i secoli borbonici e l’età contemporanea hanno moltiplicato i volti di Napoli.
Eppure, sotto le stratificazioni della storia, rimane il nome di una Sirena.
Partenope. Un nome che non appartiene solo all’archeologia o alla letteratura classica.
È un nome che continua a indicare una sensibilità, una provenienza, un modo di stare nel mondo.
## Una città nata più volte
Napoli è una città che sembra essere nata molte volte. È nata come approdo.
È nata come insediamento greco. È nata di nuovo come Neapolis, la città nuova.
È rinata sotto Roma, nel Medioevo, nel Regno, nella modernità.
E prima ancora di tutte queste nascite, secondo il mito, era stata annunciata dall’arrivo di un corpo sulle rive del mare.
Questa è la forza della leggenda di Partenope: non pretende di sostituire la storia, ma le offre una profondità simbolica.
Le mura, le strade, i porti e i reperti raccontano come gli uomini abbiano costruito la città.
Il mito racconta perché quella città potesse immaginarsi speciale, antica, legata al mare e al destino. Partenope è dunque una soglia. Sta tra la Grecia e l’Italia, tra l’epica di Ulisse e le origini di Napoli, tra una morte e una fondazione, tra la sconfitta e la memoria.
Il suo viaggio non termina quando le onde la portano sulla costa campana: da quel momento comincia un’altra navigazione, quella del suo nome attraverso i secoli.
## L’eredità di Partenope
Non sappiamo se gli abitanti dell’antica Napoli credessero tutti allo stesso modo alla storia della Sirena.
Non sappiamo fino a che punto il suo culto fosse diffuso o come venisse celebrato nel dettaglio.
Le fonti antiche sono frammentarie e le tradizioni, come spesso accade, si sovrappongono. Ma sappiamo che il suo nome rimase.
Sappiamo che venne associato a un insediamento precedente a Neapolis.
Sappiamo che gli autori antichi ricordarono la sua tomba e il legame con la città.
Sappiamo che, ancora oggi, “partenopeo” significa napoletano. E questo basta per riconoscere il valore profondo della sua storia. Partenope non ci consegna una cronaca precisa della nascita di Napoli.
Non ci dà date certe, nomi di fondatori o confini di mura.
Ci consegna qualcosa di diverso: un’immagine.
Una Sirena che canta sul mare.
Un uomo che passa senza fermarsi.
Un corpo che il mare raccoglie e trasporta. Una costa che lo accoglie.
Un sepolcro che diventa memoria.
Un antico villaggio che porta quel nome. E infine una città, Neapolis, che cresce senza dimenticare del tutto la propria Sirena. Il mito non spiega necessariamente come nacque Napoli.
Ma spiega come Napoli imparò a raccontare se stessa.
E forse, in fondo, ogni città ha bisogno di una storia simile: una leggenda capace di unire la terra al mare, il presente all’antico, la pietra alla voce.
Partenope non riuscì a trattenere Ulisse.
Ma il suo canto, in un altro modo, non è mai finito.
