
Per decenni, Cuba ha sbandierato ai quattro venti le sue missioni mediche come il massimo esempio di altruismo internazionale. Un po’ come quel vicino di casa che ti presta lo zucchero con un sorriso smagliante mentre in realtà ti chiede un favore incredibilmente oneroso in cambio.
Ma adesso, la sceneggiata solidale sta vacillando: diversi Paesi dell’America Latina e dei Caraibi stanno lentamente ritirando il loro applauso, cancellando o riconsiderando i contratti con i dottori cubani.
E indovinate perché?
Sì, avete capito bene: un mix esplosivo di pressioni belligeranti dagli Stati Uniti e (udite udite) accuse di lavoro forzato, sfruttamento, e persino tratta di persone.
Chi sono i “fedeli” che stanno mollando il colpo?
Honduras, Giamaica, Guyana, Guatemala e Venezuela, giusto per fare nomi e cognomi. Mica poca roba. Il colpo è duro, non solo per le tante comunità popolate da poverelli bisognosi di cure – che da un giorno all’altro si vedono privati di medici – ma anche per l’economia cubana, che da questi programmi ricavava qualche miliardo di dollari all’anno (il governo USA stima 4 miliardi, Cuba dice “ma no, mica tanto!”). Insomma, soldi freschi in un’economia più secca del Sahara.
Miguel Díaz-Canel, presidente cubano, ha alzato la voce difendendo il “diritto” di Cuba a trasformare la solidarietà in una fonte di guadagno. Eh già, perché il blocco commerciale degli USA giustifica tutto, anche il business mascherato da cooperazione umanitaria.
Ma veniamo al lato meno patinato della storia. I medici cubani, inviati in missione, sono ormai percepiti come lavoratori in catene invisibili: stipendi miseri, controlli stringenti, limitazioni alla libertà personale e quella sgradevole impressione di essere pedine di uno scacchiere politico più grande di loro. La Commissione Interamericana dei Diritti Umani ha messo nero su bianco queste ombre, denunciando (con toni da giallo poliziesco) pratiche coercitive e altre gentilezze. Cuba, da parte sua, nega tutto, parla di “cooperazione solidale” e fa spallucce, ma i numeri delle cancellazioni parlano chiaro: la reputazione è in picchiata.
Prendiamo il caso emblematico di Honduras. Lì, il programma “Missione Miracolo” – che offriva interventi di cataratta gratis o quasi – è stato brutalmente chiuso. Risultato? I pazienti devono sborsare migliaia di dollari per le operazioni in cliniche private. Un signor Zelaya, per esempio, ha pagato più di 2000 dollari, un salasso per la maggioranza. Chapeau, solidarietà!
Insomma, la parabola delle missioni mediche cubane sembra la trama di una tragicommedia: da simbolo superiore di fratellanza a oggetto di controversie geopolitiche, con un fiume di dollari che scorre sotto la superficie oscurata dalle polemiche. Un copione che mette in scena un’esportazione di salute incatenata a giochi di potere, dove chi dovrebbe essere curato finisce per essere spettatore di una pièce piuttosto amara.
Le mitiche missioni mediche cubane, da sempre sventolate da L’Avana come il baluardo della solidarietà internazionale, stanno vivendo un piccolo inconveniente: l’America Latina e i Caraibi hanno deciso di rivedere o addirittura cancellare i contratti con questi “eroici” medici dalla magica isola caraibica. Un vero colpo al cuore del castrismo, visto che queste brigate rappresentano una delle più importanti fonti di entrate per il regime cubano. Che sfortuna!
Secondo CNN – fonte autorevole, perché tanto chi meglio di un network statunitense può dirci cosa succede nei nascondigli comunisti? – diversi paesi come Honduras, Jamaica, Guyana, Guatemala e persino la sempre amichevole Venezuela stanno rimettendo in discussione questi accordi. Il motivo? Sembra che le missioni siano costellate da accuse non proprio da poco: sfruttamento lavorativo, lavoro forzato e, udite udite, addirittura tratta di persone. Ma dai, chi l’avrebbe mai detto? Quel paradiso socialista degno di un cartone animato che si trasforma in campo di lavoro coatto.
Chiaramente dietro a questo cambiamento c’è la famosa “pressione degli Stati Uniti”, sempre pronta a mettere i bastoni tra le ruote a ogni iniziativa cubana degna di nota. Come se i poveri leader dell’isola fossero solo vittime innocenti di un grande complotto yankee! Nulla a che vedere con la realtà di medici costretti a lavorare lunghe ore per stipendi ridicoli, con gran parte dei guadagni confiscati dal governo. E non dimentichiamo le denunce di medici che cercano di fuggire in incognito, rischiando tutto pur di guadagnarsi un briciolo di libertà.
Ma torniamo alle missioni: erano così sweet, un esempio di altruismo internazionale! Cuba inviava i suoi dottori effettivamente a salvare vite in giro per il mondo, regalando competenze e cura dove nessuno altro voleva mettere piede. Una mano tesa solidale, insomma. Però chi oggi lo ricorda, ora che i contratti saltano come tessere di domino?
In definitiva, questa crisi regionale segna un punto di svolta per il regime cubano, costretto a fare i conti con la dura realtà: non basta più esportare infermieri e medici in cambio di dollari facili, quando la reputazione va a farsi benedire e i partner internazionali si stancano di far da spettatori a uno spettacolo di sfruttamento mascherato da idealismo. Chissà quale sarà la prossima trovata di L’Avana per mascherare la crisi. Nel frattempo, il sipario cala sulle missioni mediche più famose di Cuba, tra applausi ironici e qualche mal di pancia nelle cancellerie latinoamericane.
