
Ci hanno insegnato che Ernesto “Che” Guevara e Fidel Castro erano eroi, simboli della lotta contro l’imperialismo e campioni dei diritti umani.
Le aule scolastiche ci raccontano storie di coraggio, giustizia e umanità, dipingendo un quadro di due uomini che avrebbero cambiato il mondo con la loro visione idealistica.
Ma, come nella maggior parte delle favole, la verità è ben diversa e meno edulcorata; anzi, direi che è una storia che farebbe inorridire anche i più inclini all’ottimismo.
Durante gli anni ’60, sotto la “saggia” guida di Che e Fidel, Cuba ha visto la nascita dei campi di lavoro noti come UMAP.
Sì, avete capito bene: UMAP non è un acronimo di qualche organizzazione benefica, ma piuttosto un luogo di detenzione per omosessuali, religiosi, obiettori di coscienza e chiunque avesse il torto di essere “diverso” da ciò che il regime considerava accettabile.
Questi campi non erano esattamente resort all-inclusive.
No, erano luoghi terribili dove le persone venivano rinchiuse, torturate e costrette a lavorare in condizioni disumane.
Se pensate che la vita fosse dura per i prigionieri, tenete a mente che molti di loro sono morti o si sono suicidati, soffocando la propria esistenza in un silenzio di cui il regime si fregiava.
Eppure, mentre questo avveniva, il Che scivolava nel suo ideale di un mondo giusto, mentre in realtà alimentava un sistema basato sulla paura e sulla violenza.
Non c’è niente di eroico nell’odiare l’omosessualità e nell’essere complice di una repressione sistematica.
Fidel non solo sosteneva, ma supervisionava queste pratiche, vestendosi da leader carismatico ma con il cuore e la mente di un oppressore.
La “rivoluzione”, che prometteva libertà, ha finito per usare la violenza come strumento di controllo, inchiodando alla croce della sofferenza chiunque osasse dissentire.
Paradossalmente, i bambini cubani continuano a crescere cantando “Saremo come il Che”.
Frostiano, vero?
Un bel modo per celebrare l’eroe che ha distrutto tante vite in nome di ideali che mai avrebbero realmente tutelato la libertà del popolo cubano.
È comico pensare che i giovani, ignari della verità, possano aspirare a emulare una figura che rappresenta un passato oscuro, una vita di lotte e di sangue più che di libertà e di speranza.
Qualcuno potrebbe azzardare che oggi, lo stesso Stato che imprigionava chi era “diverso”, faccia quasi un’apertura verso il movimento LGBT, ma solo in maniera simbolica e per mero interesse economico.

Pochi sanno che il CENESEX, l’ente presieduto da Mariela Castro, riceve circa 30 milioni di dollari l’anno da organizzazioni non governative, un gesto di “buona volontà” che sa tanto di opportunismo quanto di vera apertura.
Insomma, non è che tutto sia rose e fiori: i diritti civili vengono venduti a peso d’oro e l’umanità viene lasciata sullo sfondo.
Ma vogliamo davvero dimenticare questa storia?
Chi dimentica la storia è condannato a ripeterla, e a vedere i propri figli cantare canzoni spensierate su eroi che non sono affatto tali.
Non tutto ciò che luccica è oro, e dietro la facciata del coraggio e della giustizia si nasconde un lato oscuro.
La male chiamata Rivoluzione non sostiene cause disinteressatamente; al contrario, si nutre di miseria e di oppressione.
Non c’è spazio per l’umanità nel fondo della retorica rivoluzionaria, che sbandiera valori di uguaglianza mentre calpesta i diritti dei più vulnerabili.
In un contesto così distorto, ci ritroviamo a riflettere su cosa significhi realmente eroismo.
Eroismo non è torturare e reprimere; eroismo è difendere i diritti di tutti, senza eccezione.
E se la storia ci ha insegnato qualcosa è che non dobbiamo idolatrare i falsi idoli.
È facile cadere nella trappola del mito; è molto più difficile affrontare la realtà, che spesso è scomoda, complessa, e carica di dolore.
Non cadiamo nell’errore di celebrare chi ha messo in atto atrocità nel nome di una causa che, malgrado le apparenze, non salverà mai nessuno.
Allora, mentre i nostri bambini gridano “Saremo come il Che”, speriamo che un giorno possano capire la verità, possano crescere liberi e consapevoli.
Che possano trovare il coraggio di combattere non per un’ideologia infangata, ma per una società veramente giusta, che accolga e abbracci la diversità.
Solo così potremo finalmente dire che il sacrificio di chi ha subito le conseguenze del regime non sarà stato vano, e che si potrà costruire un futuro di libertà e dignità, lontano dall’ombra di uomini che, purtroppo, non meritano di essere definiti eroi.
