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#  La Schlein scarica Conte

Conte, poverino, non ha vinto la battaglia dello “uno vale uno”.

O meglio: l’ha persa proprio nel momento in cui pensava di averla già trasformata in una medaglia da appuntarsi sul petto.

Il Partito Democratico vale più del doppio del Movimento Cinque Stelle e, con quella fastidiosa abitudine che hanno i numeri quando non rispettano la propaganda, ha deciso di farlo pesare.

La Schlein correrà per la poltrona, primarie o non primarie.

Tradotto dal politichese: con il consenso degli iscritti, degli elettori, dei dirigenti o anche soltanto con la forza tranquilla di chi sa di avere una base elettorale più larga, più strutturata e meno evaporabile.

Conte, invece, resta con le carte in mano.

E non è una metafora casuale.

Per anni si è presentato come il prestigiatore della politica italiana: una carta per ogni pubblico, un coniglio per ogni crisi, una formula magica per ogni contraddizione.

Governista quando serviva governare, barricadero quando era il momento di protestare, europeista con moderazione, sovranista con prudenza, progressista a giorni alterni e populista sempre, purché il microfono fosse acceso.

Il problema dei maghi delle tre carte è che, prima o poi, qualcuno smette di guardare la mano e comincia a osservare il tavolo.

E sul tavolo, questa volta, c’erano i numeri.

Non le suggestioni, non le narrazioni, non le dichiarazioni solenni sul nuovo umanesimo politico. I numeri.

Quelli che non si commuovono davanti alle conferenze stampa e non applaudono alle pause studiate.

Il Pd vale più del doppio dei Cinque Stelle.

Non è un dettaglio statistico, non è un inciampo del destino, non è una congiura dei poteri forti.

È la fotografia di un rapporto di forza.

Una fotografia magari sgradita, forse persino imbarazzante, ma pur sempre una fotografia.

E quando si è abituati a raccontarsi come il centro gravitazionale dell’universo progressista, scoprire di essere diventati un satellite può provocare qualche irritazione.

Conte, naturalmente, avrebbe preferito un’altra matematica. Quella secondo cui ogni partito pesa quanto dichiara di pesare, ogni leader vale quanto racconta di valere e ogni sconfitta può essere riclassificata come “passaggio strategico”.

Una matematica creativa, molto vicina all’arte contemporanea: non bisogna capire l’opera, bisogna fidarsi dell’autore.

Ma la politica, ogni tanto, presenta il conto.

E il conto dice che il Pd non ha alcuna intenzione di consegnare la propria leadership a un movimento che pesa la metà, magari in nome di una superiorità morale autoproclamata o di una presunta centralità tattica.

Il famoso “uno vale uno”, slogan nato come promessa di democratizzazione, è diventato col tempo una specie di livella universale: tutti uguali, purché la bilancia sia tenuta da chi la impugna.

Peccato che in democrazia un voto valga uno, ma milioni di voti valgano più di qualche dichiarazione televisiva.

E che un partito con una base più ampia, una storia più lunga, una presenza territoriale più consistente e una rappresentanza elettorale superiore non abbia l’obbligo di inchinarsi davanti al leader del partito più piccolo solo perché quest’ultimo pronuncia con particolare gravità la parola “campo largo”.

Il campo largo, del resto, è diventato il nuovo paese delle meraviglie della politica italiana.

Tutti ne parlano, nessuno sa esattamente dove cominci, dove finisca e chi abbia lasciato gli attrezzi nel prato.

È largo, certamente.

Talmente largo che dentro ci stanno progressisti, ex populisti, riformisti, pacifisti muscolari, pacifisti selettivi, atlantisti con riserva, europeisti con postilla e qualche nostalgico dell’assemblea permanente.

L’unica cosa che manca è una mappa per orientarsi.

Conte, in questo campo, avrebbe voluto probabilmente il ruolo del capitano, del regista, del federatore e magari anche dell’arbitro.

Una posizione comoda: decidere la formazione, scegliere la strategia, distribuire le maglie e, in caso di sconfitta, spiegare che la partita era stata interpretata male dagli altri.

Ma il Pd, per una volta, ha guardato la classifica prima di consegnare la fascia di capitano.

La Schlein correrà “con o senza primarie”.

È una formula che ha il pregio della chiarezza e il difetto di esserlo davvero.

Significa che la candidatura non dipenderà dai capricci dell’alleato più rumoroso né dalla disponibilità di Conte a concedere una consultazione purché il risultato sia già scritto.

Le primarie, in questo schema, possono essere uno strumento di legittimazione; non un telecomando affidato a chi pretende di usarlo senza avere comprato il televisore.

E qui Conte rischia di scoprire una verità poco poetica: nella politica reale, la leadership non si ottiene soltanto reclamandola.

Bisogna costruirla, mantenerla, misurarla.

Servono voti, organizzazione, radicamento, alleanze credibili, una linea riconoscibile e, possibilmente, una certa coerenza tra ciò che si dice al mattino e ciò che si sostiene alla sera.

Non è obbligatorio possedere tutte queste qualità, naturalmente.

Ma quando ne mancano parecchie, il titolo di “leader naturale” può sembrare un’autocertificazione.

Il Movimento Cinque Stelle ha avuto un ciclo politico straordinario.

Ha raccolto il malcontento, ha promesso di aprire il Parlamento come una scatoletta di tonno, ha conquistato una valanga di consensi e ha portato in Parlamento persone che, secondo la leggenda, avrebbero dovuto cambiare il sistema dall’interno. Poi, una volta entrato nel sistema, ha scoperto che il sistema aveva porte, corridoi, regolamenti, responsabilità e persino la sgradevole necessità di prendere decisioni.

Da lì è cominciata la trasformazione.

Il movimento antisistema è diventato forza di governo; la forza di governo ha cercato una vocazione; la vocazione ha cercato un leader; il leader ha cercato un’identità; l’identità, nel frattempo, ha cercato un elettorato.

Un viaggio lungo, quasi un romanzo di formazione.

Con la differenza che, nel romanzo, il protagonista di solito arriva alla fine con una personalità più definita.

Qui si attende ancora il capitolo conclusivo.

Conte ha provato a occupare lo spazio della sinistra sociale, del pacifismo, della critica al liberismo, della difesa dei ceti fragili e, quando necessario, della prudenza istituzionale.

Una tavolozza ampia, perfetta per dipingere molti quadri, anche se non sempre nello stesso museo.

Il risultato è stato un partito che può dire quasi tutto a quasi tutti, ma che fatica a spiegare chi sia quando nessuno gli pone la domanda in forma suggerita.

Il Pd, con tutti i suoi difetti, resta però il partito più grande dell’area progressista.

Ha dirigenti, amministratori, parlamentari, circoli, una macchina organizzativa e una memoria storica che non si cancella con un post indignato. Può essere criticato, contestato, accusato di lentezza o di prudenza eccessiva.

Ma non gli si può chiedere di comportarsi come una comparsa solo perché Conte ha individuato nel termine “alleanza” un sinonimo di “subordinazione al sottoscritto”.

La Schlein, nel frattempo, ha compreso che esiste una differenza tra costruire una coalizione e consegnare le chiavi di casa al vicino di pianerottolo. Una coalizione presuppone un rapporto tra soggetti.

Non è una cerimonia di incoronazione.

E, soprattutto, non può nascere da un ricatto permanente: o mi riconoscete come leader oppure siete responsabili della divisione del campo progressista.

Questa tecnica è molto diffusa nella politica italiana.

Il partito più piccolo minaccia di rompere l’alleanza se non ottiene la leadership; il partito più grande risponde che senza unità si perde; il partito piccolo replica che la colpa della divisione sarà del partito grande; il partito grande, alla fine, si accorge che il ricatto funziona soltanto se si ha davvero paura del ricattatore.

Quando la paura diminuisce, anche il potere contrattuale tende a ridursi.

Ed è probabilmente questo che è accaduto a Conte.

Per un certo periodo è sembrato indispensabile: l’uomo capace di tenere insieme mondi diversi, di parlare a sinistra senza rinunciare al populismo, di dialogare con tutti senza impegnarsi troppo con nessuno.

Ma l’indispensabilità, in politica, è spesso una sensazione a tempo determinato.

Di Admin

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