Dal Ferro di cavallo di Tor Bella Monaca alla (presunta) reggenza del gruppo del ‘Barba’ e del ‘Biondo’.

Carabinieri controllano il traffico davanti a edifici residenziali in una strada cittadina.

Nelle chat criptate si faceva chiamare “Vibrantquail”.

A Tor Bella Monaca, invece, era conosciuto come “Lele”.

Per gli uomini a lui più vicini aveva un altro soprannome, “Facocero”. Tre nomi diversi per la stessa persona, oggi al centro di una caccia che dura da oltre un anno.

Dal marzo dell’anno scorso di lui non si hanno notizie certe.

È riuscito a sottrarsi all’arresto nell’ambito dell’inchiesta “Cacher”, condotta dai carabinieri, e da allora è considerato latitante. Nessuna fotografia recente, nessun avvistamento verificato, nessuna traccia capace di indicare con certezza dove si trovi. Soltanto ipotesi, segnalazioni, piste estere e frammenti investigativi.

Una fuga studiata, secondo gli inquirenti.

Non quella improvvisata di chi si trova all’improvviso braccato, ma l’allontanamento di una persona che avrebbe potuto contare su una rete di protezione, disponibilità economiche e rapporti consolidati.

Un uomo che, stando alle ricostruzioni contenute negli atti giudiziari, avrebbe avuto un ruolo centrale nell’organizzazione riconducibile a Giuseppe Molisso e Leandro Bennato, entrambi detenuti.

Il punto è proprio questo: mentre i due presunti vertici si trovano in carcere, “Lele” sarebbe riuscito a mantenere, almeno in parte, il controllo del gruppo.

O forse lo avrebbe fatto fino alla sua fuga.

Per gli investigatori, infatti, non sarebbe stato un semplice collaboratore né un intermediario occasionale.

Sarebbe stato una figura di raccordo, capace di muoversi tra il territorio, i canali della droga, i rapporti con i sodali e la gestione delle risorse.

Il tribunale, nel tentativo di interrompere i suoi canali finanziari e spingerlo a uscire allo scoperto, ha disposto il sequestro dei beni a lui intestati e di quelli riconducibili alla moglie.

Una misura che racconta quanto, secondo l’accusa, la dimensione patrimoniale fosse importante nella struttura del gruppo.

Ma il sequestro non ha prodotto, almeno finora, l’effetto sperato: l’uomo non è comparso, non ha fatto arrivare messaggi, non ha cercato di negoziare.

Dov’è “Facocero”? Le informazioni raccolte dagli investigatori lo collocano in luoghi diversi e difficili da verificare.

C’è chi parla della Spagna, chi indica Dubai, chi ipotizza un passaggio o una permanenza in Marocco.

Tre scenari diversi, accomunati dalla possibilità di contare su collegamenti internazionali, documenti falsi, disponibilità di denaro e contatti capaci di garantire una permanenza lontano dall’Italia.

Nessuna di queste ipotesi, però, appare allo stato attuale definitiva.

Le piste estere, in casi simili, possono essere alimentate da informazioni reali ma anche da depistaggi.

Una voce fatta circolare ad arte può servire a spostare l’attenzione, rendere più complicati i controlli o creare l’illusione che il latitante si trovi molto più lontano di quanto non sia realmente.

L’indagine “Cacher” e la fuga prima dell’arresto

Il nome di “Vibrantquail” emerge nel quadro dell’inchiesta “Cacher”, un’indagine che ha ricostruito rapporti, gerarchie e modalità operative di un gruppo attivo nella periferia est di Roma.

Le conversazioni sulle piattaforme criptate avrebbero consentito agli investigatori di osservare dall’interno le dinamiche dell’organizzazione: gli scambi tra gli appartenenti, i riferimenti alla droga, la gestione del denaro e le precauzioni adottate per evitare intercettazioni e controlli.

L’uso di soprannomi e identità digitali aveva una funzione precisa.

Da una parte serviva a proteggere l’identità degli interlocutori; dall’altra contribuiva a creare un linguaggio interno, riconoscibile soltanto da chi faceva parte della cerchia. “Vibrantquail” non sarebbe stato un semplice nome scelto casualmente.

Il suo utilizzo ricorrente nelle chat, associato a determinate conversazioni e a specifici rapporti, avrebbe consentito agli investigatori di collegare il profilo digitale alla persona conosciuta sul territorio come “Lele”.

La fuga sarebbe avvenuta poco prima dell’esecuzione delle misure cautelari.

Mentre i carabinieri si preparavano a intervenire, lui sarebbe riuscito a rendersi irreperibile. Il tempismo è uno degli elementi che alimentano i sospetti su una possibile rete di avvertimento.

Gli investigatori hanno valutato l’ipotesi che informazioni sull’imminenza dell’operazione siano circolate tra i destinatari delle misure o nei loro ambienti.

In alternativa, l’uomo potrebbe aver percepito autonomamente il rischio, grazie a controlli sul territorio, all’osservazione dei movimenti delle forze dell’ordine o a un improvviso cambiamento nelle abitudini dei suoi contatti.

Da quel momento, la sua presenza sarebbe diventata indiretta.

Non più incontri documentati, ma contatti filtrati da altre persone.

Non più apparizioni nel quartiere, ma eventuali comunicazioni affidate a intermediari. In una struttura criminale, la latitanza non significa necessariamente isolamento: può diventare una diversa modalità di comando.

Il ruolo nel gruppo di Molisso e Bennato

Secondo la prospettazione investigativa, Molisso e Bennato rappresentavano due riferimenti importanti dell’organizzazione.

La loro detenzione avrebbe però aperto uno spazio che “Facocero” sarebbe stato in grado di occupare.

La sua forza, più che nella visibilità, sarebbe derivata dalla capacità di mantenere collegamenti e assicurare continuità alle attività del gruppo.

Gli atti giudiziari descrivono una realtà nella quale i ruoli non sarebbero stati sempre rigidi.

Accanto ai vertici formali avrebbero operato figure incaricate della distribuzione, della riscossione dei crediti, del reperimento delle sostanze e della gestione dei rapporti con altri gruppi.

In questo quadro, “Lele” avrebbe avuto una funzione trasversale.

Il suo nome ricorrerebbe in relazione a decisioni operative, indicazioni sulla movimentazione del denaro e rapporti con persone incaricate di svolgere compiti sul territorio.

Non sarebbe necessariamente stato l’uomo che si esponeva in prima persona.

Al contrario, il suo profilo appare quello di una figura che avrebbe preferito mantenere una certa distanza dalle attività più rischiose, lasciando agli esecutori il compito di gestire la parte visibile.

È un modello frequente nelle organizzazioni criminali contemporanee: chi occupa una posizione di comando non deve necessariamente essere il più conosciuto né il più violento.

Può essere colui che tiene insieme le relazioni, risolve i conflitti interni, garantisce liquidità e stabilisce chi può accedere alle risorse del gruppo.

Per questo gli investigatori lo considerano particolarmente rilevante.

La sua cattura non avrebbe soltanto un valore processuale, ma potrebbe consentire di chiarire chi abbia assunto il controllo dopo gli arresti di Molisso e Bennato, quali rapporti siano rimasti attivi e chi abbia beneficiato economicamente delle attività del sodalizio.

Le chat criptate come mappa dei rapporti

Le conversazioni digitali rappresentano uno dei pilastri dell’inchiesta.

Nelle chat, secondo quanto ricostruito dagli investigatori, gli appartenenti al gruppo avrebbero utilizzato nomi in codice, formule allusive e messaggi apparentemente neutri.

Il linguaggio avrebbe avuto una doppia funzione: comunicare informazioni e, nello stesso tempo, rendere più difficile la comprensione da parte di eventuali estranei.

Il nome “Vibrantquail” sarebbe comparso in conversazioni che, lette nel loro insieme, avrebbero permesso di delineare il ruolo dell’utente.

Non è soltanto la singola frase a essere significativa, ma la rete di rapporti costruita attorno a quel profilo: chi lo contattava, con quale frequenza, quali decisioni venivano prese dopo i suoi messaggi, quali somme di denaro venivano discusse e quali persone venivano coinvolte.

Per gli investigatori, la forza probatoria delle chat non deriva dunque da una dichiarazione esplicita del tipo “io comando il gruppo”.

Deriva piuttosto dalla ripetizione di comportamenti e dalla posizione occupata nelle conversazioni.

Chi viene informato prima degli altri, chi impartisce indicazioni, chi riceve aggiornamenti e chi interviene nei momenti di crisi può assumere, nella lettura complessiva, un ruolo di vertice anche senza dichiararlo apertamente.

Di Admin

Lascia un commento