Tutto inizia con un concetto che sembrava ormai tabù, quasi un’eresia nel tempio del progressismo europeo: la sovranità.

È sorprendente come, per decenni, questa parola sia stata considerata impronunciabile nei salotti che contano, associata a fantasmi del passato e a chiusure medievali.

Abbiamo vissuto un’epoca in cui l’idea di nazioni sovrane è stata ridotta a un’eco lontana di egoismi nazionali da estirpare in nome di una globalizzazione senza volto.

Eppure, è proprio da questo punto che dobbiamo partire per comprendere lo smottamento in corso. Giorgia Meloni, nel bene o nel male, si erge in questo momento storico come l’unica leader coraggiosa, capace di alzarsi in piedi in mezzo a un coro di sì obbedienti e affermare con decisione: “Qui decidiamo noi”.

Una frase che suona come una liberazione, un ruggito di orgoglio nazionale in un’Europa sempre più succube di diktat e compromessi al ribasso.

Certo, si può discutere all’infinito sulle sue politiche, sui suoi metodi, sulle sue alleanze.

Ma negare che incarni una volontà di potenza, una determinazione a difendere gli interessi italiani, sarebbe intellettualmente disonesto.

In un panorama politico appiattito, dove la retorica europeista spesso nasconde la rinuncia alla sovranità, la Meloni rappresenta una rottura, un tentativo di riappropriarsi di un destino che sembrava già scritto da altri.

E questo, al di là delle singole posizioni, è un elemento di novità che merita di essere analizzato e compreso a fondo.

Attenzione: non stiamo parlando di uno slogan vuoto da campagna elettorale, né di una frase fatta per raccogliere qualche “like” sui social.

C’è qualcosa di più profondo in queste parole.

Federico Rampini, un osservatore acuto e imprevedibile, ci invita a guardare oltre la superficie, oltre la caricatura quotidiana dei media.

Egli ci propone una riflessione profonda: Meloni non fa riferimento a muri invisi eretti per crudeltà o per sadismo ai danni dell’umanità.

Sta invece parlando di strumenti, necessari e vitali, per difendere un’identità culturale che rischia di liquefarsi e per proteggere il nostro stato sociale, che altrimenti collasserebbe sotto il peso di dinamiche incontrollate.

Welfare e Sicurezza: La Questione Cruciale

Riflettiamoci un attimo.

Come è possibile garantire il welfare, la sanità pubblica e le pensioni se non si ha il controllo su chi entra e chi esce?

Come si può tutelare quella sicurezza che è il primo diritto dei cittadini, specialmente di quelli più vulnerabili, come coloro che vivono nelle periferie urbane senza la possibilità di ricorrere a guardie private?

Se lo Stato abdica al suo ruolo di controllore, il discorso si fa incandescente.

In questo contesto, la narrazione dominante va in corto circuito.

Rampini mette in discussione un concetto che sembrava intoccabile: l’idea che chiedere ordine, controllo e regole equivarrebbe automaticamente a una posizione reazionaria.

Durante anni ci hanno inculcato un’equazione pericolosa: desiderare di gestire l’immigrazione secondo criteri chiari significa essere fascisti.

Parlare di priorità nazionali implicava automaticamente razzismo; difendere il proprio interesse diventava un peccato mortale contro la religione dell’Europa Unita.

Ma la vera domanda è: è giusto demonizzare intere categorie di pensiero per proteggere una narrazione predominante?

È questo il terreno minato su cui si muove l’analisi di Rampini, ed è proprio qui che ha fatto saltare i nervi a molti.

Non si è limitato a difendere una posizione politica, ma ha svelato un meccanismo perverso dietro l’attacco costante a chi la pensa diversamente.

La Demonizzazione della Diversità di Opinione

Questa demonizzazione non ha nulla a che vedere con i valori, l’etica o la bontà d’animo

. Anzi, solleva interrogativi sul senso di libertà di espressione in una società che si dichiara democratica.

Viviamo in un contesto dove viene continuamente richiesto il rispetto per le opinioni altrui, tuttavia, quando un argomento cruciale come la sovranità viene tirato in ballo, sembra scattare un riflesso condizionato che impedisce qualsiasi forma di dialogo costruttivo.

La paura del dibattito e della divergenza di opinioni ha partorito un paradosso: all’interno di una società che si vanta di essere aperta e tollerante, esiste una crescente intolleranza verso chi osa dissentire.

Il pacato richiamo alla sovranità e al ruolo dello Stato diventa istantaneamente oggetto di attacchi sconsiderati, ridotto a un semplice slogan di estrema destra.

Ma è davvero così?

Qui entra in gioco il lavoro di Rampini, che con una lucidità disarmante ci invita a riflettere: l’argomento non riguarda la contrapposizione tra un “noi” e un “loro”, ma piuttosto invita a un’analisi più approfondita sulle risorse e le capacità necessarie per sostenere una comunità.

Identità e Stato Sociale: Un Legame Indissolubile

La questione della sovranità non può essere ridotta a un’opzione ideologica da abbandonare in nome del progresso collettivo. Infatti, il legame tra identità culturale e stato sociale è indissolubile.

Senza un forte senso di appartenenza e senza il controllo sugli ingressi e sulle dinamiche interne, il welfare rischia di diventare un miraggio e la coesione sociale si infrangerà, lasciando spazio a conflitti e divisioni.

La sovranità non è quindi un concetto antiquato, ma una necessità per garantire che le risorse pubbliche siano gestite in modo equo e responsabile.

Meloni, in questo contesto, si propone come un’interprete di questa esigenza profonda, rappresentando una voce fuori dal coro, capace di affrontare un tabù che molti preferirebbero ignorare.

L’invito al Dialogo

E voi, amici di Fuoricopione, cosa ne pensate?

Sentite anche voi che parole come ordine e confini sono state demonizzate ingiustamente o credete che siano concetti superati?

Scrivetelo subito nei commenti perché il dibattito parte proprio da qui, dalla vostra percezione della realtà.

La società ha bisogno di un confronto aperto e sincero, dove le posizioni siano messe a confronto senza la paura di essere etichettati.

Non possiamo permettere che il timore del giudizio altrui ci paralizzi.

Solo attraverso il dialogo e la sana contrapposizione di idee possiamo arrivare a una comprensione più profonda delle sfide che ci attendono.

La democrazia vive di confronto, e ogni voce merita di essere ascoltata, a prescindere dalle etichette apposte dai media o dall’élite intellettuale.

Un Futuro da Costruire Insieme

In conclusione, il tema della sovranità ci porta a riconsiderare molte verità acquisite.

La narrazione dominante non deve essere accettata passivamente; anzi, è fondamentale interrogarsi su ciò che significa veramente vivere in una società che si definisce inclusiva.

Dobbiamo avere il coraggio di esplorare territori spesso considerati minati, di mettere in discussione le convenzioni e di ricostruire un discorso pubblico fondato sull’apertura, ma anche sulla responsabilità.

Giorgia Meloni potrebbe non essere la risposta per tutti, ma la sua proposta ci costringe a riflettere su questioni centrali che riguardano il nostro futuro.

La sovranità non è solo una questione di controllo territoriale, ma un modo per rimanere fedeli ai nostri valori, alle nostre identità e alla coesione sociale.

Solo così potremo affrontare le sfide globali con consapevolezza e determinazione, costruendo un futuro migliore per tutti.

Di Admin

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