UNA BARBARIE

Negli ultimi 5 anni, abbiamo assistito a una perdita silenziosa ma devastante: intere pinete scomparse alberi storici abbattuti paesaggi trasformati

Scene simili si vedono ormai in molti quartieri di Roma: lavori per i sottoservizi, cantieri stradali, scavi eseguiti a ridosso dei tronchi, radici esposte o recise, terreno compattato, potature invasive e interventi che sembrano considerare gli alberi non come esseri viventi da tutelare, ma come semplici ostacoli da aggirare, spostare o eliminare.

Guardate questo pino.

È un gigante appartenente alla città e, quindi, a tutti noi.

Ha impiegato decenni per crescere, sviluppare la sua chioma, consolidare il proprio apparato radicale e diventare parte integrante del paesaggio romano.

Eppure, davanti a un cantiere, viene trattato come se fosse un elemento secondario, sacrificabile, privo di valore.

È una visione miope e irresponsabile.

Un albero adulto non è un lampione, un cartello stradale o un manufatto che si può rimuovere e sostituire con facilità.

Un pino di grandi dimensioni non si “ricrea” in pochi anni.

Non basta piantare un alberello al suo posto per compensare la perdita di un esemplare maturo.

Un nuovo impianto potrà forse diventare grande tra molti decenni, se sarà curato, se sopravvivrà alla siccità, al caldo, agli urti, agli atti vandalici e alla mancanza di manutenzione.

Nel frattempo, però, la città avrà perso ombra, biodiversità, capacità di assorbire gli inquinanti, mitigazione delle temperature e identità paesaggistica.

La domanda, allora, è semplice e inevitabile: chi controlla le ditte che eseguono questi lavori?

Chi verifica come vengono effettuati gli scavi vicino agli alberi?

Chi controlla che siano rispettate le prescrizioni tecniche?

Chi stabilisce le distanze minime dal tronco e dalle radici?

Chi accerta che non vengano utilizzate procedure capaci di danneggiare l’apparato radicale?

Chi dovrebbe fermare un’impresa quando il cantiere mette a rischio la salute o la stabilità di un albero?

E soprattutto: dov’è il Dipartimento Tutela Ambientale di Roma Capitale?

Non basta che esistano regolamenti, capitolati, autorizzazioni e linee guida.

Le norme, se non vengono applicate, restano carta.

Le prescrizioni, se nessuno verifica il loro rispetto, diventano formule decorative.

I controlli, se arrivano solo dopo la segnalazione dei cittadini o quando il danno è ormai evidente, non sono una vera tutela: sono una risposta tardiva a un problema già prodotto.

Il punto non riguarda soltanto chi materialmente impugna una ruspa, una pala o una motosega.

Riguarda anche chi autorizza i lavori, chi li progetta, chi li dirige, chi li appalta e chi dovrebbe controllarli.

Riguarda l’intera catena delle responsabilità.

Quando un albero viene danneggiato da uno scavo, non si può liquidare tutto come un incidente inevitabile o come una conseguenza normale di un cantiere.

Spesso si tratta del risultato di una progettazione insufficiente, di una vigilanza assente o di una cultura amministrativa che considera il verde un intralcio.

Un cantiere non è una zona franca.

La necessità di realizzare un’opera pubblica o di intervenire sui sottoservizi non cancella l’obbligo di proteggere il patrimonio arboreo.

Anzi, proprio nei cantieri è necessario adottare maggiori precauzioni.

Le infrastrutture devono essere progettate tenendo conto degli alberi presenti, non ignorandoli.

Le lavorazioni devono essere organizzate per limitare gli scavi nell’area radicale.

Gli alberi devono essere protetti fisicamente.

Il terreno non deve essere inutilmente compattato.

Le radici non devono essere recise senza valutazioni agronomiche.

E ogni intervento dovrebbe essere seguito da personale competente, capace di riconoscere i rischi e di intervenire immediatamente in caso di danneggiamento.

Un albero può apparire integro anche quando ha subito una lesione grave.

La chioma può restare verde per mesi o anni dopo il danneggiamento delle radici.

Proprio per questo, molti danni vengono sottovalutati: non si vede subito una conseguenza spettacolare e si conclude, erroneamente, che non sia successo nulla.

Ma le radici svolgono funzioni essenziali.

Ancorano l’albero, assorbono acqua e nutrienti, alimentano la crescita e contribuiscono alla sua stabilità.

Tagliare o lesionare una parte significativa dell’apparato radicale può compromettere lentamente la salute dell’esemplare, renderlo più vulnerabile a patogeni, stress idrico, vento e cedimenti.

Il paradosso è evidente: danneggiare le radici di un grande pino può creare proprio quelle condizioni di instabilità che, in futuro, verranno utilizzate per giustificarne l’abbattimento.

Prima si interviene senza prudenza, poi si registra il deperimento dell’albero, infine si presenta la sua pericolosità come un fatto improvviso e inevitabile.

In questo modo la responsabilità originaria del danno rischia di scomparire, mentre il cittadino si trova davanti soltanto all’ultimo atto: il tronco abbattuto, la piazzola vuota, la chioma sparita.

È una dinamica che non possiamo accettare.

I pini di Roma non sono arredo urbano usa e getta.

Non sono decorazioni intercambiabili.

Non sono oggetti di proprietà esclusiva dell’amministrazione o delle ditte che operano sul territorio.

Sono esseri viventi, patrimonio paesaggistico e parte dell’identità della città.

La loro presenza contribuisce a definire lo skyline romano tanto quanto i monumenti, le piazze e le strade storiche.

Sono riconoscibili da chi vive qui e da chi arriva da lontano.

Sono parte della memoria collettiva: accompagnano le passeggiate, ombreggiano i viali, segnano i quartieri, fanno da sfondo alle fotografie e alle giornate quotidiane.

Difendere un pino non significa mettere l’ambiente contro la città.

Significa difendere la città nel suo insieme.

Un grande albero offre servizi concreti: riduce la temperatura percepita, intercetta parte delle polveri, assorbe anidride carbonica, trattiene l’acqua piovana, attenua il rumore e crea habitat per numerose specie.

In una capitale sempre più esposta alle ondate di calore e agli eventi meteorologici estremi, il verde maturo non è un lusso estetico.

È una componente fondamentale della sicurezza e della salute pubblica.

Eppure, troppo spesso, il verde viene considerato soltanto quando è utile a inaugurare un progetto, a illustrare una riqualificazione o a produrre immagini rassicuranti.

Quando arriva il momento di lavorare davvero intorno agli alberi, emergono invece superficialità, ritardi e improvvisazione.

Il pino viene protetto con una recinzione simbolica, mentre gli scavi avanzano a pochi centimetri dal tronco.

Oppure si interviene sulle radici senza una valutazione adeguata.

Oppure ancora si eseguono potature sproporzionate, presentate come necessarie, ma capaci di alterare irreversibilmente la struttura dell’albero.

Una potatura non è automaticamente una cura.

Tagliare rami non significa prendersi cura di un albero.

Una potatura eseguita male può indebolire la pianta, creare ferite estese, favorire l’ingresso di funghi e patogeni, modificare l’equilibrio della chioma e aumentare il rischio di rottura dei rami residui.

Le capitozzature e gli interventi drastici possono trasformare un esemplare maestoso in una sagoma mutilata, riducendone il valore ecologico e paesaggistico.

La manutenzione del verde richiede competenze, programmazione e continuità.

Non può essere ridotta a interventi emergenziali, affidati al criterio del “tagliare il più possibile” per eliminare ogni potenziale problema.

La sicurezza è importante, ma non può diventare un alibi per operare senza metodo.

Un albero deve essere valutato, monitorato e curato con tecniche appropriate.

Se esiste un rischio reale, occorre dimostrarlo con perizie e documentazione, non invocarlo genericamente dopo averlo danneggiato.

Il caso del Villaggio Olimpico dovrebbe spingere l’amministrazione a fornire risposte precise.

Quali lavori sono in corso?

Chi li ha autorizzati?

Qual è il progetto esecutivo?

Sono state effettuate valutazioni sulla presenza degli alberi?

Sono state indicate misure di protezione?

Chi è il responsabile ?

Di Admin

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