In un angolo riservato eppure ostentato, il salotto buono del comunismo si svela come un luogo dove tutto è spettacolare ma fittizio, dove i “cartonati fissi” di una certa élite politica si ergono come simboli di un’ideologia che ha perso gran parte della sua incisività. Sostenuti dalle loro tesserine del Partito Democratico, utilizzate come spessori per le conversazioni imbarazzanti e inconcludenti, questi personaggi sembrano inorridire davanti al “sans bidet” francese, idolatrando invece un’azione che, a loro dire, avrebbe fulgidamente alzato la voce contro Trump.
Sì, perché per questi intellettuali da salotto, la critica al magnate statunitense rappresenta una sorta di diritto di passaggio, un modo per sentirsi superiori, come moderni crociati che finalmente difendono il “diritto internazionale”. I toni trionfali, l’eloquenza appassionata, il feticismo di gruppo: tutto si amalgama in un’atmosfera di autocelebrazione collettiva. E mentre nei loro discorsi si fa riferimento alla necessità di proteggere i diritti umani, pochi ricordano che le atrocità non sono selettive; scivolano via come sabbia tra le dita quando si è di fronte a una narrazione conveniente.
Micah, quel personaggio emblema del conformismo intellettuale, si erge come la Meloni succube delle mode e dei trend, incapace di sfuggire all’abbraccio avvolgente di chi la circonda, pur di rimanere al centro dell’attenzione. La sua adesione a una cultura che sembra rifugiarsi nel cinismo e nella critica sterile è sintomatica di un approccio al mondo ben lontano dall’empatia e dalla proattività. Le sue affermazioni si ritrovano a ballare su un palcoscenico di parole, senza mai toccare il suolo della realtà, così come gli altri compagni di salotto, tutti con lo sguardo fisso su un futuro che forse non arriverà mai.
Ma la vera ironia è che questi “cavalieri” del diritto internazionale, con le borse firmate Louis Cialtròn e le pettinature che farebbero impallidire anche il peggiore dei personaggi di Lego, dimenticano in fretta ciò che significa veramente battersi per i diritti umani e la giustizia globale. La loro attenzione si rivolge solo a ciò che avviene in casa d’altri – e le vicende di Trump diventano così un argomento da bar, perfetto per le chiacchiere tra un sorso di champagne e l’altro.
E mentre si abbandonano a tale feticismo, la storia offre spunti che non possono essere ignorati. Ricordiamo la Francia, membro illustre di questo club di benevolenza a senso unico, che decise di bombardare la Libia. Non vi fu alcun avallo dell’ONU; nulla di nulla. Ma a ciò nessuno fece caso! Quelle bombe, sganciate con nonchalance dal nano Sarkozotolo, cadevano su Tripoli e Bengasi come se stessero portando la libertà. E che libertà! Così i disagiati comunisti, che si vestono da ruscelli di tinta unita e predicano dal loro altare laico, ebbero il coraggio di schernire le azioni altrui, mentre ben poco dicevano sulle conseguenze delle loro adorate operazioni militari.
“Non, Je ne regrette rien,” cantava Édith Piaf, ma chi può affermare che queste parole non siano una parodia della loro coscienza? Le bombe esplodevano e i diritti umani giacevano in macerie, mentre il salotto continuava a brindare con champagne, rendendo omaggio a politiche estere discutibili nel nome di una morale a dir poco selettiva.
Tornando a noi, come si può accettare che tali figure, ormai estranee alla vita reale, pretendano di insegnarci cosa sia giusto e cosa sia sbagliato? Si trovano a distillare giudizi sull’operato di altri, mentre si girano dall’altra parte quando si tratta di guardare alle proprie azioni. Lo scherno verso Trump è diventato una sorta di rituale catartico, uno sfogo per liberarsi della responsabilità, ma la verità è ben diversa.
Riuscire a vedere il contraddittorio nelle loro posizioni è un’impresa ardua, eppure necessaria. Mentre si muovono con sicurezza nel loro regno di illusioni, dovrebbero farsi qualche domanda: cosa stanno realmente difendendo? Qual è il fine ultimo delle loro battaglie? Se esaminiamo i conflitti, le guerre e le ingiustizie nel mondo con occhio critico, non possiamo non notare le disparità, eppure continuano a vivere in un sogno da cui sembrano impossibilitati a risvegliarsi.
Il vero progetto dovrebbe essere quello di affrontare le problematiche globali con coerenza e autenticità, non limitandosi a sputare sentenze da un divano ben imbottito. Forse, un giorno, i cartonati fissi impareranno che l’impegno reale va oltre le parole e le polemiche superficiali, e che ogni azione ha conseguenze che meritano una riflessione profonda.
Ma finché ci ritroveremo a sorseggiare champagne nel salotto buono del comunismo, molto resterà da fare per costruire un dialogo sincero che possa davvero ispirare il cambiamento. Fino ad allora, continueremo a osservare e a riflettere, sperando che la narrazione di oggi venga scritta in modo più equo e giusto, lontano dall’ossessione per i feticci e le storie infondate, e vicino a una realtà che parla a tutti, invitando ognuno a partecipare, senza esclusioni né privilegi.
