
Guardo serenamente il telegiornale locale della Toscana, come si fa quando si desidera trascorrere qualche minuto senza essere travolti dalle grandi tragedie del mondo, e apprendo che sarà dedicata una piazzetta davanti alla Fortezza da Basso a Oriana Fallaci.
Una piazzetta, per carità.
Non esageriamo: la scrittrice fiorentina non deve certo montarsi la testa, neppure da morta.
La cerimonia viene presentata con il consueto apparato istituzionale: immagini della sindaca, dichiarazioni solenni, formule sulla memoria, sulla cultura, sul patrimonio della città.
Tutto molto composto, molto ufficiale, molto adatto a una celebrazione in cui ciascuno può dire di onorare qualcuno senza necessariamente ricordarsi che cosa quel qualcuno abbia davvero scritto.
E allora mi pongo una domanda, forse ingenua, sicuramente scomoda: quali posizioni poteva avere, sulla scrittrice fiorentina, una sindaca cresciuta nel Partito Democratico?
La domanda non è oziosa.
Oriana Fallaci non era una figura facilmente addomesticabile.
Non era una scrittrice da citare nei comunicati stampa e da dimenticare subito dopo.
Non era una personalità da sistemare nella teca dei “grandi toscani” insieme a qualche fotografia in bianco e nero e a una frase scelta con cura dall’ufficio comunicazione.
Fallaci aveva idee precise.
E, soprattutto, aveva il vizio imperdonabile di esprimerle senza chiedere il permesso.
Per anni fu attaccata, insultata, isolata.
Fu definita islamofoba, razzista, intollerante, reazionaria. Non perché avesse scoperto improvvisamente il piacere della provocazione, ma perché aveva deciso di dire ciò che molti pensavano e che molti altri preferivano non sentire.
In un’epoca in cui l’Occidente si specializzava nella pratica dell’autocritica preventiva, Fallaci aveva l’ardire di osservare che anche altri sistemi culturali potevano essere criticati.
Un’idea rivoluzionaria, evidentemente.
La sua colpa più grave fu quella di aver denunciato il fondamentalismo islamista prima che diventasse elegante farlo. Oggi, dopo attentati, guerre, minacce e manifestazioni nelle quali talvolta l’odio viene presentato come diritto di parola, alcuni amano ricordare che “il problema esiste”.
All’epoca, invece, il problema principale sembrava essere Fallaci.
Non il fanatismo.
Non la violenza.
Non la subordinazione delle donne.
Non l’antisemitismo. Non la pressione esercitata sulle società occidentali.
Il problema era il tono della scrittrice.
Fallaci, insomma, avrebbe dovuto esprimersi con maggiore delicatezza.
Magari utilizzando il linguaggio inclusivo di un documento europeo, inserendo qualche cautela metodologica e concludendo con un auspicio di dialogo interculturale.
Avrebbe potuto dire che il fondamentalismo è certamente preoccupante, ma che occorre evitare generalizzazioni, promuovere la comprensione reciproca e organizzare un tavolo permanente.
Invece scriveva.
E scriveva in modo chiaro. Naturalmente, una donna così non poteva essere celebrata quando era viva.
Da viva avrebbe potuto rispondere.
Avrebbe potuto contestare. Avrebbe potuto chiedere perché coloro che la definivano mostruosa ora si accingessero a deporre fiori in suo onore.
Avrebbe potuto far notare la contraddizione.
E la contraddizione, come noto, è una creatura molto sensibile: sopporta male la luce del giorno. Da morta, invece, Fallaci è diventata improvvisamente gestibile.
È possibile dedicarle una piazzetta, pronunciare parole rispettose, ricordare il suo talento, il suo coraggio, il suo legame con Firenze.
Si può persino riconoscere che fu “una voce libera”, purché non si specifichi troppo bene da che cosa fosse libera e contro chi avesse scelto di parlare.
Poi, mentre scorrono le immagini della cerimonia, ecco il palazzo della Regione.
Sul balcone sventolano le bandiere italiana, europea e toscana.
E, accanto a esse, compare la bandiera palestinese.
Una scena perfetta.
Quasi studiata da uno sceneggiatore satirico.
Da una parte Oriana Fallaci, celebrata come simbolo del coraggio intellettuale e della libertà di espressione.
Dall’altra la bandiera di una causa politica che, nella sua versione più militante, viene spesso accompagnata da slogan, simboli e posizioni incompatibili proprio con quei principi che si dichiara di voler difendere.
Immagino che cosa avrebbe pensato Fallaci vedendo quella scena.
Non posso sapere con certezza quale frase avrebbe pronunciato, ma ho il sospetto che non sarebbe stata particolarmente diplomatica. Probabilmente non avrebbe apprezzato la scenografia.
Forse avrebbe osservato che la memoria istituzionale è una cosa meravigliosa: consente di celebrare una persona mentre si continuano a sostenere, nello stesso momento, idee e schieramenti che quella persona avrebbe giudicato con assoluto disprezzo.
Naturalmente, qualcuno obietterà che non bisogna confondere il popolo palestinese con il fondamentalismo islamista, né la bandiera palestinese con ogni crimine commesso da Hamas o da altri gruppi terroristici.
È un’obiezione corretta, ma non risolve il problema politico e culturale.
Una bandiera non è mai soltanto un pezzo di stoffa.
È un simbolo, e i simboli vengono utilizzati per rappresentare cause, identità, rivendicazioni e narrazioni storiche.
Il punto non è impedire a qualcuno di esporla.
Il punto è chiedersi che cosa significhi esporla proprio lì, proprio in quel contesto, proprio durante un servizio dedicato a Fallaci.
Perché la Fallaci degli ultimi anni aveva dedicato le sue energie a mettere in guardia dall’islamismo, dall’espansione del fondamentalismo, dall’ipocrisia di chi vedeva tutto ma si rifiutava di nominare qualunque cosa.
Aveva intuito che una parte dell’Occidente avrebbe finito per confondere la tolleranza con la resa, l’accoglienza con l’assenza di regole, la solidarietà con l’adesione automatica a qualunque narrazione provenisse da una determinata area geopolitica.
E qui arriviamo all’elemento più curioso: la sinistra che per anni l’ha attaccata oggi la celebra.
È il miracolo della memoria istituzionale: una volta che l’autore è morto, si può separare l’opera dal pensiero, il pensiero dal contesto, il contesto dalle conseguenze e, alla fine, si può celebrare tutto senza riconoscere nulla.
Fallaci diventa allora “la grande giornalista”, ma non necessariamente la giornalista che aveva denunciato il fondamentalismo.
Diventa “la scrittrice fiorentina”, ma senza le sue invettive contro l’ipocrisia occidentale.
Diventa “la donna coraggiosa”, purché il suo coraggio venga confinato in un passato innocuo, trasformato in arredamento civico.
È la stessa tecnica utilizzata con molti personaggi scomodi: prima vengono demoliti, poi depurati, infine riutilizzati.
Il sistema politico non ama davvero i ribelli; ama i ribelli dopo averli resi inoffensivi.
Una volta che non possono più correggere le citazioni, contestare le interpretazioni o mandare a quel paese gli ammiratori tardivi, diventano eccellenti testimonial della libertà.
La piazzetta, in questo senso, è perfetta. Piccola, discreta, quasi timida. Non un grande viale, non una strada centrale, non uno spazio capace di imporsi nella geografia cittadina.
Una piazzetta: abbastanza per dire che la si è ricordata, non abbastanza per sembrare che la si sia presa sul serio.
Anche la dimensione fisica del riconoscimento sembra raccontare qualcosa.
Fallaci è accolta, ma in formato ridotto.
Celebrata, ma senza creare troppo ingombro.
Le si concede uno spazio, purché non diventi troppo visibile.
Del resto, una grande intitolazione potrebbe obbligare qualcuno a domandarsi perché proprio lei, e soprattutto perché proprio quelle idee.
Una piazzetta risolve tutto: si onora la memoria senza doverne affrontare il contenuto.
Nel frattempo, il palestinismo è diventato un elemento centrale della vita politica e culturale di molte amministrazioni locali.
Non una semplice attenzione umanitaria, ma un vero linguaggio identitario.
Chi espone quella bandiera non si limita necessariamente a esprimere dolore per le vittime civili o a chiedere la fine delle ostilità.
Spesso aderisce a un sistema di parole, slogan e semplificazioni nel quale Israele è rappresentato come l’unico colpevole, il terrorismo viene trasformato in “responsabile di un genocidio “
