
C’è una distanza ormai enorme tra la sinistra parlamentare e la piazza violenta.
Una distanza che non va negata, perché sarebbe ingiusto e politicamente scorretto attribuire al Partito Democratico la responsabilità diretta di ogni sasso lanciato, di ogni vetrina distrutta, di ogni agente ferito.
Ma c’è anche una prossimità culturale, un’ambiguità di linguaggio, una continua esitazione nel condannare senza “ma” che dovrebbe preoccupare chiunque abbia a cuore la tenuta democratica del Paese.
La piazza che colpisce le forze dell’ordine, incendia cassonetti, assalta sedi istituzionali e devasta le città non si rifà più, almeno apertamente, al Pd.
Non porta le sue bandiere, non recita il suo vocabolario istituzionale, non cerca l’investitura dei suoi dirigenti.
Ma si muove dentro un clima che una parte della sinistra ha contribuito ad alimentare: quello in cui la legalità è sempre sospetta, la polizia è automaticamente repressione, il carcere è un tabù, il confine tra dissenso e violenza viene continuamente sfumato.

Il popolo di Elly Schlein, quello che si vede nelle immagini rassicuranti dei salotti mediatici e delle manifestazioni autorizzate, è il popolo della Ztl, del Gay Pride, delle battaglie identitarie, delle parole d’ordine sull’inclusione e sulla fluidità.
È il mondo in cui perfino i simboli più elementari vengono sottoposti a revisione ideologica: ragazzi e ragazze sostituiti da icone neutre, linguaggi reinventati, tradizioni considerate residui sospetti di un passato da demolire.
Non c’è nulla di male nel discutere di diritti, di rispetto, di discriminazioni.
Anzi: una democrazia seria deve farlo.
Il problema nasce quando la politica smette di occuparsi del lavoro, della sicurezza nei quartieri, dei servizi pubblici, della casa per chi paga un affitto e fa fatica ad arrivare a fine mese, per trasformarsi in una competizione permanente di superiorità morale.
Quando il cittadino comune smette di sentirsi rappresentato, qualcun altro occuperà lo spazio lasciato libero.
E spesso non lo farà con argomenti o proposte: lo farà con rabbia, slogan e violenza.
I pasdaran di prima e seconda degenerazione — sì, degenerazione, non è un refuso — hanno coltivato per anni una narrativa in cui l’Occidente è sempre colpevole, le istituzioni sono sempre oppressive, la polizia è per definizione nemica, Israele rappresenta il male assoluto e ogni forma di radicalismo, purché vestita da “lotta di liberazione”, merita comprensione.
Sono cresciuti con l’apocalittica semplificazione di Greta Thunberg, elevata a oracolo universale mentre dava lezioni a parlamenti e governi.
Una ragazza trasformata, suo malgrado o con piena consapevolezza, nel simbolo di una generazione che pretende di sostituire analisi e politica con il ricatto emotivo.
Il cambiamento climatico esiste, è una questione seria e richiede risposte razionali, tecnologiche, industriali e sociali.
Ma una cosa è discutere di transizione energetica; altra cosa è trasformare il dibattito in una religione laica, dove chi solleva dubbi sui costi, sui tempi e sugli effetti sociali viene dipinto come un eretico.
Il risultato è stato un ambientalismo di superficie, spesso ostile al lavoro e alla produzione, capace di parlare molto di futuro ma poco di chi deve pagare bollette, carburante e mutui nel presente.
Poi è arrivata la tragedia del Medio Oriente, e con essa la nuova santificazione di figure che trattano la complessità di una guerra sanguinosa con formule ideologiche preconfezionate.
Francesca Albanese, relatrice speciale delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati, è diventata per una parte della piazza pro-Pal il riferimento assoluto, quasi intoccabile.
Ogni critica è letta come censura, ogni richiesta di equilibrio come complicità con Israele, ogni richiamo alle vittime civili israeliane come un tentativo di “spostare il discorso”.
Eppure dovrebbe essere il minimo comune denominatore della civiltà politica ricordare le vittime di tutte le violenze.
Il 7 ottobre non può essere rimosso.

Le atrocità commesse da Hamas non possono essere relativizzate.
I rapimenti, gli stupri, gli omicidi di civili, gli attacchi deliberati contro famiglie e giovani non possono diventare note a piè di pagina in una narrazione dove esiste un solo carnefice e una sola vittima.
Quando un sindaco chiede che vengano ricordati anche gli israeliani uccisi da Hamas, non sta facendo propaganda: sta chiedendo decenza.
E quando questa richiesta viene accolta con proteste, sceneggiate e accuse, significa che la discussione ha già superato il limite della ragionevolezza.
Non è solidarietà con i palestinesi, che hanno tutto il diritto di rivendicare pace, libertà e uno Stato.
È la trasformazione di una causa giusta in un feticcio ideologico, utile a chi cerca un pretesto per odiare l’Occidente, gli ebrei, le istituzioni e le forze dell’ordine.
Nelle manifestazioni davanti a Montecitorio, come in altri cortei, sono comparse bandiere e simboli che non hanno nulla a che vedere con la pace.
Hamas, Hezbollah, Jihad islamica, Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina: sigle che evocano terrorismo, lotta armata, violenza politica e, in molti casi, un’idea radicale e totalitaria della società.
Chi sventola quelle bandiere non può pretendere di essere considerato un semplice manifestante pacifico.
E chi fa finta di non vederle, oppure le minimizza, compie un errore grave.
Ancora più inquietanti sono i cori contro la polizia.
“Tout le monde déteste la police”: tutto il mondo odia la polizia.
Una frase importata dalle piazze francesi, dove da anni il conflitto sociale viene rappresentato come guerra tra il popolo e le forze dell’ordine.
È uno slogan velenoso, perché non critica eventuali abusi — che, quando esistono, devono essere accertati e puniti — ma delegittima in blocco uomini e donne che ogni giorno lavorano per garantire sicurezza, ordine pubblico e tutela dei cittadini.
La polizia non è un nemico politico.
I carabinieri non sono una milizia di regime.
La Guardia di Finanza non è l’avanguardia dell’oppressione capitalista.
Sono istituzioni dello Stato, composte da persone che spesso operano in condizioni difficili, sottopagate, esposte alla violenza e alla gogna mediatica.
Quando un agente viene colpito durante un corteo, c’è sempre qualcuno pronto a cercare la giustificazione: la provocazione, il contesto, la tensione, l’errore precedente.
Ma nessun contesto autorizza a prendere a martellate un poliziotto o a lanciare bottiglie, petardi e bombe carta contro chi indossa una divisa.
Torino è diventata uno dei laboratori di questa deriva.
La questione Askatasuna non è soltanto una disputa locale su uno stabile occupato: è un simbolo.
Da anni si tollera, si tratta, si rinvia, si ammicca.
E nel frattempo un centro sociale diventa un punto di riferimento per una galassia antagonista che si sente legittimata a decidere quali leggi rispettare, quali quartieri occupare e quali rappresentanti istituzionali considerare nemici.
Che esponenti politici partecipino a cortei dove quella realtà è presente, o si mostrino indulgenti verso i suoi metodi, invia un messaggio disastroso.
Non perché chiunque frequenti una manifestazione sia un violento, ma perché la politica ha il dovere di scegliere da che parte stare quando una parte della piazza usa sistematicamente l’intimidazione come linguaggio.
Milano, con tutte le sue contraddizioni, offre un altro esempio.
Per anni si è parlato di “insicurezza percepita”, quasi che furti, rapine, aggressioni, degrado e occupazioni abusive fossero soprattutto un problema di narrazione.
Certo, la percezione conta: può essere manipolata, amplificata, utilizzata propagandisticamente.
Ma c’è un limite oltre il quale la percezione coincide con la realtà.
Se una donna evita di tornare da sola a casa la sera, se un anziano ha paura di uscire, se un commerciante subisce furti ripetuti, se nei mezzi pubblici si moltiplicano violenze e molestie, non si risponde con un seminario sul linguaggio.
Si risponde facendo rispettare le regole.
Con più controllo del territorio, più certezza della pena, processi più rapidi, sostegno alle vittime e recupero serio nelle periferie. La sicurezza non è “di destra”.
È un diritto popolare, soprattutto per chi non può permettersi vigilanza privata, abitazioni blindate o quartieri protetti.
Bologna è un altro terreno di conquista per il radicalismo antagonista.
Una città storicamente amministrata dalla sinistra, abituata a raccontarsi come laboratorio di civiltà e progresso, ma sempre più esposta al rischio di diventare il palcoscenico di chi considera ogni limite un atto autoritario.
Il paradosso è evidente: la sinistra istituzionale, per timore di perdere il consenso giovanile e radicale, spesso si ritrova rincorsa dalla propria sinistra.
E così finisce per tacere, sfumare, distinguere troppo.
A Roma, poi, il tema delle occupazioni abusive rappresenta una ferita aperta.
Il caso di Spin Time è emblematico: un grande immobile occupato da anni, trasformato in simbolo politico e mediatico.
Dentro possono esserci storie di fragilità reale, famiglie in difficoltà, persone che hanno bisogno di una casa.
Nessuno può negarlo.

Ma proprio per questo uno Stato serio deve offrire soluzioni regolari e trasparenti, non accettare che l’illegalità diventi il criterio di accesso ai diritti.
Se occupare un edificio è sufficiente per ottenere attenzione, servizi e interlocuzione politica, quale messaggio mandiamo a chi aspetta una casa popolare rispettando graduatorie e regole?
Se l’abusivismo viene romanticizzato come resistenza, chi lavora, paga le tasse e osserva la legge viene trattato come un ingenuo.
La sinistra, in questi anni, si è scagliata contro ogni intervento legislativo in materia di sicurezza.
Ha contestato i decreti sicurezza, ha criticato il Decreto Caivano, ha denunciato il cosiddetto Ddl “anti-maranza” come l’ennesima svolta repressiva.
Ogni volta la stessa liturgia: si evocano lo Stato di polizia, la criminalizzazione del disagio, la persecuzione dei giovani, l’incostituzionalità imminente.
È giusto vigilare sui limiti del potere pubblico.
È sacrosanto difendere le garanzie costituzionali.
Ma una cosa è impedire gli abusi, altra cosa è negare l’esistenza di un problema.
Le baby gang esistono.
Le aggressioni compiute da minorenni esistono.
Le rapine, le spedizioni punitive,
le violenze nei parchi, nelle stazioni e nei centri cittadini esistono.
E non si possono liquidare come un’invenzione della destra, né affrontare soltanto con convegni sulla povertà educativa.
La povertà educativa va combattuta, certo.
Le famiglie vanno sostenute.
La scuola deve tornare centrale.
Lo sport, le associazioni, i servizi sociali sono strumenti essenziali.
Ma chi commette un reato violento deve rispondere delle proprie azioni.
Anche se ha sedici anni.
Anche se arriva da un contesto difficile.
Anche se la sua storia personale merita comprensione.
Comprendere non significa giustificare.
Educare non significa lasciare impuniti.
Recuperare non significa consegnare interi quartieri a chi impone il proprio dominio attraverso la paura.
Qui emerge una delle contraddizioni più evidenti della sinistra contemporanea.
Da una parte si sostiene che i sedicenni siano abbastanza maturi per votare, partecipare pienamente alla vita democratica e scegliere il futuro del Paese.
Dall’altra, quando lo stesso sedicenne colpisce un agente, accoltella un coetaneo, distrugge un autobus o compie una rapina, si tende a descriverlo come incapace di intendere e di volere, vittima assoluta di un sistema ingiusto.
Le due cose non stanno insieme.
Se un ragazzo è ritenuto abbastanza consapevole da incidere con il proprio voto sulla direzione politica nazionale, allora bisogna riconoscergli anche una quota di responsabilità per le proprie azioni.
Non significa trattarlo automaticamente come un adulto, né rinunciare a percorsi educativi e rieducativi. Significa smettere di infantilizzare chi commette violenza.
La vera questione non è la punizione come vendetta.
È la certezza del limite.
Un giovane deve sapere che una scelta ha conseguenze.
Deve sapere che prendere a calci una persona a terra non è una bravata, che devastare un negozio non è “esprimere disagio”, che aggredire un poliziotto non è un gesto politico.
Se questo limite non viene affermato, si produce una generazione convinta che tutto sia permesso purché si trovi una buona causa da mettere davanti al proprio vandalismo.
Naturalmente non esiste un “partito della rivolta” organizzato come una struttura unica, né è corretto sovrapporre ogni attivista pro-Pal, ambientalista, studente o militante di sinistra con i delinquenti e i violenti.
Le generalizzazioni sono sempre pericolose.
Ma esiste una galassia radicale che sfrutta cause legittime per costruire consenso attorno alla delegittimazione delle istituzioni democratiche.
E dentro quella galassia le parole contano: “resistenza”, “autodifesa”, “repressione”, “Stato assassino”, “polizia nemica” non sono formule innocue.
Sono parole che preparano il terreno.
Che rendono accettabile l’escalation.
Che offrono una copertura morale a chi passa dalle idee ai fatti.
La politica dovrebbe avere il coraggio di sottrarsi a questo gioco.
Il Pd, Avs, il Movimento 5 Stelle e tutte le forze progressiste dovrebbero dire con chiarezza che la solidarietà al popolo palestinese non implica alcuna indulgenza verso Hamas.
Che criticare il governo israeliano non significa tollerare l’antisemitismo.
Che difendere i diritti civili non significa cancellare il diritto alla sicurezza.
Che manifestare è sacro, ma ferire un agente è un reato, non un’opinione.
Dovrebbero farlo senza paura di essere accusati di “fare il gioco della destra”.
Perché il gioco della destra lo si fa proprio quando si lascia alla destra il monopolio della sicurezza, dell’ordine e della tutela delle persone più fragili.
E lo si fa anche quando si preferisce parlare a una minoranza rumorosa anziché alla maggioranza silenziosa di cittadini che vogliono semplicemente vivere tranquilli.
Essere in Parlamento dovrebbe significare rappresentare il Paese reale, non soltanto la propria tribù culturale, i propri circoli, le proprie platee di riferimento e le proprie certezze ideologiche.
Significa difendere le libertà senza abbandonare le regole.
Significa riconoscere i diritti senza svuotare i doveri. Significa avere il coraggio di dire che non tutte le rabbie sono giuste e che non tutte le piazze meritano assoluzione preventiva.
Il Paese non ha bisogno di politici che parlano soltanto a se stessi e alle proprie cerchie.
Ha bisogno di rappresentanti capaci di guardare oltre la Ztl, oltre gli hashtag, oltre i cortei rituali e i salotti compiacenti.
Ha bisogno di una classe dirigente che non abbia paura di chiamare la violenza con il suo nome.
Perché alla fine il conto della retorica anti-istituzionale non lo pagano i parlamentari, i commentatori o gli influencer militanti.
Lo pagano gli agenti mandati in strada senza protezione politica.
Lo pagano i commercianti che vedono la propria attività devastata.
Lo pagano le famiglie che vivono nelle periferie.
Lo pagano gli studenti che vogliono studiare senza essere arruolati nella rabbia di qualcuno.
Lo pagano i cittadini che, ogni mattina, escono di casa sperando soltanto di tornarci serenamente.
Meditare, dunque, è necessario.
Ma ancora più necessario è votare con giudizio, ricordando che la libertà non può esistere senza responsabilità e che una democrazia incapace di difendere se stessa finisce sempre per consegnarsi ai più aggressivi.
