
Finalmente tutto chiaro.
Dopo mesi di dibattiti, retroscena, “fonti qualificate”, correnti, sottocorrenti, sottoscala delle correnti e analisi geopolitiche sul significato di un sopracciglio alzato da un dirigente del PD, il centrosinistra ha trovato la formula magica per battere Giorgia Meloni.
Due punti. Semplici semplici.
Anzi, così semplici che vien da chiedersi come mai nessuno ci avesse pensato prima.
Primo punto: non avere un programma.
Perché, diciamocelo, il programma è roba vecchia.
Novecentesca.
Populista, quasi.
Il programma è quella noiosa lista di cose che dici di voler fare prima delle elezioni, così poi la gente, con insolenza, pretende di poterti giudicare su quello che hai promesso.
Che fastidio.
Meglio l’evocazione. Meglio il “campo largo”. Meglio la “visione”.
Meglio le “priorità condivise”, che non significa niente ma suona benissimo in una sala convegni, possibilmente con fondale blu e bottiglietta d’acqua brandizzata.
Un programma, poi, rischia di essere divisivo.

Metti che scrivi cosa pensi sulle tasse: qualcuno non è d’accordo.
Metti che scrivi cosa vuoi fare sulla sanità: qualcuno si offende.
Metti che dici una parola chiara su lavoro, scuola, immigrazione, sicurezza, guerra, Europa, industria, energia, casa: apriti cielo. Arrivano i distinguo, i tavoli, i tavolini, le cabine di regia, i documenti integrativi e il comunicato congiunto in cui si certifica che “permangono sensibilità differenti ma vi è piena convergenza sul metodo”.
Il metodo.
La vera grande passione della sinistra italiana.
Non importa dove si va: l’importante è che il viaggio sia preceduto da un seminario sul regolamento di condominio.
Quindi niente programma. E non perché non ce l’abbiano ancora, per carità. Non facciamo i maligni. È una scelta politica sofisticatissima. Il programma non manca: viene superato. Trasceso. Smaterializzato.
Il PD non ha un programma perché è già oltre il programma.
Come certe installazioni d’arte contemporanea: non sai cosa rappresentano, ma se chiedi spiegazioni ti rispondono che il problema sei tu, perché non cogli la complessità.
E infatti la nuova linea potrebbe essere questa:
“Non vi diciamo cosa faremo, perché non vogliamo insultare la vostra intelligenza.”
Traduzione: “Non vi diciamo cosa faremo, perché non lo sappiamo ancora, però detta così sembra una forma di rispetto”.
Geniale.

Secondo punto: non decidere come si sceglie il leader.
Perché anche qui, diciamocelo: le regole sono noiose.
Le regole le lasciano agli altri. Ai burocrati. Agli statuti. Alle democrazie liberali. A quella gente triste che pretende di sapere chi vota, quando vota, chi può candidarsi, come si contano i voti e, soprattutto, cosa succede se qualcuno non è d’accordo.
Che provincialismo.
No, il futuro è molto più elegante: non stabilire prima le regole, così nessuno può dire che siano state fatte su misura. Anche perché, se non esistono, non possono essere contestate.

È l’uovo di Colombo.
Immaginate la scena.
“Come si sceglierà il leader del nuovo progetto?”
“Non lo sappiamo.”
“Ci saranno primarie?”
“Vedremo.”
“Voteranno gli iscritti?”
“Dipende.”
“Ci sarà una coalizione, una lista unica, una federazione, un partito nuovo?”
“Il dibattito è aperto.”
“E intanto chi guida?”
“Ah, quello è già deciso.”
Meraviglioso.
Non c’è il programma, non ci sono le regole, non si sa quale sarà il perimetro, non si sa chi voterà cosa, non si sa se ci saranno alleanze, non si sa nemmeno se il soggetto politico avrà un nome o verrà chiamato “progetto”, come una startup che produce borracce sostenibili.

Però il leader c’è già.
Anzi, non “c’è”: si immola.
E qui bisogna fermarsi un momento, perché siamo davanti a una delle più alte forme di sacrificio politico mai viste nella storia repubblicana.
Non stiamo parlando del solito politico che vuole fare il leader.
No. Quello sarebbe banale, quasi volgare. Qui siamo oltre.
Qui abbiamo qualcuno che, con un gesto di struggente abnegazione, accetta di fare ciò che lo Statuto prevede debba fare.
Un martirio.
Una via crucis.
Una prova di umiltà che commuove.
“Non volevo, ma se proprio il partito me lo chiede…”
Il partito, naturalmente, lo chiede con grande discrezione. Magari dopo che il leader designato ha spiegato per mesi che serve una leadership forte, chiara, unitaria, autorevole, capace di parlare a tutti, di tenere insieme tutti, di incarnare una fase nuova e, guarda caso, di avere esattamente il suo curriculum.
Però lui non ambisce.
Lui risponde alla chiamata.
Come Cincinnato, ma con l’ufficio stampa.
Come un supereroe, ma con il gruppo WhatsApp dei capicorrente.
Come Totò, se Totò avesse avuto un team social, tre sondaggisti e un editorialista pronto a spiegare il giorno dopo che quella era “l’unica soluzione responsabile”.

E guai a chiamarla incoronazione.
No, no.
È un atto di coraggio.
Lui si immola.
Si sacrifica per il bene comune.
Si carica sulle spalle il peso della leadership, proprio mentre nessuno ha ancora spiegato con quali regole si stabilisce chi debba guidare, quale progetto debba guidare e, soprattutto, verso dove.
Ma sono dettagli.
Quando c’è la storia che chiama, non puoi risponderle: “Scusa, prima però approviamo il regolamento?”
Che cafonata sarebbe.
E poi, parliamoci chiaro: la democrazia interna è bellissima finché conferma quello che avevamo già deciso.
Se invece rischia di produrre una sorpresa, allora bisogna maneggiarla con cura. Molta cura.
Con tavoli di confronto. Con percorsi partecipativi.
Con un grande momento di ascolto. Con una “fase costituente”, espressione che in Italia viene usata per indicare tutto ciò che dovrebbe concludersi entro Natale e finirà invece dopo quattro congressi, sei scissioni e due rimpasti.
Il punto è che per battere Meloni non basta essere alternativi.
Bisogna essere alternativi anche all’idea che prima si definisce un progetto, poi si scelgono le persone che devono realizzarlo.
No.
Prima scegliamo la persona.
Poi capiremo il progetto.

È una filosofia politica avanzatissima, molto simile a quando compri una cornice e poi cerchi una foto da metterci dentro.
Del resto, i contenuti sono sopravvalutati.
La politica moderna è narrazione
. È posizionamento.
È storytelling. E cosa c’è di più potente della storia di un leader che non voleva guidare, ma è stato costretto dal destino, dal partito e probabilmente da alcuni editoriali particolarmente ispirati?
Funziona sempre.
Almeno nelle serie televisive.
Poi magari fuori dalla serie c’è una signora che aspetta una visita in ospedale da otto mesi, un ragazzo che lavora dodici ore per cinquecento euro, una famiglia che guarda la bolletta e pensa di aver acceso un altoforno anziché il forno, un imprenditore che combatte con burocrazia, tasse e personale introvabile, una periferia dove la parola “sicurezza” non è fascismo ma il desiderio di tornare a casa senza fare lo slalom tra degrado e abbandono.
Ma anche questi sono dettagli.
Prima bisogna decidere se il leader si chiama leader, federatore, garante, punto di sintesi, coordinatore, candidato naturale o “figura di riferimento”.
Poi si vedrà.
Magari dopo un ciclo di incontri territoriali.
Che è una delle cose più rassicuranti che la politica possa dire quando non ha la minima idea di come uscire da una stanza.
“Faremo un ciclo di incontri territoriali.”
In pratica: prendiamo tempo, facciamo fotografie con persone sedute in cerchio e poi diffondiamo una nota in cui si legge che “è emersa una forte domanda di partecipazione”.
E grazie.
La partecipazione, in politica, emerge sempre. Soprattutto quando non le dai nessun modo concreto per incidere.
Ma attenzione: mentre il PD costruisce questa architettura di precisione, c’è anche AVS che entra in scena con un sussulto di originalità capace di lasciare senza fiato.
Pronti?
“Scriviamo il programma con la base!”
Pausa.
Silenzio.
Applausi.
Lacrime.
Un piccione vola via commosso dal cornicione di un teatro romano.
Scrivere il programma con la base.
Una cosa mai vista.
Mai sentita.
Rivoluzionaria.
Siamo davanti a una svolta copernicana della politica europea. Una di quelle idee che cambiano tutto: il rapporto tra rappresentanti e rappresentati, il concetto stesso di comunità, forse persino le leggi della fisica.
Il programma con la base.
Che fino a ieri, evidentemente, veniva scritto su Marte da un comitato di astronauti neoliberisti.
Finalmente qualcuno ha pensato che magari le persone, gli iscritti, i territori, i comitati, chi vive i problemi tutti i giorni, possano avere qualcosa da dire su ciò che un partito propone al Paese.
Avanguardia pura.
Come inventare il telefono e poi annunciare: “Ragazzi, da oggi possiamo parlare anche con chi non è nella stanza”.
Naturalmente, per molti, questa sarà la grande intuizione del secolo.
Entro stasera, nei talk, arriverà il commentatore con lo sguardo pensoso e dirà: “Ecco, questa è la vera novità. Non una politica calata dall’alto, ma una politica che ascolta.”
E l’altro, con la penna in mano, annuirà gravemente: “Sì, è un cambio di paradigma.”
Cambio di paradigma.
La frase preferita di chi vuole far passare per rivoluzionario qualcosa che qualcun altro propone da anni, magari venendo trattato come un dilettante, un ingenuo o, peggio ancora, uno che non ha capito come funziona davvero la politica.
Perché se l’idea la chiami NOVA tre anni fa, ti guardano come se avessi proposto di abolire il Parlamento e sostituirlo con un gruppo Telegram.
“Ma dai, queste cose partecipative… sono belle, però la politica è complessa.”
Certo.
Poi, quando la stessa cosa viene ripetuta da un partito con abbastanza ospiti fissi in televisione, improvvisamente diventa un laboratorio democratico di frontiera.
Non è più “una piattaforma”. È “un processo”.
Non è più “coinvolgere gli iscritti”. È “costruire intelligenza collettiva”.
Non è più “scrivere insieme le proposte”. È “attivare una dinamica di co-progettazione sociale”.
E giù con le parole.
Perché in Italia, se vuoi rendere credibile un’idea vecchia quanto la democrazia, devi dirla in inglese o avvolgerla in quattro sostantivi astratti.
“Partecipazione” da sola è troppo semplice.
Meglio “architettura deliberativa multilivello”.
Così nessuno capisce niente e tutti sono costretti ad annuire.
La verità è che questo Paese ha una straordinaria capacità di scoprire l’acqua calda con dieci anni di ritardo, presentandola come una tecnologia quantistica.
E non c’è niente di male a coinvolgere la base, per carità. Anzi. Ben venga. Finalmente.
Ma magari, quando qualcuno lo proponeva prima, invece di sorridere con quell’aria da adulti nella stanza, si poteva ascoltare.
Magari si poteva dire: “Bella idea. Vediamo come farla bene.”
No.
Troppo facile.
Molto meglio aspettare che l’idea venga certificata da una conferenza stampa, rilanciata da tre giornali, commentata da due professori e consacrata da un panel al festival della politica con il titolo: “La partecipazione nell’era delle fragilità”.
A quel punto è ufficiale.
Esiste.
Prima no.
Prima era folklore.
Adesso è la svolta progressista del secolo.
E quindi tranquilli, davvero. Tra dieci giorni – anzi, già stasera – assisteremo al miracolo comunicativo.
Vedremo titoli solenni:
“Il nuovo centrosinistra riparte dai cittadini.”
“Finalmente la politica ascolta.”
“Una base per un programma.”
“Il laboratorio del futuro.”
“Dalla militanza alla proposta.”
E qualcuno scriverà, commosso, che “per la prima volta dopo tanti anni la sinistra prova a costruire dal basso”.
Per la prima volta.
Come se non ci fossero state esperienze, associazioni, movimenti, reti civiche, amministratori locali, campagne, piattaforme, percorsi partecipativi, assemblee, proposte dal territorio e perfino – incredibile ma vero – persone che da tempo chiedono esattamente questo.
No, per la prima volta.
Perché prima non c’era il timbro giusto.
Non c’era la firma prestigiosa.
Non era stato autorizzato il pensiero.
E allora popcorn.
Popcorn grandi, possibilmente.
Perché lo spettacolo promette benissimo.
Da una parte un partito che annuncia di poter battere Meloni senza programma, senza regole definite per scegliere il leader, ma con il leader già pronto e sacrificabile al bene della patria.
Dall’altra una forza politica che scopre che un programma può essere scritto con chi dovrebbe votarlo, come se fosse la prima volta che qualcuno pensa di chiedere a una comunità cosa desidera.
Nel mezzo, i talk show.
Ah, i talk show.
Il luogo dove ogni sconfitta diventa una “occasione di rilancio”, ogni rinvio una “scelta di responsabilità”, ogni litigio una “dialettica vivace” e ogni accordo già scritto viene venduto come il frutto di un doloroso ma nobile confronto democratico.
Vedremo la scena.
Conduttore: “Ma non è strano scegliere il leader prima di decidere le regole?”
Ospite numero uno: “No, perché non si tratta di scegliere un leader, ma di individuare una figura di garanzia.”
Ospite numero due: “E poi il Paese chiede stabilità.”
Ospite numero tre: “Il problema è Meloni.”
Ospite numero quattro, collegato da remoto con libreria alle spalle: “Bisogna distinguere tra leadership e personalizzazione.”
Dopo quaranta minuti, nessuno avrà spiegato nulla, ma tutti saranno d’accordo che il dibattito è stato di altissimo livello.
Nel frattempo Meloni continuerà a fare quello che fa da anni: occupare lo spazio, dettare l’agenda, comunicare in modo semplice, parlare al suo elettorato e, quando serve, ai nemici dei suoi nemici. Non perché sia infallibile. Non perché non commetta errori. Non perché non abbia contraddizioni o problemi giganteschi da affrontare.
Ma perché dall’altra parte spesso le regalano un vantaggio competitivo straordinario: l’impressione che, mentre lei gioca la partita, gli altri stiano ancora discutendo su chi debba portare il pallone.
E non è neppure una questione di essere tutti uguali, tutti pronti, tutti perfetti.
Nessuno pretende miracoli.
Un progetto politico può nascere lentamente. Può discutere. Può avere differenze. Può cambiare idea. Può persino dire: “Non abbiamo ancora tutte le risposte.”
Sarebbe quasi rassicurante.
Ma allora bisogna essere coerenti.
Se non hai un programma, non raccontarla come una scelta post-populista. Dì che lo stai costruendo.
Se non hai deciso le regole, non venderla come innovazione. Dì che devi ancora trovarle.
Se hai già deciso il leader, non chiamarlo sacrificio. Chiamalo decisione politica.
Non c’è niente di scandaloso nell’avere una leadership. Lo scandalo, semmai, è pretendere di presentare come gesto ascetico ciò che è il più antico degli impulsi politici: voler comandare, guidare, contare.
Che poi è legittimo.
Basta non fare la scena del martire.
Perché l’italiano medio, che magari non legge gli statuti ma sa benissimo riconoscere quando qualcuno gli sta vendendo una confezione di aria fritta con il fiocchetto, queste cose le sente.
Le sente quando il linguaggio si allontana dalla realtà.
Le sente quando le promesse sono così vaghe da poter significare tutto e il contrario di tutto.
Le sente quando un leader viene presentato come “inevitabile” senza che nessuno abbia mai spiegato chi abbia deciso l’inevitabilità.
Le sente quando la partecipazione viene celebrata dopo che le decisioni fondamentali sono già state prese.
Perché non basta chiamare “base” qualcuno per trasformarlo in protagonista. Se gli chiedi di scegliere il colore delle tende dopo aver comprato la casa, quella non è partecipazione: è arredamento democratico.
E non basta neppure mettere attorno a un tavolo tante sigle per creare un’alternativa. A volte crei solo un tavolo molto grande, pieno di persone che litigano sulla tovaglia.
Il rischio, alla fine, è questo: che il centrosinistra costruisca una macchina perfetta per parlare di sé, per raccontare la propria novità, per celebrare il proprio metodo, per convocare il proprio futuro, per discutere le proprie procedure….
