Alle elezioni politiche del 2022, secondo i dati Ipsos, Fratelli d’Italia ha raccolto tra le tute blu il 34,6 per cento dei consensi. Dietro sono arrivati il Movimento 5 Stelle e la Lega.

Il Partito democratico, quello che dovrebbe essere l’erede naturale della classe operaia, è arrivato dopo tutti gli altri.

Quarto.

Nella casa dove si è nati, ormai, si occupa l’ultima stanza in fondo al corridoio.

Sempre che qualcuno si ricordi ancora di avere le chiavi.

E dove regge il Pd? Tra i laureati, i professionisti, i dipendenti pubblici, i pensionati, gli abitanti dei centri storici e i frequentatori dei convegni sul futuro del lavoro.

Del lavoro, naturalmente, si parla molto.

A patto che non sia necessario frequentarlo.Severino Nappi, ordinario di diritto del lavoro all’Università di Napoli, lo ha spiegato senza troppi giri di parole: «Il più grande smantellamento dei diritti dei lavoratori in questo Paese porta una firma precisa: Partito Democratico».

Vero.

Ma allora ascoltiamo un testimone che a sinistra nessuno dovrebbe poter liquidare come infiltrato della destra.

Nel 2015 Maurizio Landini, allora segretario della Fiom, accusava in televisione il Pd di aver «cancellato lo Statuto dei lavoratori».

Oggi Landini va a braccetto con il partito che accusava.

Evidentemente, nel frattempo, lo Statuto è ricomparso.

Oppure è bastato cambiare il colore delle bandiere.

Il punto è semplice: il Pd non ha perso i lavoratori come si perde un portafoglio sul tram.

Li ha licenziati. Uno alla volta. Con leggi firmate, votate e difese dai suoi gruppi parlamentari.

Poi ha fatto quello che fanno molti datori di lavoro quando devono spiegare un licenziamento: ha sostenuto che il problema era il lavoratore.

La sinistra italiana vive i propri anni di governo come una parentesi.

Quando governa è “responsabile”, dialoga con l’Europa, rassicura i mercati e spiega che certe cose, purtroppo, non si possono fare.

Quando torna all’opposizione riscopre la purezza, organizza cortei e accusa gli altri dei suoi stessi peccati.

Per lei la memoria è un tasto reset.

Nel 2002 la Cgil di Sergio Cofferati portò al Circo Massimo, secondo gli organizzatori, tre milioni di persone per difendere l’articolo 18 dall’assalto di Berlusconi.

Dodici anni dopo, a demolirlo, ci pensò il Pd di Matteo Renzi.

La legge Fornero, votata dai democratici durante il governo Monti, lo aveva già svuotato in larga misura.

Quanti esponenti del partito si opposero apertamente al Jobs Act?

Tre, a quanto si legge.

Gli altri lo votarono.

Nel 2025 Elly Schlein ha chiesto agli italiani di cancellare per referendum la legge del suo stesso partito.

Un gesto di autocritica, si potrebbe pensare.

O di amnesia elettorale: dipende da quanto si è indulgenti con il talento dem di arrivare sempre dopo, soprattutto rispetto alle proprie responsabilità.

A votare non è andato nemmeno un italiano su tre. Gli operai non si sono scomodati neppure per abrogare il Jobs Act.

Che cosa deve combinare un partito per non essere creduto nemmeno quando chiede scusa?

Probabilmente dovrebbe cominciare ricordando ciò che ha fatto.

Ma è una richiesta ambiziosa per chi considera la propria storia una serie di incidenti di percorso.

Poi c’è il sindacato.

Nel 2014 la legge delega sul Jobs Act prevedeva un compenso orario minimo fissato per legge.

Rimase lettera morta anche per l’opposizione delle parti sociali.

Il salario, ripetevano, lo stabiliscono i contratti, non il Parlamento.

E che contratti.

Quello della vigilanza privata e dei servizi fiduciari, firmato nel 2013 da Cgil, Cisl e Uil, partiva da 4,60 euro lordi all’ora.

Nel 2023 la Cassazione ha stabilito che quella paga violava l’articolo 36 della Costituzione.

I giudici hanno dovuto difendere i lavoratori dal contratto sottoscritto dai loro stessi sindacati.

Il colmo è arrivato pochi mesi prima, quando Filcams Cgil e Fisascat Cisl hanno lanciato una class action per far disapplicare il contratto sul quale avevano apposto la firma.

È la versione sindacale del medico che denuncia i danni del farmaco che ha appena prescritto.

Oggi Landini vuole il salario minimo per legge. Al governo c’è Giorgia Meloni.

La posizione è cambiata, naturalmente per ragioni puramente teoriche, mai contingenti, assolutamente prive di qualunque rapporto con il colore dell’esecutivo.

Chi rappresenta, ormai, la Cgil?

Nel 2024, stando ai dati della stessa confederazione, su 5,17 milioni di iscritti i pensionati erano circa 2,4 milioni. Quasi uno su due.

Il primo sindacato dei lavoratori è composto per metà da chi non lavora più.

Non è necessariamente un problema: i pensionati hanno diritti, interessi e una dignità politica.

Ma sarebbe curioso che il sindacato tornasse ogni tanto a occuparsi anche di chi deve ancora arrivare alla pensione e, nel frattempo, deve pagare affitto, bollette e contributi.

Chi lavora ancora vede la Cgil scioperare per Gaza e per la Flotilla, scendere in piazza per Maduro, mobilitarsi sul referendum che, secondo Landini, avrebbe regalato la cittadinanza a due milioni e mezzo di extracomunitari.

Per il proprio contratto, invece, si può sempre valutare.

Magari dopo un tavolo. Magari dopo una riflessione.

Magari quando il calendario internazionale sarà meno impegnativo.

Che la Cgil faccia politica non è una scoperta.

L’ha sempre fatta.

Un tempo, però, la faceva per gli operai.

O almeno riusciva a convincerli che quella politica avesse qualcosa a che fare con la loro vita.

Le leggi spiegano perché le tute blu abbiano lasciato il Pd.

Non spiegano perché non tornino.

Perché il problema non è soltanto ciò che il partito ha fatto. È ciò che è diventato.

Il Pd ha cambiato pelle.

Oggi è il partito dei garantiti: pubblico impiego, pensionati, professioni intellettuali, ambienti universitari, ceti riflessivi, centri storici e buone intenzioni.

Chi è esposto agli appalti al ribasso, alle delocalizzazioni, alla precarietà e alla concorrenza sul salario è rimasto fuori dalla porta.

E, a giudicare dal tono con cui viene accolto, probabilmente non è nemmeno il caso che bussi.

Il dirigente democratico parla di schwa, identità di genere, clima e transizione.

L’operaio si chiede come arrivare alla fine del mese.

Non è detto che le due questioni siano incompatibili.

Ma qualcuno dovrebbe spiegare perché, nelle priorità del partito, la prima venga sempre prima della seconda.

La transizione verde, poi, la paga lui.

La paga con l’auto diesel che non può più entrare in città.

Con la casa da adeguare per obbligo europeo.

Con le rate, i divieti, le nuove imposte indirette e il prezzo crescente dell’energia.

La virtù climatica viene predicata da chi abita in Ztl; il conto arriva in periferia, dove il trasporto pubblico passa quando può e il cappotto termico costa quanto una vita di stipendio.

La sinistra chiama tutto questo “modernizzazione”.

Chi deve scegliere se pagare la bolletta o cambiare caldaia lo chiama in un altro modo.

In periferia arriva anche l’immigrazione.

Chi ci abita può viverla come concorrenza sul salario, sulla casa popolare, sul pronto soccorso, sui servizi sociali e sulla classe dei figli.

Sono problemi reali, oppure percepiti come tali. In entrambi i casi andrebbero ascoltati.

Quando qualcuno prova a dirlo, il Pd spesso non risponde. Gli dà del razzista.

È una tecnica semplice: non devi discutere il problema se riesci a trasformare chi lo solleva nel problema stesso.

Funziona nei talk show, nei comunicati stampa e nelle riunioni di partito.

Funziona meno bene davanti a una graduatoria per una casa popolare.

Qui sta il nodo vero.

Per una parte della sinistra, chi vota a destra è un ignorante, un analfabeta funzionale, un fascista, un poveraccio manipolato.

Il popolo non viene più rappresentato: viene corretto.

Educato.

Di Admin

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