
Nel podcast Sette Vite, condotto da Hoara Borselli, va in scena un’intervista che offre uno sguardo inedito su Donald Trump attraverso il racconto di chi lo conosce da oltre venticinque anni. George Guido Lombardi, imprenditore romano trapiantato negli Stati Uniti, amico personale del tycoon e suo vicino di casa alla Trump Tower, ripercorre una storia di amicizia, politica, strategia comunicativa e vita vissuta tra Roma e New York. Lombardi si presenta senza filtri, romano de Roma, cresciuto nei pressi di via Cristoforo Colombo, lascia l’Italia a 21 anni negli anni più duri del terrorismo e dell’instabilità sociale. Arriva negli Stati Uniti con una valigia, pochi soldi e molta determinazione. Negli anni costruisce una carriera di successo nell’immobiliare e nel commercio di gioielli, fino a permettersi un appartamento alla Trump Tower. È lì che nasce, quasi per caso, il rapporto con “quel tipo biondo” incontrato ogni giorno in ascensore. Da semplici saluti formali si passa, col tempo, a una conoscenza più profonda. Il primo vero momento di svolta arriva negli anni Novanta, quando Lombardi organizza un piccolo cocktail party nel suo appartamento di New York in occasione della visita di Roberto Maroni, allora ministro dell’Interno. Tra gli invitati c’è anche Trump, che si presenta in smoking, colpito dall’importanza dell’ospite italiano. Quell’episodio segna l’inizio di una relazione più strutturata, fatta di fiducia e rispetto reciproco. L’intervista entra poi nel cuore del racconto politico. Lombardi spiega di aver avuto un ruolo chiave, seppur non ufficiale, nella campagna elettorale di Trump del 2016, occupandosi dei social media quando ancora non erano considerati centrali dalla macchina repubblicana. La sua intuizione è quella di creare comunità basate sugli interessi e non sulla geografia, e in tal modo nascono così gruppi come quello delle infermiere o dei motociclisti veterani, capaci di mobilitare centinaia di migliaia di persone, molte delle quali non avevano mai votato prima. Una strategia che, secondo Lombardi, ha contribuito in modo decisivo alla vittoria. Dal punto di vista umano, Lombardi descrive un Trump molto diverso dall’immagine pubblica. Un uomo durissimo negli affari, cresciuto in una New York dove “o mangi o vieni mangiato”, ma al tempo stesso profondamente legato alla famiglia. Nei contesti privati, racconta, Trump si rilassa, scherza, si mostra affettuoso con figli e nipoti. La famiglia, per lui, viene prima di tutto, persino del denaro. Tra i pregi riconosciuti c’è una generosità silenziosa, mai ostentata, infatti, alcuni episodi di aiuti economici a dipendenti in difficoltà, il sostegno alle famiglie colpite da tragedie, sono gesti che emergono solo a distanza di tempo. Il difetto principale, invece, è l’assoluta incapacità di perdonare un tradimento. Chi lo delude, racconta Lombardi, è fuori per sempre. Non manca uno sguardo sulla politica internazionale e sui rapporti con leader come Volodymyr Zelensky e Giorgia Meloni. Lombardi sottolinea la sintonia profonda tra Trump e la presidente del Consiglio italiana, nata da esperienze comuni di scontro politico e di rischio personale. Due leader che, a suo dire, si riconoscono perché “hanno combattuto nella stessa trincea”. L’intervista tocca anche temi più ideologici come l’anticomunismo dichiarato di Lombardi, la critica al politicamente corretto e il rifiuto dell’idea di un ritorno del fascismo in Italia. Posizioni nette, espresse senza mediazioni, che riflettono una visione del mondo coerente e polarizzante. In chiusura, Lombardi regala un ultimo ritratto privato di Trump che non beve alcol, non fuma, ama la Coca-Cola Zero, apprezza la bellezza femminile, ma non è il donnaiolo spesso dipinto dai media. La sua vera ossessione resta il lavoro, la politica, la vittoria. Sette Vite offre così un racconto lungo, diretto e personale, che non assolve né condanna, ma prova a spiegare. E lo fa attraverso la voce di chi, per anni, ha condiviso con Donald Trump non solo strategie e campagne, ma anche ascensori, tavoli di casa e momenti di vita quotidiana.
