
Gli scontri in Val di Susa e la narrativa della sinistra sulla violenza: un’analisi critica
Da quando gli episodi di violenza sono esplosi nuovamente in Val di Susa, si è assistito a uno spettacolo quasi rituale da parte di alcune figure della sinistra italiana, in particolare Elly Schlein, che si affannano a condannare la violenza «sempre e comunque», cercando al contempo di dissociarsi dalle azioni No Tav.
Tuttavia, questa presa di posizione appare spesso più un gesto di facciata che un’analisi lucida e autorevole che tenga conto delle responsabilità politiche e dell’impatto concreto di tali eventi sull’opinione pubblica e sul consenso elettorale. L’esempio più emblematico, al contrario, è rappresentato dall’amministrazione Lepore a Bologna.
Qui l’incapacità gestionale del sindaco ha giocato un ruolo determinante nel peggiorare la situazione: in una sola settimana abbiamo visto immagini di violenze ripetute, con danni materiali e simbolici non trascurabili che hanno intaccato la credibilità della sinistra moderata. La sua decisione di «cavalcare la tigre» – ovvero di sottovalutare la gravità dei disordini e puntare su una strategia ambigua – si è rivelata fallimentare, con il blocco nero che ha messo a ferro e fuoco vaste aree della città, mentre la risposta istituzionale è apparsa debole e contraddittoria.
È però ingiusto e metodologicamente errato accostare la situazione bolognese con quella della Val di Susa, come spesso tenta di fare la stessa Schlein.
Da un lato, infatti, il Partito Democratico a livello locale e nazionale ha scarso o nullo controllo sui gruppi No Tav, che storicamente operano in margine a qualsiasi struttura partitica tradizionale.
Come sottolineato dalla stessa leader di sinistra, sono proprio esponenti come lei i bersagli privilegiati del cosiddetto «blocco nero», fatto che rende ancor più improprio attribuire al PD una qualche forma di responsabilità diretta sugli scontri alpini. Dall’altro lato, la strumentalizzazione politica dei fatti – in qualunque realtà territoriale essi accadano – evidenzia una crisi profonda della classe dirigente di centrosinistra. Più che condannare la violenza in termini assoluti, sarebbe stato opportuno ripensare le strategie comunicative e di gestione del conflitto, evitando così sia gli eccessi repressivi che le giustificazioni implicite che finiscono per legittimare comportamenti aggressivi da tutte le parti.
Invece, in molti casi, la sinistra ha preferito mantenere una posizione ambivalente, che ha finito per confondere gli elettori e alimentare la narrazione opposta della destra.
Il caso di Bologna rappresenta una sorta di paradigma negativo: mentre Lepore perdeva il controllo della situazione, schierandosi in modo contraddittorio tra tolleranza e repressione, le destre hanno saputo cogliere l’occasione per cavalcare il malcontento, stigmatizzando la sinistra come incapace e responsabile di una deriva anarchica e violenta. Schlein, che oggi si lamenta di questa «strumentalizzazione sporca», dimentica forse che molte delle parole d’ordine usate dalla destra in campagna elettorale sono in realtà un riflesso degli errori compiuti da chi governa le città e da chi ha scelto di adottare un approccio troppo debole o poco incisivo nei confronti degli agitatori.
Non va nemmeno sottovalutato il fatto che, da mesi, la sinistra utilizza temi caldi come il «palestinismo» per conquistare consensi tra i giovani, un terreno che spesso viene politicizzato fino a diventare uno strumento di mobilitazione giovanile e identitaria.
Questa scelta, pur comprensibile sotto il profilo strategico, rischia di trasformarsi in un boomerang se non accompagnata da una visione chiara e da una linea coerente nella gestione dei conflitti sociali. La conseguenza è che oggi, davanti agli eventi di Bologna e della Val di Susa, si assiste a un cortocircuito comunicativo: da una parte la sinistra dice di condannare ogni forma di violenza, ma dall’altra si trova impigliata nelle proprie contraddizioni e nell’incapacità di gestire le situazioni critiche senza perdere consenso e credibilità. Infine, appare quasi grottesco vedere Elly Schlein recarsi in televisione a lamentarsi delle «brutte e cattive destre» che avrebbero strumentalizzato le vicende di queste settimane, senza riconoscere fino in fondo le responsabilità interne alla propria area politica.
Lungi dal voler difendere posizioni ideologiche, occorre osservare con rigore che la scarsa lucidità e la mancanza di decisione della sinistra contribuiscono a alimentare un clima di sfiducia e di polarizzazione sempre più acuto. Le strette di mano tardive e le parole di circostanza non bastano più: serve una profonda riflessione, un cambio di passo e una strategia politica che sappia tenere insieme la fermezza nel contrasto a ogni forma di violenza con l’ascolto attento delle istanze sociali e ambientali che muovono fenomeni come quello No Tav.
In conclusione, pur condannando fermamente ogni manifestazione di violenza, è indispensabile evitare facili similitudini e giustificazioni strumentali che confondono il dibattito pubblico. La sinistra deve assumersi le proprie responsabilità, riconoscere i propri errori e abbandonare retoriche vuote per costruire un progetto politico credibile e efficace, capace di fare da argine sia alle derive estremiste di destra sia alle spinte violente che emergono ai margini del conflitto sociale italiano.
Solo così potrà riguadagnare il rispetto e la fiducia di un elettorato sempre più smarrito e disilluso.
