Così sanità e pensioni hanno affondato l’Italia





Negli anni Settanta, l’Italia attraversò un periodo di turbolenze politiche e sociali che portarono a due riforme fondamentali nel campo del welfare: la creazione del Servizio Sanitario Nazionale (SSN) e l’unificazione del sistema previdenziale nell’INPS.

Queste scelte, pur nate con intenti solidali, si sono rivelate una vera e propria mannaia per le finanze pubbliche italiane, trasformando il welfare in una macchina insostenibile che oggi pesa come un macigno sul bilancio statale. Andiamo a esplorare più in dettaglio come e perché queste riforme abbiano portato all’attuale crisi.

### La riforma della sanità: la nascita del SSN

Con la Legge 833 del 1978, l’Italia inaugurò il Servizio Sanitario Nazionale, un sistema basato sull’universalità e finanziato dalla fiscalità generale.

Ispirato al modello Beveridge del Regno Unito, l’idea era quella di garantire assistenza sanitaria a tutti i cittadini, ma senza la capacità gestionale necessaria per garantirne l’efficienza.

La decentralizzazione organizzativa tra Stato e Regioni ha creato un mosaico di competenze, che spesso ha prodotto inefficienze enormi.

Le Regioni, prive della necessaria expertise, hanno gestito i fondi in modo disomogeneo, lasciando emergere fenomeni di clientelismo e di scarsa accountability.

I costi della sanità sono schizzati verso l’alto, e mentre l’efficienza operativa rimaneva un miraggio, la spesa pubblica ha cominciato a lievitare, contribuendo ulteriormente all’esplosione del debito pubblico italiano.

### La riforma previdenziale: un sistema iniquo

Parallelamente, l’unificazione previdenziale nell’INPS ha trasformato il sistema previdenziale italiano da uno pluralista a uno centralizzato. Questo cambiamento ha generato un grave squilibrio tra contributi versati e pensioni erogate: le spese previdenziali oggi pesano oltre il 15% del PIL, una delle percentuali più alte al mondo.

L’assistenza di tipo “ripartitorio”, che permette di finanziare le pensioni attuali con i contributi dei lavoratori attivi, ha creato un meccanismo insostenibile, esponendo le generazioni future a un rischio di non ricevere alcuna pensione.

### Conseguenze delle riforme: rigidità e indebitamento

Entrambe le riforme hanno conferito alla spesa pubblica italiana una rigidità estrema.

Gran parte di essa è composta da voci d’uscita incomprimibili, come sanità e pensioni.

Ciò ha portato a un sistema fiscale opprimente, con una pressione fiscale che supera il 48% — ben al di sopra della media OCSE del 33%.

Il debito pubblico è cresciuto in modo insostenibile, vincolando lo Stato a mantenere ed erogare promesse fatte in passato, riflettendosi in un rapporto spesa pubblica/PIL tra i più alti al mondo, solo leggermente superato dalla Francia.

### Una lezione mancata

Mentre in altri Paesi ci si è dotati di sistemi di welfare più sostenibili, spesso caratterizzati da modelli misti pubblico-privato, l’Italia ha continuato a difendere un’impostazione ideologica risalente alla Guerra Fredda.

È giunto il momento di considerare se queste riforme, partite da nobili intenti, possano essere ripensate in chiave liberale e orientata al lungo termine.

La risposta è affermativa.



### La necessità di riforma del sistema pensionistico

È improrogabile avviare una riforma del sistema pensionistico italiano.

Le nuove generazioni potrebbero andare in pensione dopo i 70 anni, con i loro contributi principalmente utilizzati per pagare le pensioni già erogate.

La ripartizione ha creato un sistema iniquo, dove il nesso tra quanto versato e l’ammontare dell’assegno è del tutto arbitrario, giustificato da logiche politiche e necessità di bilancio.

Si rende dunque necessario un graduale abbandono di questo sistema.

L’introduzione di un sistema a capitalizzazione individuale potrebbe permettere a ogni lavoratore di monitorare il proprio risparmio pensionistico e decidere quando andare in pensione, in proporzione ai versamenti effettuati. Non possiamo più tollerare che i contributi siano considerati una tassa, slegati da un reale accantonamento di capitale.

### Il costo del lavoro e il circolo vizioso

Oggi, l’aliquota contributiva supera il 33%, accompagnata da oneri assistenziali che portano il totale a cifre proibitive.

Ciò ha reso il costo del lavoro elevato, impoverendo i salari e limitando gli investimenti aziendali.

Questo, a sua volta, innesca un circolo vizioso che compromette ulteriormente le retribuzioni e la capacità di crescita economica.



### Verso una riforma radicale

La nostra proposta è quella di procedere verso un sistema di capitalizzazione individuale, in cui ciascun lavoratore abbia il controllo sui propri fondi pensionistici.

Adottando un approccio più liberale, si garantirebbe maggior equità nel trattamento dei lavoratori e si incentiverebbe una maggiore partecipazione al mercato del lavoro.

Fundi pensionistici privati dovrebbero essere affiancati da un obbligo assicurativo generale, permettendo libertà e monitoraggio quotidiano del proprio capitale.

### La sanità: verso un modello sostenibile

Analogamente, la gestione della sanità italiana richiede un ripensamento radicale.

La diffusione delle Regioni ha generato Confusione e variabilità nell’accesso alle cure, rendendo necessaria una legge unica che minimizzi le disparità.

È essenziale passare da un modello sanitario di tipo Beveridge — prevalentemente pubblico — a uno stile Bismarck, dove coesistano fornitori di servizi sia pubblici che privati.

In tale contesto, sarebbe opportuno ispirarsi a modelli come quello olandese, che offre una legge nazionale uniforme e una pluralità di fornitori, consentendo agli utenti di scegliere la propria cassa sanitaria.

Questo approccio create avrebbe il potenziale di migliorare l’efficienza, la qualità e l’innovazione sanitaria.

### Confronto con il modello olandese

1. **Legge unica vs. sistemi regionali**: L’Olanda adotta una legge nazionale che garantisce accesso uniforme ai servizi, mentre in Italia ci sono 20 sistemi regionali.

2. **Fornitori di cure**: Gli olandesi possono scegliere tra molte casse sanitarie private, contrariamente al sistema italiano, dove il servizio pubblico regionale è predominante.

3. **Accesso alle cure**: In Olanda, il medico di base funge da filtro, evitando l’intasamento dei pronto soccorsi, mentre in Italia ciò avviene senza restrizioni, causando code e inefficienza.

4. **Libertà e qualità**: Il modello olandese, pur mantenendo un controllo pubblico, stimola la concorrenza e offre libertà di scelta, mentre in Italia prevale rigidità e disuguaglianza.


Alla luce di quanto esposto, appare evidente che l’Italia deve urgentemente ripensare le proprie politiche di welfare, sia nella sanità che nel sistema previdenziale.

Solo attraverso un approccio più liberale e responsabile possiamo costruire un futuro sostenibile per le giovani generazioni, in cui il contributo di ciascuno possa tradursi in garanzie reali.

È tempo di agire, prima che il peso della storia diventi insopportabile.

Di Admin

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