Cosa c’è dietro il taglio indiscriminato di migliaia di alberi a Roma? Chi ci sta guadagnando? Perché si parla di “sicurezza” e mancano gli addetti al verde?

Il “green” di facciata e il verde abbandonato di Roma
Vi parlano continuamente di sostenibilità, transizione ecologica, resilienza urbana, rigenerazione degli spazi pubblici.
Ogni progetto viene presentato con una patina di modernità: qualche rendering pieno di alberi rigogliosi, bambini sorridenti, biciclette e cittadini immersi nel verde.
Ogni intervento è “green”, “smart”, “innovativo”, “fitobioclimatico”.
Poi però si esce di casa, si attraversa un parco romano e la realtà appare molto diversa: alberi tagliati, aiuole abbandonate, erba alta, rami secchi, panchine rotte, irrigazione inesistente e nuovi arbusti piantati senza criterio, destinati a morire nel giro di poche settimane.
La distanza tra la propaganda e la vita quotidiana è ormai diventata difficile da ignorare.
Roma viene raccontata come una capitale impegnata nella trasformazione ecologica, ma il suo servizio giardini è ridotto ai minimi storici.
Negli anni Ottanta gli addetti erano circa duemila.
Oggi, secondo le stime più frequentemente citate, ne restano appena centocinquanta.

Una riduzione impressionante, tanto più grave se si considera che nel frattempo la città si è estesa, le aree verdi sono aumentate e il patrimonio arboreo ha bisogno di cure costanti.
Non occorre essere esperti di botanica per comprendere che un albero non si mantiene da solo.
Un parco non è semplicemente uno spazio da lasciare “naturale” in nome della sostenibilità.
Il verde urbano richiede manutenzione, potature eseguite correttamente, controlli fitosanitari, irrigazione, sostituzione delle piante morte, pulizia, sicurezza e presenza quotidiana di personale qualificato.
Quando tutto questo viene meno, il degrado non è una conseguenza inevitabile della natura: è il risultato di scelte politiche e amministrative.
Meno giardinieri, più appalti

La prima scelta riguarda il personale
. In pochi decenni Roma ha perso la gran parte dei propri giardinieri.
Da circa duemila addetti si è passati a una cifra che appare del tutto sproporzionata rispetto alle dimensioni della capitale e alla vastità del suo patrimonio verde.
È difficile immaginare come un numero così ridotto possa garantire la manutenzione ordinaria di parchi, ville storiche, giardini di quartiere, spartitraffico, aiuole e alberature stradali.
La situazione è resa ancora più complessa dal ricorso a ditte esterne.
L’esternalizzazione viene spesso presentata come una soluzione efficiente e moderna: si affidano i lavori a operatori specializzati, si riducono i costi fissi, si interviene più rapidamente.
Nella pratica, però, gli appalti non sono una bacchetta magica.

Richiedono capitolati precisi, controlli rigorosi, personale adeguato e continuità degli interventi.
Se il Comune non dispone delle competenze e delle risorse per verificare l’esecuzione dei servizi, il rischio è che la manutenzione diventi episodica, frammentaria e orientata più alla rendicontazione che alla qualità.
Un appalto può prevedere il taglio dell’erba, ma non necessariamente la cura complessiva di un’area.
Può fissare un numero di interventi annuali senza garantire che siano effettuati nel momento giusto.
Può stabilire la sostituzione di una pianta senza assicurare che quella nuova venga irrigata per tutto il periodo necessario all’attecchimento.
Può contemplare la potatura, ma non la valutazione agronomica dell’albero.
In questo modo il verde diventa una voce amministrativa, una prestazione da contabilizzare, non un bene pubblico da custodire.
Il problema non è solo chi esegue il lavoro, ma la perdita di una struttura pubblica competente.
Un servizio giardini forte non significa necessariamente rifiutare ogni collaborazione con imprese private.
Significa, piuttosto, mantenere nel Comune conoscenze, responsabilità e capacità di programmazione.
Senza personale interno, l’amministrazione rischia di non sapere con precisione che cosa possiede, in quali condizioni si trovi, quali interventi siano prioritari e quali risultati stiano producendo i soldi spesi.
Una città più grande e più fragile

La riduzione del personale sarebbe grave in qualsiasi città. A Roma lo è ancora di più.
La capitale è un territorio enorme, disomogeneo, pieno di parchi e aree verdi di valore storico, paesaggistico e ambientale. È una città in cui ville storiche e giardini monumentali convivono con parchi periferici, aree residuali, alberature lungo le strade e spazi verdi condominiali o municipali.
Le esigenze sono diverse, ma tutte richiedono attenzione.
Nel frattempo, Roma si è ulteriormente espansa
. Sono aumentate le superfici urbanizzate, i quartieri periferici, le infrastrutture e gli spazi da manutenere.
Anche le conseguenze della crisi climatica rendono il lavoro più impegnativo: estati sempre più calde, siccità, eventi meteorologici estremi, nuove patologie delle piante e maggiore rischio di incendi.
In un simile contesto, ridurre il personale e rinunciare a una manutenzione regolare significa lasciare il patrimonio verde più esposto e costoso da recuperare.
La cura ordinaria è quasi sempre più conveniente dell’intervento straordinario.
Un albero monitorato e potato correttamente è meno pericoloso di un albero trascurato per anni.

Un’aiuola irrigata e diserbata regolarmente richiede meno risorse di uno spazio completamente degradato da rifare.
Un parco pulito e frequentato è più sicuro di un’area abbandonata che diventa impraticabile.
La prevenzione, tuttavia, non offre inaugurazioni, targhe né fotografie ufficiali.
È un’attività silenziosa, quotidiana, poco spettacolare.
Per questo viene spesso sacrificata.
Le motoseghe come principale politica del verde

Basta osservare ciò che accade in molti parchi romani per capire quale sia diventata la politica dominante: mancano giardinieri, ma abbondano le motoseghe.
Naturalmente esistono alberi che devono essere abbattuti.
Un esemplare malato, instabile o realmente pericoloso non può essere conservato a ogni costo.
La sicurezza dei cittadini viene prima di tutto.
Ma proprio per questo servirebbero valutazioni trasparenti, competenze agronomiche, controlli indipendenti e una programmazione seria delle sostituzioni.
L’abbattimento non può diventare la soluzione più semplice a ogni problema di manutenzione.
Un albero cresciuto in un ambiente urbano è un organismo complesso.
Può avere difetti, ma non per questo è automaticamente da eliminare.
La valutazione dovrebbe considerare la specie, l’età, la struttura, il contesto, il rischio effettivo e le possibilità di intervento.
La potatura corretta non equivale alla capitozzatura; la sicurezza non coincide con il taglio indiscriminato.

Quando le chiome vengono ridotte brutalmente, l’albero può indebolirsi, ammalarsi e diventare ancora più vulnerabile.
Dopo gli abbattimenti, inoltre, arrivano spesso piantumazioni puramente simboliche.
Vengono collocati piccoli arbusti o alberelli in spazi non adeguatamente preparati, senza un impianto di irrigazione efficace e senza un programma di cura nei mesi successivi.
Il risultato è prevedibile: molte piante muoiono rapidamente, lasciando buche vuote, tutori inclinati e terreno secco.
Le fotografie della piantumazione vengono diffuse come prova dell’impegno ambientale; nessuno sembra occuparsi con la stessa attenzione di ciò che accade dopo.
Piantare un albero è la parte più facile.
Farlo crescere, proteggerlo, irrigarlo e integrarlo nel tessuto urbano è il vero lavoro.
Un albero giovane non sostituisce immediatamente quello adulto che è stato eliminato.
Non offre la stessa ombra, non assorbe la stessa quantità di inquinanti, non trattiene la stessa acqua piovana e non raffresca l’ambiente allo stesso modo.
Per anni, e talvolta per decenni, il bilancio ambientale resta negativo.
Il PNRR e la retorica della riqualificazione

In questo quadro, colpisce l’uso delle risorse del PNRR.
Il Piano nazionale di ripresa e resilienza avrebbe dovuto rappresentare un’occasione straordinaria per migliorare la città, rafforzare i servizi pubblici, ridurre le disuguaglianze territoriali e rendere Roma più vivibile.
Invece, molti interventi vengono percepiti dai cittadini come opere costose, invasive e scollegate dai bisogni reali.
Il problema non è soltanto estetico.
È una questione di priorità.
Un progetto può essere formalmente innovativo e al tempo stesso inutile, mal progettato o sproporzionato rispetto alle necessità del quartiere.

Nonostante un precedente trattamento endoterapico avviato a settembre per salvare gli olmi dalla Galerucella, l’amministrazione ha optato per l’abbattimento degli esemplari ritenuti a rischio caduta.
