
Mentre gli europei si scannano allegramente tra loro, armati fino ai denti di principi ideologici importati, riciclati e spesso incomprensibili – pensate un po’, il famoso “woke”, che sembra più una moda da influencer che una reale filosofia politica – migliaia di marocchini scelgono di “sfondare” quel confine che, tanto per cambiare, è proprio il ventre
molle d’Europa: la Spagna.

Perché sì, in questo nostro villaggio globale i confini esistono eccome, ma apparentemente solo quando conviene litigarci sopra; altrimenti sono linee immaginarie da ignorare con stile cosmopolita.
È tutto un gigantesco gran ballo del suicidio, colorato, divertente (nel senso amaro del termine), eclettico, multiculturale – una festa senza fine a cui sembrano non voler rinunciare. In altre parole, è il nostro suicidio.
Sì, proprio quello, confezionato con cura da decenni di scelte più o meno consapevoli, da un progressismo confuso che si perde in dilemmi esistenziali mentre le porte si spalancano senza regole. Però, state attenti, eh: guai a menzionare il famigerato fasc… o!
Quello sì che è il vero pericolo, molto più della crisi alle porte e dell’aumento degli arrivi improvvisi. “Vamos amig*!” gridano gli eroi delle vecchie geografie politiche, come se bastasse un hashtag o una bandiera multicolore a risolvere tutto.
Ma la verità è che nemmeno l’emergenza più spaventosa o il dolore più acuto riescono a illuminare l’Europa: dopo i fatti di Spagna, infatti, tornerà a imbruttirsi contro se stessa – un loop infinito di accuse, divisioni e rancori che sembrano scritti a tavolino da un pessimo drammaturgo.
Ma c’è un dettaglio che forse sfugge, quello che tento di spiegare da anni, fra libri e articoli scritti dal 2017: la battaglia principale, il vero campo di guerra di questo presente delirante, non è geopolitica, non è nemmeno economica.
È la lotta contro l’auto-annullamento degli uomini. Prima ancora di parlare di frontiere, migranti o ideologie, dovremmo chiederci: chi siamo diventati?
Cosa stiamo davvero facendo a noi stessi?
Forse, allora, il problema non è tanto “chi entra” o “chi resta fuori”, ma chi rinuncia a difendere la propria identità, la propria storia, la propria capacità di giudizio.
In fondo, che senso ha aprire le porte se dentro non è rimasto nessuno?
Che valore hanno i confini, se alla fine il vero nemico siamo noi?
Ridere per non piangere, dunque. O magari piangere sotto qualche meme ironico mentre la barca affonda lentamente, tra le note stonate di un coro che canta la sua stessa condanna.
Questa, miei cari, è l’Europa di oggi: un grande circo che si diverte a distruggersi, con applausi, tweet e molta ipocrisia.
E noi nel bel mezzo, spettatori e protagonisti di uno spettacolo tragicomico senza precedenti.
