La lezione francese e le responsabilità italiane

Per mettere a ferro e fuoco una città non è necessario che tutti coloro che scendono in piazza desiderino farlo.
È sufficiente che chi cerca lo scontro riesca a trascinarsi dietro gli altri, sfruttando una protesta, una parola d’ordine, un malcontento reale sul quale costruire qualcosa di completamente diverso.
È questo il meccanismo che occorre comprendere guardando alla Francia e alle violenze che, con modalità differenti, possono manifestarsi anche in Italia: una mobilitazione può diventare il punto d’incontro tra persone esasperate, delinquenti in cerca di un’occasione e militanti per i quali qualsiasi motivo è valido per attaccare lo Stato.
La questione non è negare l’esistenza delle difficoltà sociali.
Le difficoltà economiche esistono, così come esistono famiglie preoccupate, lavoratori impoveriti e giovani che faticano a costruirsi un futuro.
Esistono territori nei quali il costo della vita cresce più rapidamente dei salari, servizi pubblici che non rispondono alle necessità, periferie nelle quali lo Stato appare lontano e un senso diffuso di abbandono.
Proprio per questo, però, la serietà dei problemi dovrebbe impedire di usarli come giustificazione per chi saccheggia un negozio, incendia un’automobile o aggredisce un agente.
Tra chiedere condizioni di vita migliori e distruggere il lavoro degli altri passa una scelta precisa, della quale deve rispondere chi la compie. Confondere le due cose significa permettere ai violenti di appropriarsi delle ragioni di migliaia di persone che non hanno alcuna intenzione di spaccare una vetrina.
Significa trasformare il disagio in un lasciapassare, come se la rabbia sociale producesse automaticamente un diritto alla devastazione. Ma nessuna sofferenza autorizza a colpire chi è più debole, chi ha investito i propri risparmi in un’attività o chi sta semplicemente svolgendo il proprio lavoro.

Il malcontento non è una proprietà dei violenti
Uno degli errori più frequenti nel dibattito pubblico consiste nel trattare ogni protesta come un blocco indistinto. Da una parte ci sarebbero i manifestanti, portatori di una richiesta politica; dall’altra le istituzioni, chiamate a rispondere. In mezzo, quasi invisibili, rimangono però soggetti diversi: cittadini che partecipano pacificamente, gruppi organizzati che cercano il conflitto, persone che si uniscono all’ultimo momento per opportunismo, individui interessati esclusivamente al saccheggio e militanti che considerano la violenza una componente normale dell’azione politica.
Queste realtà possono convivere nello stesso corteo senza avere gli stessi obiettivi.
Possono perfino utilizzare gli stessi slogan e circolare negli stessi spazi, pur muovendosi secondo logiche differenti. La difficoltà nasce quando chi osserva dall’esterno attribuisce a tutti ciò che fanno alcuni oppure, all’opposto, considera ogni violento un corpo estraneo del quale nessuno deve rispondere.
Entrambe le semplificazioni impediscono di capire che cosa sia davvero accaduto.
Il disagio, in quanto tale, non appartiene a chi lo sfrutta.

Un lavoratore che protesta contro un salario insufficiente non consegna la propria causa a chi devasta il negozio sotto casa. Una famiglia che denuncia l’assenza di sicurezza non autorizza chi aggredisce le forze dell’ordine. Un giovane che manifesta contro la mancanza di prospettive non ha alcun interesse a vedere la propria città trasformata in un campo di battaglia. La rappresentanza del malcontento deve essere conquistata attraverso proposte e responsabilità, non ottenuta mediante il ricatto della piazza.
Quando la violenza si appropria di una protesta, il risultato non è un rafforzamento della causa originaria. È il suo indebolimento. L’attenzione si sposta dalle ragioni della mobilitazione ai danni provocati, dalle richieste alle immagini degli scontri, dalle responsabilità politiche alle vetrine infrante. Chi voleva parlare di lavoro, salari o servizi finisce per essere associato a chi ha incendiato, saccheggiato o aggredito. È precisamente questo il paradosso: i violenti sostengono di voler dare voce agli esclusi, ma spesso finiscono per togliere voce a chi protesta in modo legittimo.
La Francia e il ruolo della mobilitazione digitale

La Francia offre una chiave importante per leggere questo passaggio, perché mostra quanto possa diventare difficile distinguere, dentro la stessa mobilitazione digitale, chi vuole manifestare, chi cerca visibilità e chi alimenta lo scontro. La rete non è soltanto uno strumento per comunicare un appuntamento.
È anche un ambiente nel quale le emozioni vengono selezionate, amplificate e trasformate in comportamenti collettivi.
Sullo schermo del telefono, un appello appare identico qualunque sia l’interesse di chi lo diffonde.
Una data ripetuta da decine di profili può acquistare l’autorità di un appuntamento al quale sembra che tutti abbiano già deciso di partecipare. Un video può essere presentato come una prova definitiva anche quando mostra soltanto pochi secondi di una vicenda più ampia.
Un messaggio può diventare virale prima che qualcuno abbia verificato chi lo abbia prodotto, con quale obiettivo e attraverso quali canali sia stato rilanciato.
Chi riceve il contenuto vede il risultato della circolazione, mentre spesso ignora da dove sia partito e chi stia contribuendo a ingrandirlo. La moltiplicazione delle condivisioni crea l’impressione di una spontaneità assoluta, ma la spontaneità percepita non coincide sempre con l’assenza di organizzazione.
Un movimento può nascere da un’autentica indignazione e, nello stesso tempo, essere rapidamente orientato da soggetti più preparati, più aggressivi o semplicemente più interessati a ottenere attenzione.
Questo non significa sostenere l’esistenza di un unico regista occulto dietro ogni protesta.
Significa riconoscere che, nell’ecosistema digitale, interessi differenti possono convergere senza coordinarsi formalmente.
Chi vuole manifestare diffonde un appello perché lo considera utile.
Chi cerca lo scontro lo rilancia perché gli garantisce un pubblico. Chi gestisce pagine e canali lo utilizza per aumentare il traffico. Chi ha un obiettivo politico lo inserisce nella propria narrazione. Il medesimo contenuto può quindi svolgere funzioni diverse per persone diverse.
Applicato all’Italia, questo significa smettere di considerare i social una semplice bacheca sulla quale viene annunciato ciò che accadrà in piazza.
Sono anche il luogo nel quale si costruiscono aspettative, si esasperano gli animi e si offre a persone diverse la sensazione di appartenere alla stessa rivolta. Il ragazzo che condivide un video per rabbia può finire per fare pubblicità a chi cerca lo scontro, senza conoscerlo e senza condividerne gli obiettivi.
La partecipazione autentica diventa così una risorsa che altri possono utilizzare.
La rabbia come prodotto

Dentro questo meccanismo trova spazio anche un interesse molto meno politico e molto più commerciale. Un profilo cresce se viene seguito, un contenuto acquista valore se circola, un sito guadagna se attira visite.
La rabbia offre materiale in abbondanza, perché spinge a commentare, condividere e tornare continuamente a controllare che cosa sia successo.
Le piattaforme digitali premiano spesso ciò che suscita una reazione immediata. La riflessione è lenta, la verifica richiede tempo, la ricostruzione dei fatti è complessa.
L’indignazione, invece, è rapida e contagiosa.
Una scena di violenza, un titolo allarmistico, un’accusa formulata senza prove possono raggiungere un pubblico enorme prima che emergano le informazioni necessarie a comprenderli. In questo ambiente, la moderazione rischia di apparire come debolezza e la prudenza come complicità.
Chi alimenta l’esasperazione può cercare consenso oppure pubblico.
Può voler rafforzare un’identità politica o semplicemente monetizzare l’attenzione.
Le conseguenze, tuttavia, ricadono su chi si ritrova il negozio devastato, sul lavoratore costretto a chiudere, sui residenti che devono riparare i danni e sugli agenti chiamati a intervenire.
Per qualcuno il disordine può diventare una fonte di visibilità; per gli altri resta un conto da pagare.
È importante, a questo proposito, non descrivere ogni diffusione di contenuti come un’operazione consapevole di manipolazione. Molti utenti condividono immagini o messaggi in buona fede.
Ma la buona fede di chi rilancia non cancella l’effetto prodotto.
La responsabilità morale non coincide sempre con l’intenzione originaria: chi contribuisce ad amplificare una falsità o a rendere popolare un appello violento dovrebbe almeno interrogarsi sulle conseguenze della propria azione.
La rete tende a eliminare le distanze tra chi produce un messaggio e chi lo riceve….
