
Ieri è circolata una notizia che, come molte altre scomode, ha attraversato le pagine dei giornali quasi inosservata, un trafiletto letto di fretta e già dimenticato.
Aleksandr Lukashenko, il dittatore bielorusso noto per la sua ferrea alleanza con Vladimir Putin, ha contattato Emmanuel Macron chiedendo che fosse lui, non Giorgia Meloni, a fare da mediatore tra Russia e Unione Europea.
Il motivo?
Esplicitamente dichiarato, senza alcuna perifrasi né mascheramenti: «Meloni è una donnaᄏ.
Un’affermazione semplice e brutale, che racchiude in sé un intero mondo di sessismo e discriminazione. Per Lukashenko, una donna non è all’altezza.
Una donna deve lasciare lo spazio agli uomini nelle stanze dove si decide il futuro di milioni di persone. Pronunciato apertamente, senza vergogna, da un capo di Stato che è a tutti gli effetti un vassallo della Russia putiniana, questo commento rappresenta uno schiaffo politico e culturale di enorme portata.
Giorgia Meloni non è solo una donna al governo; è la prima donna presidente del Consiglio nella storia italiana, una rottura reale e concreta rispetto a un passato dominato dalla presenza maschile nei vertici della politica europea.

La sua elezione ha rappresentato una pietra miliare, un segnale di cambiamento e di avanzamento verso una maggiore inclusività e parità di genere. Eppure, ecco che un dittatore la esclude esplicitamente dal ruolo di mediatrice cruciale proprio perché donna.
È un messaggio terribile, che parla di un potere ancora profondamente patriarcale e chiuso, disposto a negare diritti e ruoli alle donne quando queste osano salire su un palcoscenico internazionale.
Ci si aspetterebbe una reazione vibrante, decisa, unanime delle femministe, delle associazioni per i diritti delle donne, della sinistra italiana che da anni riempie le piazze a sostegno della parità e contro la violenza di genere, soprattutto nelle ricorrenze come il 25 novembre. Invece, tranne qualche timido accenno, regna il silenzio.
Nessuna dichiarazione ufficiale, nessun post social, nessuna parola di solidarietà a Meloni né di condanna feroce contro Lukashenko.
Questo silenzio pesa come un macigno.
La spiegazione sta nella complessità degli schieramenti politici e nell’incapacità di riconoscere il sessismo quando colpisce le “sbagliate” persone.
Per una parte della sinistra italiana — quella che interpreta l’invasione russa dell’Ucraina come una forma di resistenza antimperialista americana — Putin non è un nemico.
È un punto di riferimento politico e ideologico.
E se Putin, attraverso il suo burattino Lukashenko, umilia una donna proprio per essere donna, questa sinistra rimane muta.
Perché la donna offesa è Giorgia Meloni, considerata avversaria politica, e quindi meritevole di silenzio e insofferenza, non di solidarietà.
Il precedente più chiaro e doloroso risale al marzo 2021, durante la visita ufficiale a Mosca di Ursula von der Leyen e Josep Borrell.
Putin fece accomodare seduto Borrell, mentre lasciò la presidente della Commissione europea in piedi, un gesto deliberato e documentato, emblematico nella sua crudeltà simbolica.
Anche allora, la sinistra italiana non trovò la forza di levare una voce significativa: nessuna solidarietà, nessuna indignazione, semplicemente silenzio complice.
Von der Leyen non era “dalla parte giusta”, dunque il sessismo che subiva non contava.
Questo meccanismo, purtroppo, è sempre lo stesso: il sessismo viene percepito come un problema concreto solo quando colpisce donne che fanno comodo, donne “amiche” o che incarnano ideologie congeniali.
Quando è Meloni a essere vittima, si fa finta di niente.
Le parole “Sorella, io ti credo” vengono pronunciate a corrente alternata, come una bandiera agitata a seconda della convenienza politica. Sorella palestinese sì, sorella israeliana no; sorella di sinistra sì, di destra no.
In questo contesto così confuso e ipocrita, l’Unione Europea avrebbe nelle sue mani uno strumento potente e significativo: insistere affinché sia proprio Giorgia Meloni — colei che Lukashenko ha escluso apertamente per il suo genere — a ricoprire il ruolo di mediatrice tra Russia e UE.
Non per ragioni politiche strettamente legate al suo partito o alla sua visione, ma come segnale chiaro e deciso contro ogni forma di discriminazione di genere e patriarcato.
Sarebbe una risposta inequivocabile: «Non accettiamo che una donna venga scartata, umiliata o esclusa perché donnaᄏ.
Forse l’Unione Europea non avrà il coraggio o la volontà di attuare una simile presa di posizione.
Ma il gesto, anche solo ipotetico, costituirebbe un faro nella nebbia di ipocrisia e cinismo che avvolge troppe istituzioni e movimenti.
L’episodio di ieri non è solo un insulto a una donna; è una cartina al tornasole che rivela chi oggi incarna davvero il patriarcato: non quel malinteso “sessismo da strada” che spesso monopolizza il dibattito pubblico, ma quei poteri concreti e globali che escludono, discriminano e annullano le donne nelle stanze in cui si esercita il potere vero.
E soprattutto, ci mostra chi sceglie di non vedere questa verità per comodità politica, chi preferisce il silenzio anziché l’impegno coerente e trasversale, chi mantiene vecchie logiche di esclusione maschile mascherate da lotta politica.
La battaglia per la parità di genere non può essere selettiva, non può piegarsi agli interessi e ai calcoli politici del momento.
Deve essere forte, unita e universale, capace di difendere tutte le donne, indipendentemente dalla loro fede politica, dal loro paese o dalla loro origine.
Solo così potremo davvero costruire un’Europa e un mondo in cui nessuna donna debba più sentirsi esclusa, umiliata o indegna.
Questo è il momento di rompere il silenzio sul sessismo istituzionale e sulle discriminazioni di genere nel cuore della politica internazionale.
Di alzare la voce contro quegli insulti che oggi sembrano rumore di fondo, ma che in realtà sono urla nette di un sistema ancora troppo ancorato a vecchi pregiudizi e ingiustizie.
Giorgia Meloni è stata esclusa perché donna: non lasciamo che questa esclusione diventi normalità né che resti impunita.
