Ascoltando i dettagli del programma di Futuro Nazionale che stanno emergendo, mi sembra che si possano individuare alcuni elementi di fondo. Il primo riguarda il modo in cui Roberto Vannacci ha costruito la propria presenza pubblica.

Sin dalla pubblicazione del suo libro, il generale sembra aver compreso perfettamente una regola essenziale della politica contemporanea: nell’epoca dei social, non è necessariamente importante dire qualcosa di originale, coerente o persino realmente sentito.

È più importante dire qualcosa che provochi una reazione, che susciti indignazione, che divida e che costringa gli altri a parlarne.

Non c’è ammirazione in questa osservazione.

C’è, piuttosto, la constatazione di una strategia comunicativa estremamente efficace e, proprio per questo, preoccupante.

Vannacci ha capito che l’indignazione è uno dei carburanti più potenti dell’economia digitale. Una frase provocatoria genera reazioni; le reazioni producono condivisioni; le condivisioni aumentano la visibilità; la visibilità consolida il personaggio.

È un ciclo quasi perfetto, nel quale anche le critiche più dure finiscono spesso per trasformarsi in pubblicità.

Il punto è che, in questo meccanismo, il contenuto passa in secondo piano.

Ciò che conta è l’effetto.

Non importa tanto se una posizione sia sostenibile, realistica o compatibile con una visione complessiva dello Stato e dell’Europa. Conta che venga percepita come una sfida, una rottura, un gesto di disobbedienza nei confronti del sistema.

Vannacci non deve necessariamente convincere tutti.

Gli basta mobilitare il proprio pubblico e costringere gli avversari a reagire secondo i suoi tempi e i suoi temi.

È una strategia che, finora, ha funzionato magistralmente.

Il generale riesce a collocarsi al centro del dibattito anche quando le sue proposte sono ancora vaghe, contraddittorie o difficili da tradurre in un programma di governo.

Ogni polemica diventa una conferma della sua utilità politica: per i sostenitori, dimostra che “fa paura al sistema”; per gli avversari, diventa un nuovo motivo di allarme. In entrambi i casi, il suo nome circola.

Questa dinamica dovrebbe indurre a una maggiore prudenza.

La politica non può ridursi a una gara per ottenere il maggior numero di reazioni sui social.

Un movimento politico dovrebbe spiegare come intende amministrare il Paese, quali riforme propone, quali risorse vuole utilizzare, quali alleanze internazionali intende mantenere e quali conseguenze avranno le sue scelte.

Il consenso costruito sul rumore può essere rapido, ma non necessariamente solido.

E tuttavia, quando il rumore riesce a penetrare nelle istituzioni, le conseguenze diventano molto concrete.

Il secondo elemento riguarda il rapporto tra Futuro Nazionale e Giorgia Meloni.

Il programma che sta emergendo sembra concepito non soltanto per definire un’identità politica autonoma, ma anche per mettere in difficoltà la presidente del Consiglio.

Oggi, infatti, un’alleanza organica tra Fratelli d’Italia e il movimento di Vannacci appare politicamente molto difficile da immaginare.

Accettare una collaborazione con il generale, o anche soltanto prendere seriamente in considerazione il suo progetto, rischierebbe di creare un problema enorme a Meloni.

In questi anni il governo ha cercato di consolidare la propria credibilità presso un elettorato più ampio di quello tradizionalmente appartenente alla destra.

Una parte degli elettori liberali, moderati e centristi ha iniziato a orbitare attorno a Fratelli d’Italia anche perché ha visto nella premier una figura capace di garantire continuità istituzionale, affidabilità internazionale e una certa prudenza sui dossier più delicati.

Un’alleanza con Vannacci potrebbe mettere in discussione proprio questo percorso.

Potrebbe allontanare quell’elettorato moderato che ha sostenuto Meloni senza necessariamente condividere ogni tratto della cultura politica della destra.

Il problema sarebbe ancora più evidente nei confronti di Forza Italia, di Noi Moderati e di quell’area centrista che ha fatto della moderazione, dell’europeismo e della fedeltà atlantica alcuni dei propri principali riferimenti.

Naturalmente, non basta proclamarsi moderati per esserlo davvero, così come non basta definirsi atlantisti per avere una politica estera coerente. Ma la percezione politica conta.

E la percezione di un accordo con una forza fortemente identitaria, polemica e ambigua su alcuni temi internazionali potrebbe risultare devastante per la coalizione di governo.

Proprio per questo, è possibile che Vannacci punti consapevolmente a creare un dilemma per Meloni.

Se il suo movimento cresce, la premier potrebbe trovarsi di fronte a una scelta molto difficile: tentare di assorbirlo, rischiando di perdere consensi al centro, oppure tenerlo fuori, lasciando che si presenti come l’unica vera alternativa alla destra di governo.

In entrambi i casi, Vannacci potrebbe trarre vantaggio dalla situazione.

Il suo obiettivo, dunque, potrebbe non essere soltanto quello di conquistare voti.

Potrebbe essere anche quello di erodere il consenso di Meloni, costringendola a rispondere continuamente alle sue provocazioni e a spendere energie per contenere una forza che vive proprio della contrapposizione.

Una destra divisa è più debole, ma una destra costretta a inseguire le posizioni più radicali può diventare anche meno credibile agli occhi degli elettori moderati.

Il terzo elemento riguarda l’influenza russa. Su questo terreno è necessario essere rigorosi.

Non ogni posizione controversa, non ogni campagna social e non ogni critica all’Occidente costituiscono automaticamente una prova di direzione o finanziamento straniero.

Accuse di questo genere richiedono fatti verificabili, documenti e indagini affidabili. Tuttavia, sarebbe altrettanto ingenuo ignorare il contesto internazionale nel quale queste dinamiche si sviluppano.

La Russia di Vladimir Putin ha dimostrato, in numerosi Paesi, di considerare la disinformazione e l’influenza politica strumenti ordinari della propria politica estera.

Le operazioni condotte attraverso reti digitali, account coordinati, media compiacenti e campagne di manipolazione dell’opinione pubblica sono state ampiamente documentate.

La Romania, così come altri Stati europei, ha dovuto affrontare tentativi di interferenza, narrazioni divisive e forme di sostegno indiretto a forze politiche favorevoli agli interessi del Cremlino.

Questo non significa che ogni esponente politico critico verso l’Unione europea o verso il sostegno all’Ucraina sia un agente russo.

Significa però che esiste un ambiente informativo nel quale alcune narrazioni vengono sistematicamente amplificate perché utili agli obiettivi della propaganda russa.

Tra queste vi sono la delegittimazione delle istituzioni democratiche, la descrizione dell’Europa come una struttura oppressiva, la rappresentazione dell’Ucraina come causa di ogni crisi e l’idea che gli Stati occidentali siano governati da élite corrotte e incapaci.

Quando la comunicazione di un movimento politico si sovrappone stabilmente a questi schemi, il problema merita attenzione.

Non perché ogni slogan sia stato necessariamente scritto a Mosca, ma perché la propaganda non funziona soltanto attraverso ordini diretti. Funziona anche quando determinati attori, per convenienza ideologica o elettorale, adottano messaggi che finiscono per rafforzare la strategia di un potere straniero.

La dimensione social è decisiva.

Le piattaforme digitali favoriscono i messaggi semplici, aggressivi e fortemente emotivi.

Le narrazioni che attribuiscono ogni difficoltà a un nemico facilmente identificabile hanno più possibilità di diffondersi rispetto alle analisi complesse.

Un post contro “le élite”, contro “Bruxelles”, contro “i globalisti” o contro i sostenitori dell’Ucraina può raggiungere rapidamente un pubblico molto più vasto di un’analisi dettagliata sui costi energetici, sulla sicurezza europea o sugli impegni internazionali dell’Italia.

È dunque legittimo chiedersi se la macchina comunicativa che sostiene Vannacci sfrutti, consapevolmente o inconsapevolmente, gli stessi schemi utilizzati dalla propaganda russa.

Ma questa domanda deve essere posta con serietà, evitando sia l’ingenuità sia il complottismo.

Il rischio è reale; le conclusioni devono essere fondate.

Il quarto elemento riguarda la sinistra.

Qui la critica è inevitabile.

La sinistra italiana, o almeno una parte significativa dei suoi rappresentanti e dei suoi influencer, sembra spesso incapace di sottrarsi al meccanismo imposto dai propri avversari.

Basta osservare i social per vedere quanto spazio venga dedicato a Vannacci da intellettuali, opinionisti e attivisti progressisti.

Ogni dichiarazione viene analizzata, condannata ma mai ignorate….

Di Admin

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