Non basta essere imparziali, bisogna anche apparirlo

Nel 62 a.C., durante i festeggiamenti della Bona Dea, rito religioso riservato alle donne e celebrato nella casa di Giulio Cesare, il giovane Publio Clodio Pulcro riuscì a introdursi travestito da donna.

Secondo la tradizione, lo avrebbe fatto per incontrare Pompea Silla, moglie di Cesare e, probabilmente, sua amante.

L’intrusione venne scoperta e provocò uno scandalo enorme.

Cesare decise di ripudiare immediatamente Pompea, pur senza testimoniare formalmente contro di lei nel processo successivo. Quando gli fu chiesto perché avesse divorziato da una moglie non condannata per adulterio, rispose con una frase rimasta celebre: «La moglie di Cesare deve essere al di sopra di ogni sospetto».

Al di là della precisione storica dell’episodio e delle sue numerose interpretazioni, il principio politico sotteso conserva ancora oggi una straordinaria attualità: chi ricopre una funzione pubblica non deve soltanto essere corretto e imparziale, ma deve anche apparire tale agli occhi dei cittadini.

Questo principio assume un’importanza ancora maggiore quando riguarda la magistratura.

I magistrati, come ogni altro cittadino, hanno opinioni, orientamenti culturali, sensibilità politiche e convinzioni personali.

Non vivono fuori dalla società e non possono essere privati dei diritti fondamentali garantiti dalla Costituzione, tra cui la libertà di manifestazione del pensiero.

Tuttavia, la magistratura non è una professione qualsiasi.

Giudici e pubblici ministeri esercitano una funzione che incide direttamente sulla libertà, sul patrimonio, sulla reputazione e, più in generale, sulla vita delle persone.

Il loro ruolo richiede indipendenza, equilibrio e imparzialità, ma anche la fiducia dei cittadini.

E la fiducia non si costruisce soltanto attraverso il rispetto formale delle regole: dipende anche dalla percezione che l’opinione pubblica ha dell’autonomia di chi amministra la giustizia.

È proprio questo il punto che spesso viene eluso nel dibattito pubblico.

Si sostiene, con argomenti in parte condivisibili, che un magistrato, in quanto cittadino, abbia il diritto di esprimere le proprie idee.

È vero. Ma il problema non è stabilire se un magistrato possa avere idee politiche o culturali.

Il problema è capire se, e fino a che punto, sia opportuno manifestarle pubblicamente quando quelle idee riguardano direttamente persone, partiti, movimenti o vicende sulle quali il magistrato potrebbe essere chiamato a intervenire.

Il magistrato deve essere indipendente.

Ma deve anche apparire indipendente.

Non si tratta di una richiesta puramente estetica, né di una concessione alla sensibilità superficiale dei mezzi di comunicazione. L’apparenza di imparzialità è parte integrante della giustizia.

Una decisione può essere tecnicamente corretta, motivata e conforme alla legge; tuttavia, se viene adottata da una persona che ha pubblicamente manifestato un orientamento favorevole o contrario nei confronti di una delle parti, il dubbio sull’imparzialità rischia di compromettere la legittimazione della decisione stessa.

In uno Stato di diritto, la giustizia deve essere non soltanto amministrata, ma riconoscibile come giusta.

Il cittadino deve poter confidare nel fatto che il pubblico ministero, il giudice o il giudice per le indagini preliminari non agisca sulla base delle proprie convinzioni politiche, delle proprie simpatie o delle proprie antipatie.

Non basta che il magistrato sia effettivamente imparziale: occorre che non sussistano circostanze tali da rendere ragionevole il dubbio contrario.

Questa esigenza non nasce da una sfiducia pregiudiziale nei confronti dei magistrati.

Al contrario, nasce dalla consapevolezza dell’importanza della loro funzione.

Proprio perché la magistratura è un pilastro dell’ordinamento, chi la rappresenta deve accettare limiti di opportunità più rigorosi rispetto a quelli che valgono per il cittadino comune.

Un parlamentare, un giornalista o un docente universitario possono dichiarare apertamente il proprio orientamento politico.

La loro posizione è, per definizione, collocata nel terreno del confronto pubblico.

Un giudice, invece, deve poter decidere su una controversia senza che una delle parti tema che la sua valutazione sia stata condizionata da opinioni già espresse.

Un pubblico ministero deve poter esercitare l’azione penale senza che l’indagato possa legittimamente sospettare di essere diventato il bersaglio di una battaglia ideologica.

La questione diventa ancora più delicata quando il magistrato esprime pubblicamente opinioni coincidenti con quelle della persona sottoposta a indagine o giudizio.

Anche in assenza di qualsiasi rapporto personale, di qualunque condizionamento concreto e di ogni violazione formale, si crea una situazione che può compromettere la serenità del procedimento.

Il cittadino non è tenuto a conoscere tutti gli elementi tecnici del diritto processuale.

Valuta ciò che vede: dichiarazioni, immagini, appartenenze, prese di posizione e rapporti pubblici.

Se il magistrato che deve giudicare una condotta ha manifestato in precedenza un orientamento favorevole alla medesima condotta, il dubbio è inevitabile.

Può essere ingiusto?

Certamente.

Può essere infondato?

Anche.

Ma proprio perché la giustizia si fonda sulla fiducia, il dubbio non può essere liquidato come una semplice strumentalizzazione politica.

In una simile situazione, il magistrato dovrebbe avere il buon senso istituzionale di chiedere di essere sostituito.

Non come ammissione di colpa, né come rinuncia alla propria libertà di pensiero, ma come gesto di rispetto verso la funzione esercitata.

La sostituzione non dovrebbe essere vissuta come una sanzione, bensì come uno strumento di tutela: tutela dell’imputato, tutela del procedimento, tutela del magistrato e tutela dell’immagine complessiva della magistratura.

È questo il significato più serio del principio secondo cui la giustizia deve essere imparziale anche nella percezione pubblica.

Il magistrato non deve dimostrare soltanto di essere in grado di superare le proprie convinzioni personali.

Deve anche evitare di porre il cittadino nella condizione di dover credere, senza poter verificare, che quelle convinzioni non abbiano avuto alcuna influenza.

Naturalmente, occorre evitare gli eccessi.

Pretendere che i magistrati siano persone prive di opinioni, interessi culturali o sensibilità politiche sarebbe assurdo e contrario alla Costituzione.

Non si può trasformare l’imparzialità in un obbligo di silenzio assoluto.

Un magistrato non cessa di essere cittadino e non perde i propri diritti fondamentali nel momento in cui indossa la toga.

Ma la libertà di manifestazione del pensiero non è un diritto privo di limiti.

Ogni funzione pubblica comporta responsabilità e doveri particolari.

Un ministro deve evitare conflitti d’interesse.

Un militare deve rispettare obblighi di disciplina.

Un medico deve preservare il rapporto fiduciario con il paziente.

Un magistrato deve salvaguardare l’apparenza della propria indipendenza.

La toga rappresenta un’autorità pubblica.

Chi la indossa non parla soltanto a titolo personale: ogni sua dichiarazione può essere interpretata come espressione di una cultura giudiziaria, di un orientamento della magistratura o di una posizione istituzionale.

Questo è particolarmente vero in un’epoca nella quale i social network hanno ridotto la distanza tra vita privata e ruolo pubblico. Un commento, un “mi piace”, una fotografia o una partecipazione a un’iniziativa possono diventare immediatamente oggetto di discussione nazionale.

La magistratura dovrebbe quindi dotarsi di regole di comportamento più chiare e rigorose.

Non per comprimere arbitrariamente la libertà dei magistrati, ma per stabilire criteri trasparenti in materia di partecipazione politica, dichiarazioni pubbliche, rapporti con esponenti di partito e coinvolgimento in campagne su temi che potrebbero formare oggetto di procedimenti giudiziari.

Oggi, troppo spesso, si procede in modo episodico.

Il magistrato sostiene di aver esercitato un diritto costituzionale; le forze politiche accusano la magistratura di parzialità; l’Associazione Nazionale Magistrati reagisce difendendo l’autonomia dell’ordine giudiziario; i media trasformano la vicenda in un conflitto tra poteri.

Alla fine, nessuno sembra preoccuparsi della questione centrale: se quel determinato magistrato, in quelle specifiche circostanze, fosse opportuno che svolgesse proprio quel compito.

La discussione viene subito spostata sul terreno dello scontro politico.

Da una parte si denuncia il tentativo di intimidire i giudici; dall’altra si parla di politicizzazione della magistratura.

Entrambe le accuse possono contenere elementi di verità, ma spesso finiscono per impedire qualsiasi valutazione equilibrata.

Di Admin

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